Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

Nessuna pietà

Siamo in trentatré, stipati in uno stanzino che non misura più di quattro metri per quattro. C’è poca luce, odore di fritto e sudore. La porta sul retro è chiusa con un chiavistello, quella sul davanti no. Sul lato una finestra e tre panche. Al centro una scrivania, sopra cui è stata appoggiata una cassetta di sicurezza, chiusa con tre lucchetti.

Sono stata invitata ad assistere alla riunione di un gruppo di quartiere che a Carrefour, da quasi due anni, si riunisce per raccogliere i propri risparmi. Il gruppo ha creato un fondo di solidarietà, cui attingere in caso di imprevisti. A seconda dei bisogni e delle disponibilità, i membri possono anche richiedere un prestito, che le banche non gli concederebbero mai. La riunione è in effetti una vera e propria cerimonia. Si apre e si chiude con una preghiera. D’altronde siamo ad Haiti, dove tra cosmologia voodoo e divinità appartenenti agli olimpi religiosi più disparati, la spiritualità permea ogni aspetto della vita e condiziona ogni decisione, pubblica o privata che sia. Basti pensare che la lotteria si chiama “Padre eterno” e i tap-tap, coloratissimi pulmini che circolano a tutte le ore, hanno, al posto dei numeri, l’indicazione di salmi biblici, o scritte come “Sangue dell’agnello” e “Credi nel Signore”.

Il gruppo di risparmio non fa eccezione: si chiama “Osanna”. In un’atmosfera grave si alternano appelli, resoconti, pagamenti. Le cifre vengono pronunciate dal presidente e ripetute ad alta voce da tutti i presenti. Siamo lontani anni luce dalla finanza intangibile, dall’economia immateriale. Qui i soldi sono farina per fare dolci, sapone da vendere in barre porta a porta, uniformi per mandare a scuola i propri figli. Il gruppo si autogestisce e il controllo tra pari funziona. Eccome.

La cassetta viene richiusa. Le chiavi dei lucchetti confidate a tre persone che le custodiranno fino alla settimana successiva. La riunione è sciolta. Le labbra tornano a sorridere. L’aria pare rarefarsi. Chi ha scritto che Haiti non ha bisogno di pietà, ma di rispetto, ha senz’altro avuto il privilegio di partecipare ad una riunione come questa.

 

Pubblicato su “La Stampa”, 12 dicembre 2014.

Scritto da Irene

il 12 dicembre 2014 alle 1:11 pm

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Acqua di sorgente

Mi ha seguito per un po’. Pantaloni corti, camicia a righe, cappello di paglia. Camminava scalzo, un machete in mano per farsi strada nella foresta e tagliare i cespi di banane mature dagli alberi. Arrivati alla sorgente si è seduto all’ombra e mi ha sorriso. Un sorriso curioso, fatto più con gli occhi che con i denti. Selissa Seliancé ha 70 anni, 7 figli, e vive in cima a una valle verdeggiante sulle montagne di Ennery, Haiti. Sua moglie è una donna dall’aria espansiva, sua suocera, che sfiora probabilmente i novant’anni, canta con voce da bambina.
La sorgente ai nostri piedi sgorga sulla sua terra e Selissa ha acconsentito che fosse messa in sicurezza, che l’acqua venisse incanalata in un sistema di filtraggio, trattata con il cloro in un’immensa cisterna e fatta scendere giù fino in paese. Non ha chiesto niente in cambio. L’impresa idraulica è durata oltre un anno e ha mobilitato l’intera comunità. Non tutti erano d’accordo. Gli spiriti non lo avrebbero permesso, dicevano. Ad Haiti, tra pratiche voodoo e proseliti di avventisti, episcopali, evangelici e battisti d’assalto, la divinità è onnipresente ed è impossibile non farci i conti. Ma Selissa, lui, mentre mi apre le porte del tempio voodoo che ha costruito proprio accanto alla sua casa bianca e azzurra, mi dice che non ha esitato a lungo. Il figlio di questo ometto che di fragile ha solo l’apparenza è diventato responsabile del cantiere. Il suo granaio si è trasformato in deposito d’attrezzi, la casa ha ospitato e nutrito gli operai. Quando l’acqua è arrivata a valle anche i più scettici hanno incominciato a ricredersi.
Acqua. Ad Haiti ce n’è sempre o troppa o troppo poca, e quando c’è, se la bevi, ti ammali. Donne e bambini nelle campagne camminano per ore per andare ad attingerla da pozze insalubri e per le strade della città si fa fatica a non calpestare i resti dei sacchetti mono porzione di acqua potabile acquistati a 2.5 gourdes l’uno.
L’acqua della sorgente di Selissa adesso entra nei cortili delle case di Ennery e gli abitanti impareranno a berla senza averne troppa paura. Gli spiriti dopotutto non sembrano troppo contrari.

Pubblicato su “La Stampa -Torinosette“, 28 Novembre 2914.

 

Scritto da Irene

il 28 novembre 2014 alle 9:35 pm

Non solo ebola

Mentre le scuole e gli asili italiani, in preda a psicosi da contagio, sbarrano cancelli e portoni a qualsiasi scambio proveniente dal continente africano – senza neanche prendersi la briga di verificare se il paese d’origine sia, o meno, uno dei sei colpiti dall’epidemia di Ebola – l’Unione Europea conferisce il premio Sakharov per la libertà di pensiero, l’equivalente europeo del Nobel, a Denis Mukwege, «Le Docteur», un ginecologo che nel 1998 ha fondato il Panzi Hospital, sulle colline di Bukavu, in Congo, operando, in grembiule bianco e Crocs, donne, ragazze e bambine vittime di violenza sessuale. Il dottor Mukwege andrà a ritirare l’onorificenza a Strasburgo il prossimo 26 novembre. Sempre che Schultz non si lasci prendere dal panico anche lui, e  decida improvvisamente di cancellare la cerimonia.  O magari gli chieda un certificato medico prima di salire sul palco. Certo è che l’uomo che ripara le donne – per usare le parole della giornalista belga Colette Braeckman, che di recente gli ha dedicato una biografia –non si farà spaventare. Non dopo 16 anni di guerra. Non dopo 30 mila interventi su altrettante donne, bambine e ragazze vittime di orribili violenze e torture. Arriverà a Strasburgo – come Nelson Mandela, Kofi Annan e Aung San Suu Kyi prima di lui – e accetterà il premio con gratitudine, ringrazierà la platea con un largo sorriso, e poi, implacabile, comincerà la sua arringa.  Quella di chi cerca di scuotere le coscienze delle nazioni, incalzando i governi ad agire. Lo ha già fatto due anni fa, di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Di certo lo rifarà a Strasburgo. Perché le cose non sembrano molto cambiate e i numeri sono ancora terrificanti: 3645 donne, bambini e uomini stuprati e torturati in Congo tra gennaio 2010 e dicembre 2013. 3645 vittime, 187 condanne soltanto. «Come si può restare con le mani in mano senza fare niente? Davvero non capisco», si chiedeva allora Mukwege. E se lo chiederà di nuovo. Ma almeno il Parlamento europeo non gli ha chiuso il portone in faccia.

Pubblicato su “La Stampa”, 31 Ottobre 2014.

Scritto da Irene

il 31 ottobre 2014 alle 3:01 pm

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Tempo relativo

Liste. A quanto pare sono diventate il nuovo imperativo categorico e in pochi, pochissimi, si sottraggono alla smania tassonomica di compilarne una. I libri più significativi, i film mai dimenticati, i fiori più profumati, le ricette meglio riuscite, le piscine più profonde, i grattacieli più alti. La rivista di climatologica americana «Weatherwise» ne ha creata una dedicata ai dieci posti peggiori in cui vivere, meteorologicamente parlando. La lista, – ad ammetterlo sono gli autori stessi – è arbitraria e sommariamente antropocentrica, ma in questo autunno di piogge e allagamenti, ha se non altro il pregio di aiutare a relativizzare. Un po’.

Il villaggio di Oymyakon in Antartica, con i suoi 500 abitanti, contende al siberiano Verkhoyansk, il palma res di “Polo Nord del freddo”’, avendo registrato – 67,7 gradi Celsius il 6 febbraio 1933 e scendendo regolarmente, tra dicembre e febbraio, a meno 45. L’isola norvegese di Buvet è invece la più remota e inospitale isola del mondo: meno di 50 metri quadri sperduti nell’Oceano Atlantico e ricoperti di ghiaccio ogni giorno dell’anno, senza eccezione. L’erg sahariano, tra tempeste di sabbia, mancanza di acqua e un’escursione termica che passa in poche ore da 0 a 40 gradi è in assoluto uno dei posti più pericolosi per l’essere umano, e si guadagna un ottavo posto sulla scala della sgradevolezza climatica, preceduto dai venti furiosi della Patagonia. Il luogo più caldo della terra è invece Dasht-e Lut, in persiano «deserto del vuoto», nell’Iran centro-orientale: la superficie della terra nel 2005 ha sfiorato i 70 gradi. I ricercatori che lavorano a Summit Camp, una stazione scientifica nel bel mezzo della Groenlandia, a 3200 metri di altitudine, vivono nelle più estreme condizioni climatiche del pianeta. Quarto, terzo e secondo posto spettano alla regione del Karakorum, al confine tra Pakistan e Cina, alla costa Antartica, e ai monti Logan e Saint Elias in Canada e Alaska. A 1500 chilometri di distanza dal Polo Sud, la stazione russa di Vostok ha registrato la temperatura più bassa mai riscontrata sulla terra: ?89.2°, aggiudicandosi così il primo posto sulla lista.

Pubblicato su “La Stampa” il 17 Ottobre 2014.

Scritto da Irene

il 30 ottobre 2014 alle 9:47 pm

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Là fuori: il mondo

C’è la coppia di americani che vive in un duplex a St-Germain des Près. La studentessa inglese che frequenta l’università in Olanda ed è sempre in ritardo. L’impiegato spagnolo che vive in Scozia e si è appena ripreso, dopo la paura del referendum indipendentista.

C’è il traduttore americano che lavora a Berlino e traduce, e c’è una Canadese di nome Tango che faceva l’analista finanziaria a Calgary, vestiva tacchi a spillo e beveva molti martini, prima di incontrare un surfista di nome Penfold e trasferirsi con lui nel cuore de Portogallo.

C’è un austriaco che si è trasferito ad Hong Kong per amore e Linda, un’insegnate tedesca che discute e discute e discute di scuola e scolastica in Messico. Ci sono due pensionati australiani che si godono una villa nel Chianti e una madre lettone che ha preso armi e bagagli e si è installata con i tre figli e il gatto siamese a Yerevan.

C’è un azero, nato a Baku, che dopo dodici anni londinesi, ha messo radici a Doha e c’è David, originario di West Kensington, arrivato in Bosnia Erzegovina alla fine degli anni Novanta con la missione di Peacekeeping e lì spiaggiato ormai da anni in un villaggio non lontano da Laktaši.

C’è Tracey, che con il marito Ryan e la gatta Bella, ha deciso di lasciare Johannesburg per il deserto della Namibia e Line, che dalla Danimarca, è arrivata a Shangai, passando per Londra e New York.

C’è Orana, peruviana, make up artist, di lontane origini italiane, che ora vive a Phuket in Thailandia e Brian et Noelle, entrambi irlandesi che, per il momento, insegnano inglese a Daejeon, nella Corea del Sud.

Leggo i loro racconti, affidati ad altrettanti blog in svariate lingue. Sono tutti ricchi di pensieri e riflessioni, dubbi ed esitazioni. Ironici, scanzonati, appassionati, enciclopedici, esistenziali. E penso, felice e rassicurata, che c’è un mondo intero là fuori che non ha paura di ciò che non conosce. Non ha paura di muoversi, scoprire e perdere l’equilibro. Non ha paura di capire e sfidare le frontiere.

Pubblicato su “La Stampa”, il 10 Ottobre 2014.

Scritto da Irene

il 10 ottobre 2014 alle 8:33 pm

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