Nessun ago nella pancia
Il professore li accoglie con mano ferma e uno sguardo pieno di dolcezza. Ha i capelli bianchi, il camice lungo aperto sul davanti, e una cartellina spessa tra le mani. Discute per quasi due ore in una stanzetta candida, infilata in un palazzo moderno alla periferia di una grande città con vista lago.
Spiega il test che ha eseguito sul campione di sangue inviato al laboratorio tre settimane prima: come funziona, cosa ha rivelato, quale protocollo è stato seguito, su quale grado di affidabilità si può contare. Non giudica mai, e mai ha l’aria di prendere posizione, ma traccia, con la calma semplicità con cui ci si rivolge ai bambini, i contorni precisi della situazione. Come è adesso, come evolverà, quali le strade che è possibile percorrere, e come prepararsi a percorrerle. Dove si è ora e cosa viene dopo, insomma.
Usa due codici, il professore. A lei si rivolge spiegando l’esame, in cosa differisce da quelli comunemente proposti, come l’anomalia che è stata individuata vada confermata. Vuole essere sicuro che capisca, che abbia tutti gli elementi per compiere una scelta informata, che trovi, nella spiegazione fornita, la forza necessaria.
A lui, che è uno scienziato, mostra tabelle, grafici, numeri, sapendo che, per chi è in grado di leggerli, i numeri sono fondamentali alla comprensione del mondo, e non se ne può fare meno. Quarantadue milioni di sequenze cromosomiche, otto protocolli di controllo. Cercate di non coltivare la speranza, consiglia il professore, guardando negli occhi lo scienziato.
Il test in questione è disponibile in Svizzera da settembre dell’anno scorso. È un esame che non comporta rischi. Nessun ago nella pancia. In Italia non esiste, e non c’è motivo di credere che sarà introdotto a breve.
La vita non sempre ha un lieto fine, ma ci sono paesi che, più di altri, offrono gli strumenti e le persone giuste per cercare di affrontarla.
Pubblicato su “La Stampa” il 24 Maggio 2013.
La rotta degli addii
La copertina, in bianco e nero, ritrae una donna, un uomo e un bambino di spalle, intenti a fissare un orizzonte indistinto. «Riesci a vedere la rotta che gli addii tracciarono nel tempo?» recita una poesia, una delle tante raccolte in un libro, intenso come solo i libri di poesia riescono ad essere.
Il primogenito della neonata «Rayuela Edizioni», dedicato agli «Italiani d’altrove», ventiquattro autori sudamericani contemporanei, figli e nipoti di Italiani trasferitisi in Argentina, è curato da Milton Fernandez, attore, scrittore e drammaturgo uruguaiano e direttore artistico del Festival della Letteratura di Milano. Un viaggio a ritroso nella storia, tramite le parole, sfuocate, di «portatori sani di un paese immaginario», spesso conosciuto solo tramite i ricordi e i racconti dei genitori o dei nonni. Come se quella traversata oceanica, mai compiuta, fosse una stigmate indelebile, una condanna continua al viaggio, ancorché mentale. Sembra di vederli, questi vecchi impigliati nella loro terra e nella loro lingua madre: «Lui ci leggeva Pascoli nella luce del mattino» scrive Maria Teresa Andruetto, «parlava dei pomeriggi, quelli di autunno, dei cani che annusavano funghi, quando col padre usciva in cerca di tartufi. Lei sapeva a memoria la sua vita. Lui nominava la guerra, gli anni della fuga, l’abbraccio di Paolo e dell’Etiopia. Lei nascondeva sotto il piatto le lettere che arrivavano, e sapeva tutti i nomi dei cugini lontani. A volte nelle sere recenti dell’autunno, lei ricorda Pascoli e un Paese mai visto: c’è un bimbo con suo padre e qualche cane, c’è un uomo che arranca lungo i tetti, e un amico, ed è autunno, e c’è la guerra».
E poi c’è la lingua, che è il primo luogo scambiato, promessa di comunità e spazio di relazione, vocabolario personale, melodia individuale, la cui metrica si fa, in gola e sulla lingua, biografia di ciascuno.«Mia madre parla nella lingua dei suoi ricordi» scrive Roberto Casanova Gianuzzi, «mio padre racchiude i suoi accenti fino alla fine della vita, per poter essere felice».
Pubblicato su “La Stampa”, 26 Aprile 2013
Strade lunghe e polverose
Ha ventisette anni, i capelli biondi e gli occhi azzurri come il fondo di una piscina. Si chiama Cheryl, e viene dal Minnesota. Nel giro di sei mesi perde la madre a causa di una malattia fulminante, e l’equilibrio della sua esistenza va improvvisamente in fumo. Inizia a viaggiare senza bussola per gli Stati Uniti, si droga, prova, ma non riesce, a tenere insieme il resto della sua famiglia, i due fratelli, il padre acquisito, persino Lady, la cavalla. Si piega, si spezza, si accascia.
Toccato il fondo, in quattro anni, un’idea inizia a farsi strada nella sua testa. Un’idea impulsiva, un po’ folle. E a poco a poco l’idea diventa l’unica opzione possibile. Per riempire il buco, buio e freddo, che le si allarga nel petto, per ritrovare un senso, per riscoprire qual è il segreto che ci tiene in vita e ci fa andare avanti. Percorrere a piedi gran parte del Pacific Crest Trail, il PCT, uno storico sentiero d’alta quota che va dal deserto di Mojave, al confine con il Messico, fino al Canada, passando per la California, l’Oregon e lo stato di Washington. Cheryl non è un’alpinista, non ha fatto il boy scout, non sa come filtrare l’acqua di un lago per poterla bere, o ricaricare il fornellino a gas, sbaglia a comprare gli scarponi troppo piccoli e non ha la più pallida idea di come alleggerire «Monster», uno zaino che pesa più di quanto lei potrà mai sollevare. In una solitudine radicale, punteggiata qua e là di incontri magici con la natura più selvatica e l’umanità più preziosa, Cheryl esce dalla foresta tre mesi e 1600 chilometri dopo. Trasformata dal viaggio, dalla fatica, dalle ferite, dalla paura, dallo sfinimento, dalla lentezza dell’andare, dalla fuga, dall’umiltà necessaria per tagliare il traguardo. «Wild», il libro che racconta la sua storia, è arrivato sul mio comodino dritto dritto da una libreria di Aspen, Colorado (in italiano è tradotto da Piemme).
Il mondo è pieno di strade lunghe, ripide e polverose da percorrere in silenzio. E tutti noi dobbiamo prima o poi trovare il coraggio di scoprire dove vanno.
Pubblicato su “La Stampa“, 12 aprile 2013
Per fortuna non mi ha ascoltata
Avenida de Maguiguana, Maputo, marzo 2006. Tra i frangipane, Raffaella racconta i diecimila progetti che segue in parallelo. Lavorare per l’ambasciata, studiare, scrivere, ballare, suonare e, nel fine settimana, scoprire a piedi una terra difficile e pura, brutale e sensibile, avvilita e felice. «Ad un certo punto tu devi decidere», le dicevo, «non puoi fare il panettiere e l’astronauta, l’antropologa e il pirata. Devi capire che direzione vuoi prendere, concentrarti su un obiettivo, darti delle priorità». Idiozie.
Non mi ha ascoltata. Ha scelto le sue dieci vite e più, e le ha vissute tutte. Si è sposata un brasiliano, ha avuto un bimbo, continua a viaggiare moltissimo, soprattutto in Africa, e a parlare le lingue del mondo. Il libro nel cassetto, scritto e riscritto negli anni, raccontato e corretto, l’ha dato a un editore che ha deciso di pubblicarlo.
«L’Espagnole» del titolo è Madame Isabel, una vedova emigrata in Belgio dalla Spagna di Franco, un’anziana affittacamere attorno a cui ruotano e si intrecciano le storie di giovani di passaggio, provenienti da tutta Europa, portatori di una migrazione reversibile, fatta di opportunità da cogliere e sogni da esplorare.
C’è lo spagnolo Simon, sempre a caccia di nuove conquiste, Ana la loca, una portoghese irascibile, la greca Aspasia, distratta e incasinata. Nell’ultima soffitta libera della casa sospesa di Isabel, una mattina d’inverno, arriva Maddalena, in fuga dall’Italia e da un amore finito. È venuta in Belgio per fare una ricerca sui minatori immigrati nelle Fiandre nel secondo dopoguerra.
Isabel osserva le vite in transito, gli amori fugaci, le identità che cercano il loro posto nel mondo, mentre Maddalena ascolta i racconti di fuga dalla Spagna franchista, le storie di un’Europa colma di frontiere, le sofferenze dei minatori e di un’immigrazione necessaria.
Il libro di Raffaella è una dichiarazione d’amore per la tenacia con cui le donne migranti affrontano il vivere altrove. Fortuna che quel pomeriggio, in Avenida de Maguiguana, Raffaella ha deciso di ignorarmi ed ha preferito andare per la sua strada.
Pubblicato su “La Stampa”, 22 Marzo 2013
Prendere la crisi per le corna
Celine ha 35 anni e vive a Bruxelles in un condominio acquistato in gruppo, con una coppia di amici e altre due famiglie incontrate su un sito di habitat groupé o co-housing. Ha due bambini e fa parte della Lega delle Famiglie. La mattina Céline veste Julie e Gustave con abiti di seconda mano acquistati per pochi euro ad un «troc papote» organizzato tra amiche e vicine. Ciascuno porta la sua collezione di vestiti, giocattoli o accessori inutilizzati perché gli altri scelgano, e si serve a sua volta. Alle 8 del mattino, davanti a casa, per Julie e Gustave passa il Pedibus, organizzato dai genitori degli allievi della scuola, che, a turno, accompagnano a piedi i bambini in classe. Lei va al lavoro con la sua macchina, ma sul percorso recupera in car-sharing due vicini che contribuiscono alle spese del viaggio. La musica alla radio, però, la sceglie lei.
Céline è una grafica, libera professionista. Oggi ha organizzato una riunione in una sala dell’ufficio che condivide con altri architetti, stilisti e contabili, tutti indipendenti. In comune, i mobili, la fotocopiatrice, la macchinetta del caffè, le conversazioni. A pranzo Céline mangia una torta salata e della frutta acquistata tramite un Gruppo di Acquisto Solidale che sostiene una fattoria nel Brabant Wallon. Alle 19, rientrata a casa, insieme ai coinquilini, rimette a posto le soffitte. Prima di uscire per la cena, Celine chiama la baby-sitter, che ha trovato tramite il Sel (servizio di scambio locale). La pagherà con i soldi a sua volta guadagnati con il Sel, dove offre regolarmente corsi di inglese e disegno. Libera per la serata e indossando una giacca di recente acquistata a Londra durante uno «swishing» (in inglese è il fruscio della seta, ma vuol dire anche «alla moda», una variante chic del troc-papote) e una borsa di Gucci affittata on line per la settimana, si reca a un cocktail che celebra la pubblicazione di un nuovo fumetto, che lei stessa ha contribuito a finanziare grazie al «crowdfunding», o finanziamento collettivo di progetti o di artisti. Vita altrove, prendendo la crisi per le corna.
