Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

Se le nonne accendono la luce

Non crede all’istruzione formale, Roy, anche se lui ne ha ricevuta una costosa ed esclusiva. Non crede ai diplomi di carta, agli insegnamenti che vengono dall’esterno, alle soluzioni esogene che cercano di imporsi dall’alto senza avere radici nella terra che le riceve. Diffida della tecnologia quando la si usa senza essere capaci di comprenderne i meccanismi e di riprodurla. Quando rende schiavi e non liberi. Considera valore l’educazione, la cultura dell’esperienza, il sapere tradizionale, l’apprendimento tra pari, la parità tra uomini e donne, l’autosufficienza, la dignità dell’essere umano, indipendentemente da.

Visionario, eccentrico, carismatico, integro fino al midollo e austero come solo un gandhiano, Roy ha ispirato e creato un nuovo paradigma di lotta alla povertà, fondando, alla fine degli anni Settanta, a Tilonia, tra le colline del Rahsamand, in India, il Barefoot College, “collegio dei piedi nudi”. Esclusivamente costruito da e destinato ai più poveri tra i poveri abitanti delle campagne (prima soltanto indiane, poi col passare degli anni anche africane e asiatiche), il campus forma dentisti, ostetriche, meccanici, artigiani, carpentieri, operatori radio, architetti e contabili, in particolare donne, possibilmente di una certa età, meno propense dei giovani e degli uomini a lasciare il villaggio d’origine e più inclini a condividere il proprio sapere con la comunità al loro rientro. Per sei mesi venti ”nonne” provenienti da altrettanti paesi, studiano, tramite un ormai consolidato codice di colori (molte di loro non sanno leggere o scrivere), per diventare ingegneri solari. L’esperienza, a sentirla anche solo raccontare, è di quelle che tolgono il fiato. Più forti, determinate e soprattutto più consapevoli delle proprie capacità, le ”solar mamas” ripartono da Tilonia del tutto trasformate: non solo saranno in grado di installare e riparare semplici impianti fotovoltaici in grado di portare luce nelle abitazioni, cliniche e scuole dei loro villaggi, ma, avendo appreso ad insegnare quanto è stato loro trasmesso, veglieranno a che quel sapere non vada perduto o disperso. Altrove.

Pubblicato su “La Stampa”, 20 marzo 2014.

Scritto da Irene

il 21 marzo 2015 alle 2:23 pm

Tasse e premi Nobel

Lo confesso. Qui e ora. Senza bisogno di spie o liste o leaks o inchieste esclusive sui settimanali. Ho un conto in Svizzera. In una banca svizzera. Un piccolo conto in una banca svizzera, ci terrei a dire, tanto piccolo che quando mi sono informata se casomai potevo investire qualcosa, l’addetto alla banca svizzera in questione ha riso. E si è pure tenuto la pancia, mentre rideva.

Comunque ciò non toglie che ho un conto in banca in Svizzera.

Non sono le dimensioni che contano.

Certo la rivelazione è meno eclatante quando la si leghi al fatto che lavoro in Svizzera. Però – perché c’è sempre un però – ho anche un conto in Italia e uno in Francia. In Francia ci vivo e ci lavora mio marito e in Italia possediamo un piccolo appartamento. Confessione per confessione tanto vale essere del tutto trasparenti. Tre paesi, tre conti. Un solo passaporto. Sembra facile. Sembra, ma non lo è. E le tasse? Già le tasse. Le pago, ovvio. A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le proprie capacità, no? Le pago, senza lamentarmi, in tre posti. E se raccontassi anche solo la punta dell’iceberg che è il labirinto fiscale-finanziario che i tre Stati simpaticamente mi impongono (con burocrazie che in alcuni casi neanche in Corea del Nord), sono certa che vincerei il Nobel per l’economia. Il che mi porta dritta al punto. Perché c’è sempre un punto.

In una delle ahimè numerose sessioni familiari dedicate al mensile dipanare del gomitolo fiscale-finanziario in cui sono avvolta (o direi piuttosto strangolata) scopro che, se tutti, con un po’ di impegno, possono vincere il Nobel, non tutti ci pagano le tasse sopra. Dipende. Non dal Nobel o dall’onestà della persona che lo riceve, ma dalla residenza. Alcuni Stati infatti lo considerano un reddito imponibile (ad esempio l’Italia), altri no (ad esempio la Francia). Così se vivendo in Francia e lavorando in Svizzera, ti capita di vincere un premio per un’opera d’ingegno in Italia, la vita in bilico tra tre frontiere, complice una rara ed irripetibile alchimia, per una volta, ti può anche sorridere.

Pubblicato su “La Stampa”, 6 marzo 2015.

Scritto da Irene

il 7 marzo 2015 alle 7:32 pm

Bandoli di matasse

Oggetti che raccontano di una vita altra, che avrebbe potuto essere, se, magari, e alla fine invece no. Per forza, per caso, per fortuna, chi può dirlo. Un maglione, una borsa, una forcina per capelli. Non servono per fare bilanci o tirare somme. Sono lì e basta. Al massimo prendono polvere. Bandoli di matasse rimaste gomitoli.

Gli oggetti «Sliding doors», li chiamo. Dal film, con la bruna che poi diventa bionda, ma solo se la porta della metropolitana non si apre. Perché invece se si apre e lei sale sulla metropolitana succede tutt’altro.

Di questi oggetti ne ho parecchi e alle volte, quando li osservo, mi accompagnano, anche solo per pochi istanti, in viaggi immaginari. I viaggi dei se, senza rimpianti o angosce.

C’è il pile blu peloso. Quando lo metto mi ritrovo catapultata ad Ottawa, a meno 26 gradi centigradi, a pattinare sul fiume ghiacciato. Rivedo l’aereo che atterra sotto la tempesta di neve, gli autobus scolastici gialli, uguali a quelli di Charlie Brown. Risento il titolare della libreria che parla una lingua che sembra francese, ma di cui non riesco a capire una parola. Rivivo una cena amichevole con possibili colleghi del marito scienziato in cui si è parlato di campeggio, wilderness, pesca nei laghi ghiacciati e orsi polari.

C’è la collanina di pezzettini di vetro azzurro. Viene da Ilha de Moçambique, antica fortezza portoghese, porto commerciale, centro di smistamento degli schiavi, oggi un incanto in rovina sommerso dalla storia. Quando la indosso d’improvviso la vita rallenta e sa di salsedine, di umido, di cene cucinate sul fuoco per la strada e di volti dipinti. A Ilha (o nei paraggi) avrei potuto rimanere, per continuare a dare senso alle cose. Ma è andata altrimenti.

C’è la tazzina di ceramica di Folegandros – chi non ha mai pensato di mollare tutto e ricominciare su un’isola Greca? – e la borsa con gli specchietti di Thiruvannamalai in India, dove non avrei mai avuto la forza di mettere radici, ma a ripensarci, di oggetto in oggetto, di vita in vita, da laggiù l’aereo mi ha portato proprio dove sono adesso.

Pubblicato su “La Stampa”, 20 febbraio 2015.

Scritto da Irene

il 28 febbraio 2015 alle 1:34 pm

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Se sposti la linea del possibile

Takao alleva le anatre al posto dei pesticidi per disinfestare le sue risaie dalle erbacce.
Bunker insegna alle nonne più povere del mondo (nonne, nonne, non donne, avete capito bene) come diventare ingegneri solari. Le invita in un campus sperduto tra le colline del Rahsamand e, in soli sei mesi, dona loro tutti gli elementi necessari per sfruttare l’energia solare nei loro paesi d’origine. Jordi ha inventato un metodo per prelevare il sangue senza aghi. Indolore ed economico. I bambini ringraziano. E un po’ anche i grandi.  Madame Chatrakul fabbrica scarpe con la pelle del pesce (d’altra parte perché il serpente sì e il pesce no?) e Francisco fa saponette con l’olio di frittura esausto. La banca di Plernpis Thongklad in Thailandia non presta soldi ma bufali, per tre anni. Martine trasforma i gusci di ostrica destinati alle discarica in pittura e Stephan Wrage costruisce aquiloni giganti per trainare le navi porta-container senza usare carburante. Bart è diventato istruttore di topi sminatori (ma c’è anche chi sta cercando di farne degli sniffatori di tubercolosi o di tumori alla prostata!) e Yukihiro ricicla pannolini (il Giappone da solo ne consuma 60 mila tonnelate all’anno) per farne combustibile. Petra, biochimica svedese, ha trascorso undici anni a creare un sistema semplice e di facile impiego per purificare l’acqua con la luce del sole ed Eben, negli Stati Uniti, si è inventato un imballaggio a base di funghi e concime organico: economico, resistente e, a differenza del polistirene, in grado di decomporsi prima di 10 mila anni.

Ambiziosi e ostinati, giovani, giovanissimi o pensionati, visionari o realisti, creativi e coraggiosi, gli innovatori (o imprenditori) sociali sono individui posseduti da un’idea, gente dal respiro lungo e dallo sguardo che si perde all’orizzonte. Che vivano nel nord o nel sud del mondo, in Brasile, Cambogia o Islanda, hanno in comune la capacità di trasformare gli ostacoli in opportunità, i problemi in soluzioni a lungo termine per chi più ne ha bisogno, di sfidare lo status quo, spostando la linea del possibile.

Pubblicato su “La Stampa“, il 6 febbraio 2015.

Scritto da Irene

il 21 febbraio 2015 alle 10:51 am

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Far pace con il mondo

Litiga con il francese. Con gli accenti, i suoni uguali che si scrivono in quattro o cinque modi diversi, le parole che si pronunciano solo a metà, i verbi. Mannaggia ai verbi francesi.

Litiga con l’italiano. Con le doppie, queste sconosciute, con le «a» con l’acca e le «e» con l’accento, con le «gn» e le «gl» e le «ch».

Litiga con l’inglese. Con «they» e «them» e «then», con «come» e «came», con «we» e «us» e «him» e «her». E ciò, malgrado l’amore totale, incondizionato, ossessivo e martellante per Harry Potter.

Litiga, si incaponisce, si dispera, si confonde. Il suo cervello fuma quando apre un libro e cerca di capire in che lingua è scritto. Apre, scruta, studia, avvicina gli occhi alla pagina, legge nella mente e prova a dire, muovendo le labbra. In genere esce un suono a casaccio, cui lei si attacca, rimasticandolo e risputandolo alla ricerca di un senso compiuto. O quasi.

Avere all’attivo tre lingue le permetterà di comprendere un po’ di più il mondo? Le sue complessità, le sue contraddizioni, le sue sfaccettature? Chissà. Forse. Mi dico che le lingue sono altrettante finestre sul mondo. Che potrà leggere dell’Italia in italiano, della Francia in francese, dell’Inghilterra e dell’America in inglese. Ma potrà anche, se vorrà, mescolare le carte. Sì, mescolare le carte, rivoltare il mappamondo e vedere cosa pensano gli italiani della manifestazione a Parigi, cosa i francesi delle reazioni sconcertanti e misere dell’Italia sulla liberazione insperata di due giovani connazionali, cosa l’America, di se stessa e del mondo. Cosa i Nigeriani, dello sdegno mediatico occidentale. Cosa i tunisini, delle traversate in barca, verso un futuro possibile.

Ora litiga con le lingue, mia figlia. Ci mancherebbe altro. E temo che ne avrà ancora per un bel po’. Ma poi, magari, alla fine, farà pace con le parole e con i mondi che rappresentano. E i suoni smozzicati diventeranno frasi di senso compiuto. E pezzetto dopo pezzetto, sillaba dopo sillaba, riuscirà, forse, a costruirsi intorno un mondo meno unidimensionale, meno ripiegato su se stesso, meno atono e alienato e incanaglito di quello che le sta consegnando oggi l’umanità.

Pubblicato su “La Stampa”, 23 Gennaio 2015

Scritto da Irene

il 24 gennaio 2015 alle 1:57 pm