Una storia talmente comune da queste parti

La guardo, mentre agitando le mani, mi spiega con gli occhioni spalancati e la voce tremolante che le sarà difficile abituarsi. Che già era stata dura passare dalla Puglia a Milano. Che al Nord il traffico la terrorizzava, e quelli che la incalzavano suonando isterici, la mettevano in ansia. Ma adesso, qui, in una terra straniera che parla una lingua sconosciuta, insomma, teme che sarà ancor più dura.

La guardo, mentre guida timidamente, una rotonda dopo l’altra, un dissuasore di velocità dopo l’altro, cercando con apprensione di costruirsi una mappa, mentale, geografica, emotiva, dentro cui potersi ritrovare anche solo per qualche secondo, quando stacca gli occhi dal navigatore.

La sua è una storia talmente comune da queste parti che c’è il rischio di non farci più caso. (…)

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Pantelleria non è per tutti e nemmeno per molti

Orgogliosamente lontana, caparbiamente isola. Sempre a sottolineare le distanze dalle sponde che si intravedono all’orizzonte, in realtà lei stessa mosaico vivente di tutte le sponde che si sono via via sovrapposte nel corso dei secoli, onda dopo onda. I Fenici la chiamarono Isola degli uccelli (Yrnm). I Cartaginesi Piccola (Cossira). Gli Arabi Figlia del vento (Bent el-Rhia). Quaranta miglia dalla Tunisia di Capo Bon, settanta dalla Sicilia. Un’isola senz’acqua né spiagge, con scogli di carta vetrata, che ti obbligano ad instabili equilibrismi e dolorose scivolate dentro un mare cristallino come un acquario. Pantelleria non è per tutti e nemmeno per molti: isola di fuoco, pietra, mare. Fichi, uva, capperi. Ulivi appiattiti a terra con la forza, lava e ossidiana. (…)

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Tra il cuore di chi canta e l’anima di chi ascolta

Nella casa in cui sono cresciuta non mancava mai un sottofondo musicale. Che si trattasse del pianoforte o della chitarra di mio padre, del flauto di mio fratello, o del violino o pianoforte dei miei vicini di casa, diventati poi negli anni musicisti professionisti, non ho quasi ricordo di giornate trascorse interamente in silenzio. Senza la compagnia sonora delle note di qualcuno che provava, studiava, ripeteva, improvvisava. Le serate di studio, al liceo, erano regolarmente scandite da scale, arpeggi, ripetizioni che s’inoltravano nella notte, illuminandola e rendendola meno solitaria e spaventosa. “Se ce la fa Simone, a studiare fino a tardi quel pezzo complicatissimo, ce la posso fare anch’io”, mi dicevo, tirandomi su le maniche e sfogliando il dizionario di greco a tempo con il suo archetto… (…)

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Ho-la-cra-cy

“Holacracy!!!” grida Thomas per la terza volta. Il locale è affollato. C’avrà pure il muro vegetale e le lampade hipster appese al muro, ma l’acustica fa parecchio schifo. Siamo a Ginevra, vicino alla stazione e Thomas è il mio angelo custode informatico, il mio numero verde personale nel cyberspazio. È lui che mi ha aiutato a creare il sito web della Fondazione per cui lavoro. Ci sono volute quattro riunioni e circa cinquecentonovanta post-it giallo canarino per capire cosa metterci dentro e come. Poi Thomas, una ragazza di nome Noora, ed un numero imprecisato e in costante mutamento di giovanissimi programmatori, hanno fatto la loro magia e “voilà”, il sito fatto e finito. Quello di Thomas è praticamente il solo numero di cellulare che so ancora a memoria. (…)

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Dieci anni

Dieci anni. Sono dieci anni che vivo altrove e sono dieci anni che ne scrivo, su questa rubrica, con una cadenza che è un po’ il segno dei tempi e di cui senz’altro sono l’unica ad essermi accorta. Che adesso, su Facebook, Twitter o simili, uno deve far presenza ogni giorno, più volte al giorno, per esistere, mica bastano due trafiletti al mese, di duemila battute, spazi inclusi.

Dieci anni e 200 trafiletti dopo, i 270 chilometri che mi separano da Torino continuano, volente o nolente, a definire chi sono e a ricordarmi che il mondo non è poi così liquido come lo si dipinge. Che c’è un qui e ora, che è la mia vita, al di là delle Alpi – ma potrebbe essere al di là del mare, del deserto, della foresta – e c’è un lì ed ora che non mi appartiene più, se non in qualche raro, preziosissimo momento di complicità. (…)

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La curiosità, l’ardire, e la voglia di spiccare il volo

Il suo “never ending tour” segue la traiettoria, sgangherata e del tutto casuale, degli inviti che lo scienziato riceve da parte di scuole, biblioteche e licei, in giro per lo Stivale, isole incluse. La richiesta: raccontare il cosa, il come e il perché della fisica delle particelle, del Bosone di Higgs e dei suoi compari, veri o presunti, scoperchiando quel gigantesco vaso di Pandora che è l’infinitamente piccolo (e non chiedetemi di più).

Di insegnanti appassionati e irriducibili, che brillano come supernove dentro a strutture che, se non li ignorano per pura accidia, tendono a lasciarli soli ad arrangiarsi con quello che c’è. E se non c’è, poco male. Si vedrà alla prossima riforma. (…)

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Hello, my name is Giulia. I play flute and I’m from Italy

“Hello, my name is Giulia. I play flute and I’m from Italy” scrive sul suo quaderno d’inglese. “I’m from Italy”. Ha scritto proprio così, e di fianco ha disegnato una Mole Antonelliana un po’ sbilenca. Strana cosa davvero, l’identità. Cosa sarà mai l’Italia, mi chiedo, per lei che non ci è nata né cresciuta. Qualcosa di più delle montagne e delle spiagge che scopre in vacanza, un anno sì e uno no? Delle chiese e dei musei che visita, ogni volta che se ne presenta l’occasione? Della lingua che si parla a casa, ma non con gli amici, e che si legge sui libri, ma non su quelli di scuola? Qualcosa di più del parmigiano, del pesto fresco e dell’olio che arrivano regolarmente in casa, immancabili regali di premurosi visitatori? (…)

 

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Uscire dagli schemi non sarà facile, ma è salutare

Una storia da non crederci, tanto siamo abituati a pensare che chi è piccolo e pressoché sconosciuto, in Italia, sia destinato a perdere, se non sempre, spesso. Invece. Eccola, la prova che ci sbagliamo. Su tutta la linea. Un piccolo paesino montano di 767 abitanti, ai piedi della Grigna, è riuscito nell’impresa per l’assegnazione del raduno mondiale di Wikipedia 2016. Quest’anno infatti, dal 21 al 28 giugno, gli oltre mille delegati volontari che, da ogni angolo del pianeta, contribuiscono quotidianamente a scrivere, in 280 lingue, le 30,000,000 di voci condivise della più consultata enciclopedia on line esistente, non andranno ad Atlantic City, Dar es Salaam, Saint Louis o Manila – che pure si erano candidate alla competizione – ma a Esino Lario (con l’accento sulla “e”), un microscopico ed agguerritissimo borgo lombardo: 900 metri di altitudine, 40 chilometri da Lecco, 100 da Milano. Per dire, nelle passate edizioni la convention era stata ospitata da Londra, Washington, Taipei e Buenos Aires e l’anno scorso si era svolta a Città del Messico. “Portate giacconi, ombrelli e scarpe comode”, avvertono gli organizzatori (…)

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Riportare l’attenzione sulle risorse, sul lavoro e sulla produzione

Questa cosa l’ho appresa di recente, guardando al cinema il documentario “Demain” di Cyril Dion e Mélanie Laurent, che ha vinto il Cesar proprio qualche settimana fa (www.demain-lefilm.com). A dire il vero ho scoperto un sacco di cose, guardandolo: che esiste una cosa che si chiama “permacultura” o che Copenaghen sarà, a breve, esclusivamente alimentata grazie ad energie rinnovabili. Ma la cosa che mi ha davvero colpito è la storia delle monete alternative.

Stando ai dati di Bernard Liataer, uno dei massimi esperti in materia, nonché creatore dell’ECU, l’antesignano dell’euro, nel mondo circolano attualmente 5000 monete complementari. Spiega Liataer: nell’attuale sistema speculativo, persone e imprese non competono per le risorse e i mercati, bensì per il denaro, sfruttando risorse e mercati per ottenerlo. (…)

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I miei figli mi chiederanno

Forse tra dieci o vent’anni, i miei figli mi chiederanno perché abbiamo lasciato morire così tanta gente nel Mediterraneo”. Con queste parole, semplici e brucianti al tempo stesso, un giovane uomo dagli occhi luminosi, guarda dritto nella macchina da presa e riassume la ragione che lo ha spinto a partire volontario per prestare soccorso ai migranti che rischiano la propria vita in mare. La sua testimonianza appare proprio all’inizio del documentario del ginevrino Frédéric Choffat “Non assistance” (intesa come “Non assistenza di persona in pericolo”, ossia omissione di soccorso) presentato in anteprima a Ginevra al Festival e Forum Internazionale sui Diritti Umani (FIFDH) giovedì scorso e realizzato insieme alla politologa Caroline Abu Sa’Da.

Difficile guardare il Mare Nostrum, onnipresente protagonista dell’opera, senza pensare ad una gigantesca tomba a cielo aperto. Eppure, per una volta, la storia che si racconta, in primo piano, non è quella del fallimento clamoroso, morale e politico, dell’Unione Europea e della sua ossessione esclusivamente securitaria, né quella del lavoro, assiduo, ma insufficiente delle organizzazioni umanitarie. (…)

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