in Vivere altrove

Il paese a cui si appartiene è quello di cui ci si vergogna

Guardando l’Italia da una certa distanza faccio molta fatica a cogliere le sfumature. Nella costante tensione alla ricerca di un’identità un po’ smarrita di qua e di là della frontiera, i grigi, i mezzi toni, gli accenti, i riflessi di luce e le ombre che si allungano pian piano, non sono così evidenti e molto, se non tutto, mi appare rapidamente bianco o nero. In un tempo in cui ogni idea deve essere estrema ed esasperata tra due polarità per avere diritto d’esistere, questo sguardo esterno forzatamente manicheo mi sembra quanto mai rischioso, improduttivo e alla fine desolante.

Eppure sottrarsi a questa lente semplificatoria di urla e silenzi è un esercizio dannatamente difficile.

Il paese a cui si appartiene è sì quello che si ama, in quanto cartografia di affetti e ricordi, ma anche (e mi verrebbe da dire soprattutto, se non suonasse così predicatorio) quello di cui ci si vergogna. Come scriveva Carlo Ginzburg, è la vergogna che segnala davvero ed in profondità, come una cartina al tornasole, o un urticante campanello d’allarme, lo sguardo dell’altro e, in definitiva, quanto quel posto ci appartiene.

Ebbene, nella bussola dei comportamenti umani la vergogna un tempo aveva un tetto: “abitava dirimpetto a dove stavano decenza, pudore, onore”. Mentre osservo l’Italia, in quel deformante chiaro-scuro che sono le luci della ribalta e il buio della platea, ho netta l’impressione che i punti cardinali si siano mescolati. I riferimenti si fanno sempre più relativi e anche la vergogna si trasforma, si sposta, sottraendosi alle categorie del lecito e dell’illecito, del giusto e dell’ingiusto.

Non c’è oscenità e malvagità di cui ci si vergogni più e si sanziona al contrario con una boria e una virulenza che pare scontata e largamente condivisa, tanto l’azione solidale e altruistica quanto il giudizio e la competenza professionale (dell’insegnante, del dottore, del magistrato), liquidando con una semplice alzata di spalle l’indignazione sociale – una reazione all’ingiustizia – e declassandola a “buonismo”, il termine forse più raccapricciante e deleterio degli ultimi anni.

Pubblicato su La Stampa il 15/9/2017