Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

Bandoli di matasse

Oggetti che raccontano di una vita altra, che avrebbe potuto essere, se, magari, e alla fine invece no. Per forza, per caso, per fortuna, chi può dirlo. Un maglione, una borsa, una forcina per capelli. Non servono per fare bilanci o tirare somme. Sono lì e basta. Al massimo prendono polvere. Bandoli di matasse rimaste gomitoli.

Gli oggetti «Sliding doors», li chiamo. Dal film, con la bruna che poi diventa bionda, ma solo se la porta della metropolitana non si apre. Perché invece se si apre e lei sale sulla metropolitana succede tutt’altro.

Di questi oggetti ne ho parecchi e alle volte, quando li osservo, mi accompagnano, anche solo per pochi istanti, in viaggi immaginari. I viaggi dei se, senza rimpianti o angosce.

C’è il pile blu peloso. Quando lo metto mi ritrovo catapultata ad Ottawa, a meno 26 gradi centigradi, a pattinare sul fiume ghiacciato. Rivedo l’aereo che atterra sotto la tempesta di neve, gli autobus scolastici gialli, uguali a quelli di Charlie Brown. Risento il titolare della libreria che parla una lingua che sembra francese, ma di cui non riesco a capire una parola. Rivivo una cena amichevole con possibili colleghi del marito scienziato in cui si è parlato di campeggio, wilderness, pesca nei laghi ghiacciati e orsi polari.

C’è la collanina di pezzettini di vetro azzurro. Viene da Ilha de Moçambique, antica fortezza portoghese, porto commerciale, centro di smistamento degli schiavi, oggi un incanto in rovina sommerso dalla storia. Quando la indosso d’improvviso la vita rallenta e sa di salsedine, di umido, di cene cucinate sul fuoco per la strada e di volti dipinti. A Ilha (o nei paraggi) avrei potuto rimanere, per continuare a dare senso alle cose. Ma è andata altrimenti.

C’è la tazzina di ceramica di Folegandros – chi non ha mai pensato di mollare tutto e ricominciare su un’isola Greca? – e la borsa con gli specchietti di Thiruvannamalai in India, dove non avrei mai avuto la forza di mettere radici, ma a ripensarci, di oggetto in oggetto, di vita in vita, da laggiù l’aereo mi ha portato proprio dove sono adesso.

Pubblicato su “La Stampa”, 20 febbraio 2015.

Scritto da Irene

il 28 febbraio 2015 alle 1:34 pm

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Se sposti la linea del possibile

Takao alleva le anatre al posto dei pesticidi per disinfestare le sue risaie dalle erbacce.
Bunker insegna alle nonne più povere del mondo (nonne, nonne, non donne, avete capito bene) come diventare ingegneri solari. Le invita in un campus sperduto tra le colline del Rahsamand e, in soli sei mesi, dona loro tutti gli elementi necessari per sfruttare l’energia solare nei loro paesi d’origine. Jordi ha inventato un metodo per prelevare il sangue senza aghi. Indolore ed economico. I bambini ringraziano. E un po’ anche i grandi.  Madame Chatrakul fabbrica scarpe con la pelle del pesce (d’altra parte perché il serpente sì e il pesce no?) e Francisco fa saponette con l’olio di frittura esausto. La banca di Plernpis Thongklad in Thailandia non presta soldi ma bufali, per tre anni. Martine trasforma i gusci di ostrica destinati alle discarica in pittura e Stephan Wrage costruisce aquiloni giganti per trainare le navi porta-container senza usare carburante. Bart è diventato istruttore di topi sminatori (ma c’è anche chi sta cercando di farne degli sniffatori di tubercolosi o di tumori alla prostata!) e Yukihiro ricicla pannolini (il Giappone da solo ne consuma 60 mila tonnelate all’anno) per farne combustibile. Petra, biochimica svedese, ha trascorso undici anni a creare un sistema semplice e di facile impiego per purificare l’acqua con la luce del sole ed Eben, negli Stati Uniti, si è inventato un imballaggio a base di funghi e concime organico: economico, resistente e, a differenza del polistirene, in grado di decomporsi prima di 10 mila anni.

Ambiziosi e ostinati, giovani, giovanissimi o pensionati, visionari o realisti, creativi e coraggiosi, gli innovatori (o imprenditori) sociali sono individui posseduti da un’idea, gente dal respiro lungo e dallo sguardo che si perde all’orizzonte. Che vivano nel nord o nel sud del mondo, in Brasile, Cambogia o Islanda, hanno in comune la capacità di trasformare gli ostacoli in opportunità, i problemi in soluzioni a lungo termine per chi più ne ha bisogno, di sfidare lo status quo, spostando la linea del possibile.

Pubblicato su “La Stampa“, il 6 febbraio 2015.

Scritto da Irene

il 21 febbraio 2015 alle 10:51 am

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Far pace con il mondo

Litiga con il francese. Con gli accenti, i suoni uguali che si scrivono in quattro o cinque modi diversi, le parole che si pronunciano solo a metà, i verbi. Mannaggia ai verbi francesi.

Litiga con l’italiano. Con le doppie, queste sconosciute, con le «a» con l’acca e le «e» con l’accento, con le «gn» e le «gl» e le «ch».

Litiga con l’inglese. Con «they» e «them» e «then», con «come» e «came», con «we» e «us» e «him» e «her». E ciò, malgrado l’amore totale, incondizionato, ossessivo e martellante per Harry Potter.

Litiga, si incaponisce, si dispera, si confonde. Il suo cervello fuma quando apre un libro e cerca di capire in che lingua è scritto. Apre, scruta, studia, avvicina gli occhi alla pagina, legge nella mente e prova a dire, muovendo le labbra. In genere esce un suono a casaccio, cui lei si attacca, rimasticandolo e risputandolo alla ricerca di un senso compiuto. O quasi.

Avere all’attivo tre lingue le permetterà di comprendere un po’ di più il mondo? Le sue complessità, le sue contraddizioni, le sue sfaccettature? Chissà. Forse. Mi dico che le lingue sono altrettante finestre sul mondo. Che potrà leggere dell’Italia in italiano, della Francia in francese, dell’Inghilterra e dell’America in inglese. Ma potrà anche, se vorrà, mescolare le carte. Sì, mescolare le carte, rivoltare il mappamondo e vedere cosa pensano gli italiani della manifestazione a Parigi, cosa i francesi delle reazioni sconcertanti e misere dell’Italia sulla liberazione insperata di due giovani connazionali, cosa l’America, di se stessa e del mondo. Cosa i Nigeriani, dello sdegno mediatico occidentale. Cosa i tunisini, delle traversate in barca, verso un futuro possibile.

Ora litiga con le lingue, mia figlia. Ci mancherebbe altro. E temo che ne avrà ancora per un bel po’. Ma poi, magari, alla fine, farà pace con le parole e con i mondi che rappresentano. E i suoni smozzicati diventeranno frasi di senso compiuto. E pezzetto dopo pezzetto, sillaba dopo sillaba, riuscirà, forse, a costruirsi intorno un mondo meno unidimensionale, meno ripiegato su se stesso, meno atono e alienato e incanaglito di quello che le sta consegnando oggi l’umanità.

Pubblicato su “La Stampa”, 23 Gennaio 2015

Scritto da Irene

il 24 gennaio 2015 alle 1:57 pm

Un cappello da tenere sempre in testa

La distanza. Per l’emigrato è come un fiume in piena da attraversare. Una parete da scalare. Una galleria lunga tanto che non se ne vede la fine. Con il passare degli anni diventa come un capo d’abbigliamento. Di quelli che riconosci nel cassetto anche se sono messi al rovescio. Per qualcuno è un cappello da tenere sempre in testa, per altri una canottiera da nascondere sotto strati di maglie e maglioni. Per altri ancora una sciarpa che protegge dalle intemperie, o un impermeabile di cerata, su cui far scivolare pensieri e preoccupazioni prima che finiscano in una pozzanghera.

Il più delle volte la distanza è un nodo in gola, che non sale né scende, ma sta lì, nel mezzo della trachea, o dell’esofago, insomma da quelle parti.

È l’attesa che si prolunga, l’assenza che non si riempie, il silenzio che rimbomba nelle orecchie.

Per un’ironia beffarda e crudele del destino, ci accorgiamo della distanza proprio quando siamo vicini. E mi correggano, nel caso, i torinesi emigrati rientrati in città per le feste. È quando siamo vicini infatti che la distanza ci appare davanti, più nitida e ingombrante che mai. Parete da scalare. Galleria. Silenzio.

E dire che riconosciamo disinvolti le strade della città, ritroviamo entusiasti volti amici, gusti e odori familiari, come fossero sempre stati là (o fossimo sempre stati lì). Riscopriamo rapidamente ciò che c’è di nuovo, archiviamo senza indugio ciò che è diventato vecchio. Uniamo frenetici i puntini, fiduciosi che alla fine un’immagine apparirà. Uniamo i puntini, alla ricerca di una continuità di cui giocoforza non siamo stati testimoni oculari. Ebbene sì. Viviamo nell’epoca della condivisione obbligatoria ed esibita di ogni momento, sia esso di gioia o di dolore, di ogni traguardo, o fallimento. Ma chi sta lontano, non importa quanto o perché, sa, forse più consapevolmente degli altri, che questa condivisione non è che una chimera. Una finzione. Un miraggio collettivo. La distanza è troppo intima per essere condivisa e se ne sta lì, spessa come un muro di cinta, a tracciare i confini di un altrove degli affetti e della mente cui, ironia anche questa, non apparterremo mai del tutto.

Pubblicato su “La Stampa”, 9 Gennaio 2015.

Scritto da Irene

il 9 gennaio 2015 alle 10:57 am

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Nessuna pietà

Siamo in trentatré, stipati in uno stanzino che non misura più di quattro metri per quattro. C’è poca luce, odore di fritto e sudore. La porta sul retro è chiusa con un chiavistello, quella sul davanti no. Sul lato una finestra e tre panche. Al centro una scrivania, sopra cui è stata appoggiata una cassetta di sicurezza, chiusa con tre lucchetti.

Sono stata invitata ad assistere alla riunione di un gruppo di quartiere che a Carrefour, da quasi due anni, si riunisce per raccogliere i propri risparmi. Il gruppo ha creato un fondo di solidarietà, cui attingere in caso di imprevisti. A seconda dei bisogni e delle disponibilità, i membri possono anche richiedere un prestito, che le banche non gli concederebbero mai. La riunione è in effetti una vera e propria cerimonia. Si apre e si chiude con una preghiera. D’altronde siamo ad Haiti, dove tra cosmologia voodoo e divinità appartenenti agli olimpi religiosi più disparati, la spiritualità permea ogni aspetto della vita e condiziona ogni decisione, pubblica o privata che sia. Basti pensare che la lotteria si chiama “Padre eterno” e i tap-tap, coloratissimi pulmini che circolano a tutte le ore, hanno, al posto dei numeri, l’indicazione di salmi biblici, o scritte come “Sangue dell’agnello” e “Credi nel Signore”.

Il gruppo di risparmio non fa eccezione: si chiama “Osanna”. In un’atmosfera grave si alternano appelli, resoconti, pagamenti. Le cifre vengono pronunciate dal presidente e ripetute ad alta voce da tutti i presenti. Siamo lontani anni luce dalla finanza intangibile, dall’economia immateriale. Qui i soldi sono farina per fare dolci, sapone da vendere in barre porta a porta, uniformi per mandare a scuola i propri figli. Il gruppo si autogestisce e il controllo tra pari funziona. Eccome.

La cassetta viene richiusa. Le chiavi dei lucchetti confidate a tre persone che le custodiranno fino alla settimana successiva. La riunione è sciolta. Le labbra tornano a sorridere. L’aria pare rarefarsi. Chi ha scritto che Haiti non ha bisogno di pietà, ma di rispetto, ha senz’altro avuto il privilegio di partecipare ad una riunione come questa.

 

Pubblicato su “La Stampa”, 12 dicembre 2014.

Scritto da Irene

il 12 dicembre 2014 alle 1:11 pm

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