Lunghe ricerche, fughe, a volte arrivi
Storie che sono lunghe ricerche, fughe, a volte arrivi. Vite intense, irrequiete, nomadi, bilingui, sbandate, coraggiose, disorganiche, ingenue, frustrate. C’è Giulia, che ha vissuto in un camper a Berlino e in una barca a vela a Barcellona, che per un periodo non ha mangiato fino a perdere i denti davanti, e poi dal giorno alla notte ha inciso un disco che è diventato la colonna sonora di un film di Woody Allen. C’è Davide, che vive a Berlino, ha sette traslochi alle spalle e una vita, felice, da 650 euro al mese tutto compreso. Davide che fa un dottorato sulla crisi del dramma nel teatro contemporaneo e ha una costante e impellente voglia di ripartire da zero per non vedere mai la fine delle cose.
C’è Francesca, pisana, che vive a Berlino nord insieme al fidanzato Christian, lavora per un importante produttore cinematografico ma lotta per l’assistenza sanitaria. Perché Berlino sarà pure vivace, economica, accogliente e funzionale, ma non è il paradiso in terra. C’è Marco che da Londra e dal suo «dispatrio» non ripartirà più anche se costretto al precariato a vita e Michela, avvocato di Avellino, che dall’Aia dove lavora al Tribunale dell’Arbitrato Internazionale tra Iran e Stati Uniti sogna, tra una pioggia e l’altra, di trasferirsi a Parigi. C’è Giacomo, ingegnere di Piacenza che ha trovato il coraggio di trasferirsi a Rotterdam ed è riuscito a farsi assumere in uno stravagante atelier che fa oggetti minimal, arredamento, design ed ha appena venduto una sedia a Brad Pitt.
C’è Gabriele, torinese, che dopo Ravenna, Southampton, Valencia e Auckland trova lavoro nel dipartimento di fluidodinamica di una multinazionale con sede ad Oslo. Lui vive in un casetta di legno a Hovic,a quindici chilometri dalla città e quando nevica va a lavorare in sci. Le vite e intime narrazioni di Giulia, Davide, Francesca, Marco, Giacomo, Gabriele e quelle di molti altri, sono raccolte in un bel saggio inchiesta, «Vivo altrove», scritto da Claudia Cucchiarato e pubblicato da Bruno Mondadori. Un’epica più della mobilità che dell’emigrazione, leggera e militante al tempo stesso. Per dare un po’ di sostanza all’estate.
La Rambla parla italiano
Un tempo ci volavano con 35 euro per una fuga romantica nel fine settimana. Poi hanno cominciato ad affollarne i musei in gita scolastica. Adesso si stima che siano oltre 40 mila i ragazzi e le ragazze italiane che vivono, in pianta più o meno stabile, a Barcellona. Molti, soprattutto all’inizio, svolgono lavori semplici. Camerieri, commessi, operatori in un call center. Altri, non tutti, sono riusciti ad inserirsi in ambienti professionali prestigiosi o a trovare molto semplicemente il lavoro per il quale hanno studiato. Hanno tra i 25 e i 39 anni e una certezza in comune: la vita è lì e a casa non si torna. «La Rambla parla italiano», dice seria una nonnina catalana osservando il flusso ininterrotto di persone che scorre nel boulevard più famoso della città. E i registri comunali lo dimostrano. In soli dieci anni il numero di italiani residenti a Barcellona si è moltiplicato per otto facendo degli abitanti del Belpaese il quinto gruppo nazionale.
Del resto secondo l’Eurispes un italiano su tre oggi abbandonerebbe il suo Paese e più del 55% dei neolaureati preferirebbe cercare lavoro altrove. Sì, ma allora perché proprio Barcellona? Perché gli italiani la conoscono, perché ha fama (se l’è costruita) di essere dinamica e cosmopolita. Perché va di moda, certo, anche. Ma pure perché la qualità della vita è infinitamente migliore. Perché ci si diverte di più, costa di meno, si trova lavoro, c’è posto per tutti. Perché hai la sensazione che valga la pena. Le università danno borse di studio che ti permettono di vivere, l’affitto costa un terzo che a Roma, un quinto che a Milano, i trasporti pubblici funzionano, i taxi non costano come la rata di un mutuo, le leggi bhè, quelle si sa, ti consentono di vivere la tua vita senza fare i conti con il Vaticano, che tu stia con un uomo, una donna, un coetaneo, un vecchio, un bambino. Marte, vista dall’Italia. Perché, ha scritto una volta qualcuno, «se nasce qualcuno fanno una festa, se muore qualcuno fanno una festa più grande». E se vuoi un vestito per il matrimonio, ti chiedono di che colore: rosso? verde?
Lo sbarco
Il prossimo 25 giugno alle 23 e 30 dal porto di Barcellona salperà una nave. Diciotto ore dopo la stessa nave attraccherà a Genova. Sopra ci saliranno un migliaio di trenta-quarantenni italiani che vivono a Berlino, Parigi, Madrid, Dublino, Vienna, Newcastle, Bruxelles. Ci saliranno, anche se la «nave dei diritti», così la chiamano, ha come vero obiettivo più che l’Imbarco, lo Sbarco, dal nome del gruppo di stanza a Barcellona che è all’origine dell’iniziativa. Quelli dello Sbarco sono ingenui, idealisti e indignati come solo chi non vive più in Italia può permettersi ancora di essere. Quelli dello Sbarco credono che occorra «unirsi per portare in Italia la voce di chi da fuori osserva l’insostenibile e insopportabile deriva del nostro Paese». Perché nessuno più di loro è testimone del fatto che il patrimonio di credibilità e di autorevolezza di cui godeva l’Italia all’estero si stia progressivamente disperdendo. I nuovi Mille sbarcheranno a Genova per liberare l’Italia, per cercare di «risvegliarla dal torpore ».
Come osano? Tanto facile, troppo, criticare dopo aver tagliato la corda. Così sarà forse tentata di commentare la maggior parte degli Italiani, compresi quelli che, in fin dei conti, la pensano esattamente come loro. Come dargli torto. Eppure il manifesto di quelli dello Sbarco non ha davvero niente di supponente: «Non abbiamo la presunzione di insegnare nulla, vogliamo solo creare ponti di dialogo e per farlo si inizia dalla discussione». Ingenuo e idealista, dicevamo. Ma non solo. «Dall’estero abbiamo il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un’informazione volgare e martellante» continua il manifesto, (consultabile sul sito www. losbarco.org), «Siamo convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità. E che vadano sostenute». Un’invasione civile, dunque, un concerto e 27 dibattiti pubblici in cinque piazze. Speriamo sia l’inizio di qualcosa.
Lontano è un posto che non esiste
«Lontano è un posto che non esiste». Non c’è che dire: sulle T-shirt alle volte si trovano grandi verità. Perché, in fondo, è vero: «lontano» è diventata una parola dai confini a dir poco indecisi. Nell’era di Google Earth e Street View, del nomadismo digitale e del turismo low cost, cosa può dirsi davvero lontano? Esiste ancora il viaggio? E chi è il viaggiatore? Filosofi e travel writer s’interrogano sull’argomento da tempo immemore, dando risposte altalenanti. Che lo si soddisfi online o offline, tutti concordano quantomeno sul fatto che l’impulso a viaggiare non sia cambiato dai tempi di Omero.
Spostamento emotivo, scoperta, reinvenzione di sé, esplorazione, fuga. Pico Iyer, reporter del «Time» e viaggiatore di fama, ha recentemente raccontato che se è vero che Internet ci mostra in anticipo ciò che vedremo dall’altra parte del mondo, questo renderebbe il viaggiare ancora più importante. Per vedere al di là delle apparenze, cogliere di un luogo i suoi silenzi, sperimentarne la complessità, verificare di persona immagini e resoconti di seconda mano. Pensare di sapere, dice Pico, può essere più pericoloso dell’ignoranza stessa e quella del mondo «piatto» e familiare, reso tutto uguale da comportamenti e brand globali, non è che un’illusione. «L’altrove è ovunque, e il mondo è ancora pieno di misteri» rassicura Pico, aggiungendo che anche un mondo disseminato di McDonald , Mtv e Sturbuck conserva la sua varietà. Perché a Kyoto i clienti di McDonald mangiano Mood-Viewing Burger per festeggiare il raccolto della Luna piena e nessuno nemmeno per un istante crederebbe mai di trovarsi in Kansas. Perché «vediamo forse tutti gli stessi film, ma in sostanza sono storie diverse».
E così, in Cina «Titanic » è un film sul sistema delle classi sociali, in Medio Oriente sul destino, nelle Filippine è più che altro una storia d’amore. Il rischio, insomma, non è che dappertutto ci siano le stesse cose, ma che noi pensiamo (o addirittura pretendiamo) che siano identiche. Fortunatamente non è così.
Il cervello delle mamme
Stoccolma, qualche anno fa. Lei passeggia tranquilla con marito e figlio, approfittando di una delle rare giornate di sole che offre il Grande Nord. Il parco è gremito e la famigliola adocchia un gruppo in maglietta rossa. Incuriosita lei si avvicina. L’occhio le cade sulla scritta: «Offriamo lavoro a genitori di bimbi piccoli ». Una signora in rosso intercetta lo sguardo perplesso e dopo breve inizia a spiegare. Che lavora in un’ azienda che si occupa di informatica, che l’azienda sta andando bene e cerca nuovo personale da assumere. «E lo cercate tra i genitori di bimbi piccoli?» chiede lei incredula. Certoche- sì, risponde la signora in rosso, decisa. I genitori di bimbi piccoli hanno infatti proprio le caratteristiche che un’azienda come la sua ricerca ed apprezza in un lavoratore. La signora usa parole come «efficienza » e «concretezza», «empatia» e «problem solving», «flessibilità» e «multitasking». Ma quello che più colpisce l’ascoltatrice è il tono d’ovvietà con cui racconta tutto questo. Come a dire «Giusto te che vieni dall’ Italia non le sai ‘ste cose!».
Lei sente che grazie alla signora in rosso di Stoccolma un mondo nuovo le si è spalancato davanti agli occhi. Un mondo in cui diventare genitori è considerata una ricchezza anche per le aziende, e non un infausto «incidente di percorso che si spera incida il meno possibile sul rendimento- ore dell’impiegato».
Rientrata dal viaggio, scopre che una certa Katherine Ellison la pensa esattamente come la signora in rosso di Stoccolma e ha infatti scritto un libro, «The Mommy Brain: How Motherhood Makes Us Smarter». La giornalista conferma la teoria: il cervello delle mamme, e, (udite, udite!), anche quello dei papà – ovvio, di quelli che hanno voglia di tornare a casa, di cambiare i pannolini e di fare le lavatrici, deipapàdi fatto, insomma,enon solo di nome – si modificano in modo profondo, aumentando capacità di percezione, efficienza, resistenza,motivazione e intelligenza emotiva. Meditate aziende italiane. Meditate.