Tornare in Africa
Perché eravamo stremati e un po’ perduti. Perché spezzare l’inverno con una parentesi marina ti salva da mille malanni, dicono. Ma poi, chi lo sa se è solo una magnifica scusa per non sentirsi troppo in colpa. Perché è stata un’occasione, e non è che di occasioni ne capitino proprio in continuazione. Perché dei cari amici ci hanno organizzato praticamente tutto (e questo aiuta parecchio quando si vuole cambiare continente per meno di dieci giorni e si è stremati e un po’ perduti). Perché l’idea di camminare scalzi il quattro di gennaio suonava come qualcosa di assolutamente inebriante.
Perché della barriera corallina avevi sempre e solo sentito parlare da Piero Angela e vederla per la prima volta dal vivo ti ha fatto aggiungere dei colori all’arcobaleno.
Perché la zanzariera rimboccata sotto il materasso è una delle tante cose di cui ci si dimentica troppo in fretta. Perché di donne che coltivano le alghe in mare come fossero filari di viti, raccogliendole e facendole seccare sulla spiaggia prima di venderle ai cinesi per farne creme di bellezza, non ne avevi ancora mai incontrate.
Perché erano almeno cinque anni che volevi tornarci, in Africa. E il semplice fatto di correre su una spiaggia bianca, ascoltare il vento che scuote le palme, contare le buche sulle strade di terra rossa, incrociare, con lo sguardo, biciclette sbucate dal nulla, capanne di fango e paglia, pozzi improvvisati e scuole senza porte, ti ha aiutato a ricordarti chi eri e chi sei ancora e chi vuoi essere. Perché il mare, che prima c’è e poi non c’è più fino alla fine dell’orizzonte, e poi torna solo per scomparire di nuovo, è come ascoltare il battito, lento e incalzante, di un cuore. E a volte, ricordarsi com’è il ritmo antico della vita aiuta a ritrovarsi.
Siamo stati a Zanzibar. Non l’abbiamo propriamente visitata, no. Ma ci è entrata sotto la pelle e tanto è bastato per ricominciare a sentirsi vivi.
A quattro anni
Non sono un’esperta nel maneggiare la vita. Non sono un’esperta nel maneggiare un sacco di cose, se proprio devo dirti, ma la vita più di tutte. Non lascio correre, quasi mai. Non dico basta. Lo grido piuttosto, quando ormai è tardi e, molto probabilmente, non serve più. Ascolto, ma solo chi credo abbia qualcosa da insegnare. Parlo e scrivo tante lingue, tutte male. Subisco, in genere, quell’illusione di senso che danno l’ordine e il dovere. A volte l’incantesimo si scioglie e allora mi ritrovo a cercare un senso, anche dove, sotto sotto, un senso non credo che c’è. Non sono un’esperta nel maneggiare la vita, no. E per te, che da me dipendi ancora in tutto, compresi i colori dei calzini, non è proprio un affare. Ma tant’è.
Finalmente hai compiuto quattro anni. Li aspettavi da giugno, più o meno. Volevi sentirti grande, importante, adulta. A quattro anni, se vuoi, puoi smettere di fare la siesta del pomeriggio, dicevi, o al limite, se sei stanca, puoi cercare di riposarti un po’, ma con gli occhi aperti. A quattro anni non si usa più il ciuccio. A quattro anni si può avere il coltello a tavola, senza punta però. A quattro anni, d’improvviso, le forme dei tuoi disegni hanno acquistato un senso. Capelli, occhi, naso, orecchie, narici, mani, collane, orecchini. Per le gambe e i piedi, invece, mi sa che aspetteremo i cinque.
A quattro anni preferisci le storie lunghe, a quelle corte, che finiscono subito. Purché ci siano le illustrazioni, le principesse e, soprattutto, purché alla fine tutti vivano felici e contenti. A quattro anni sai scrivere il tuo nome, ma solo in stampatello. A quattro anni sei una portatrice sana di un mondo magico, lirico, pieno di musica, desideri, certezze, paure, soli e ombre. Un mondo in cui c’è posto per tutti, basta aggiungere una sedia. Un mondo in cui non esistono frontiere, né crisi né guerre o povertà. Un mondo in cui l’unica sfida di chi ci abita è di inventare i sogni. Spero davvero che il nuovo anno gli somigli un po’.
Colpi di cannone, schioppi di archibugi, e il senso dell’appartenenza
Rulli di tamburo. Colpi di cannone. Schioppi di archibugi. Tiri di moschetto. Pifferai e spadaccini, fiaccole, lanterne ed alabarde, pecore, capre, cavalli e cavalieri. Passaggi segreti e vecchi arsenali.
Come ogni anno, Ginevra ha festeggiato l’Escalade e ricordato, con piglio storiografico, la sconfitta che la città intera inflisse, in una notte di quattrocentonove anni fa, alle feroci armate del Duca di Savoia, Carlo Emanuele, che avevano cercato invano di prenderla. Alla luce delle torce, tra il fumo acre degli spari e il clangore metallico delle spade e delle lance, la città si raccoglie, dal 1926, per raccontare un pezzo di storia, documentata, custodita, esibita come un momento prezioso, non foss’altro perché foriera di una pace duratura. Le celebrazioni includono discorsi, proclami, spiegazioni, visite, mostre, cori, sfilate, distribuzione di fiumi di vino caldo, polenta e cinghiale, oltre alla tradizionale e saporita «zuppa», quella stesso con cui, narra la vicenda, una vecchina, sorpresa nel sonno dall’attacco, decise di «pettinare» copiosamente gli invasori, versandogliela addosso.
Tutti partecipano alla ricorrenza, che diventa, com’è inevitabile, un gioioso, ancorché sobrio carnevale (siamo pur sempre in Svizzera!). A colpirmi quest’anno, oltre all’insolito tepore del clima e all’assenza della neve, è la partecipazione. I ragazzi dei licei, travestiti da zombie e pirati, cantano a squarciagola ‘Savoyards, gare, gare!’. Dico, potrebbero cantare qualsiasi cosa, o non cantare affatto, come ci si aspetterebbe da qualsiasi adolescente. E invece sfilando tutti verso la cattedrale, i sedicenni, cantando, con orgoglio e convinzione, un canto popolare appreso all’epoca della scuola materna, e, a quanto pare, mai dimenticato. Mentre passeggio per la città vecchia, mi sento come la fortunata visitatrice di un museo vivente, capitata per caso ad una festa per cui non ho l’invito, e sotto sotto, mi ritrovo, mio malgrado, ad interrogarmi sul senso dell’appartenenza.
Il traffico magmatico di Ginevra e il carretto
Ogni giorno attraverso Ginevra imbottigliandomi nel traffico magmatico di una città intimamente votata al trasporto pubblico, che considera gli automobilisti insolenti parassiti di cui disfarsi con calvinista determinazione e infallibili tecniche da guerriglia urbana. Obiettivo: sfinirli, annientarli psicologicamente, provocarne il collasso nervoso, indurre violenti stati depressivi, o repentine conversioni a religioni orientali che professino l’allontanamento eremitico dalla vita materiale. Il ginevrino-tipo, che vive in centro città da diciassette generazioni, digerisce la fondue e lavora in casa, studia infatti con precisione svizzera l’orario in cui ridipingere la segnaletica orizzontale, – tra le sette e le otto e mezzo del mattino o tra le cinque e mezzo e le sei e mezzo della sera – pianifica la chiusura di strade senza indietreggiare di fronte all’idea di interi quartieri in cui è impossibile girare a destra e considera la natazione invernale nel lago Lemano un’opzione come un’altra per raggiungere l’altra riva.
Non fraintendetemi. Io sono totalmente a favore di tram, bus, traghetti, biciclette, roller. Ho anche provato varie combinazioni dei suddetti per raggiungere la mia meta, salvo scoprire che l’Iron Man non fa per me. Così ho affinato le mie strategie di controguerriglia, concentrandomi su qualcosa di più celebrale.Con gioia ho constatato che il tempo di percorrenza casaufficio – gimcana inclusa – coincide con una puntata di Fresh Air, trasmissione della National Public Radio trasmessa ogni giorno da World Radio Switzerland.
La definitiva riconciliazione con i locali la devo però al «carretto». E’ comparso ad Halloween sul marciapiede di rue de Matignin e da allora non è mai scomparso. Sul carretto si alternano zucche, mele, pere, cavoli. Sul carretto c’è sempre un cartello che indica il prezzo, e una scatolina in cui mettere l’offerta. Il carretto affida il suo contenuto all’onesta di chi passa di lì, poco importa il mezzo. Per il carretto e la logica che gli permette di esistere sarei disposta ad andare a lavorare anche in pedalò, se necessario.
Bambini che parlano più lingue
Tracey è per metà nippo-americana e per metà indiana d’america-irlandese. Non paga di questo già ardito melting pot, a un certo punto della sua vita ha pure pensato di sposarsi con un ecuadoriano. Oggi ha quarantotto anni e tre figli, di diciotto, sedici e quattordici anni. I pargoli, per nascita, formazione e contesto, parlano inglese, spagnolo, tedesco e francese. Con un master ad Harvard in Educazione Internazionale, non stupisce che Tracey abbia fatto dello studio del multi o pluri-linguismo non solo la sua vocazione, ma persino la sua professione, (e buon per lei che le due coincidono). Tra una lezione all’università, una formazione negli asili di mezzo pianeta e uno studio, ovviamente comparato e trans-nazionale, Tracey ha anche scritto un libro, «Raising Multilingual Children» (in pratica, Come crescere bambini che parlano più lingue), nel quale spazza via, come solo la scienza sa fare, tanti miti e leggende metropolitane sui presunti danni psico-cognitivi-socio-esistenziali che attenderebbero al varco chiunque abbia la sfortuna di crescere in un universo non esclusivamente monolingue.
Più creatività, flessibilità, maggiore capacità di concentrazione ed astrazione, una maggiore apertura verso le altre culture, perfino più fiducia in se stessi sarebbero infatti i vantaggi che regala il bi o multi-linguismo. In uno studio su Cerebral Cortex, coordinato dal dottor Jubin Abutalebi, docente di neuropsicologia all’università-Vita San Raffaele di Milano, in collaborazione con le università di Londra, Barcellona e Hong Kong, i ricercatori hanno addirittura osservato che i bilingue messi di fronte a situazioni critiche riescono a decidere che strada prendere in modo più rapido rispetto a chi parla una lingua sola. E lo fanno in modo più efficiente e con meno sforzo.
«Mamou» fa Giulia sabato pomeriggio, «giochiamo che io ti “coiaffo” (leggi quaffo), mentre tu stai “assisa” sul “divain” che è là bas e io ti metto tutte queste “barrette” sulla testa… please?». La strada del multi-linguismo è lastricata di buone intenzioni…
