Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

Felicità è …

Lavoro nel paese più felice del mondo, la Svizzera. A dirlo non sono io, che diffido del potere ansiogeno delle classifiche e nelle scale da uno a 10 tendo, indipendentemente dalla domanda, a darmi al massimo sei meno meno, ma un folto e colto gruppo di economisti, neuroscienziati e statisti che, per il terzo anno di fila, ha pubblicato il World Happiness Report, ovvero il Rapporto sulla Felicità nel Mondo. A leggerlo così potrebbe sembrare uno di quegli stupidi sondaggi del tipo i ponti più alti del mondo, i borghi più misteriosi dell’emisfero australe, i mari più limpidi del pianeta. Ma in effetti si tratta di una cosa più seria, e non solo perché dietro c’è il Programma di sviluppo sostenibile dell’Onu insieme alla University of British Columbia, la London School of Economics e l’Earth Institute della Columbia University.

La domanda alla quale il documento, che conta 173 pagine, cerca di rispondere è cosa rende noi esseri umani felici? Qual è la ricetta della felicità? Che il Pil non rappresenti un indicatore sufficiente per fotografare lo stato di benessere di un Paese è ormai una verità ampiamente condivisa, oltreché una questione di buon senso. Certo lo sviluppo e la crescita economica sono importanti (non per niente il Burundi, il Burkina Faso e il Chad figurano nella top -10 dei Paesi meno felici al mondo), ma da soli non bastano. Che si parli di individui o di collettività. La salute, fisica e mentale, è importante. E neanche questa è una sorpresa. Ma l’elemento davvero decisivo che sembra fotografare meglio il livello di soddisfazione di un individuo è legato, direbbe Aristotele, al suo essere un animale sociale. Stiamo bene e siamo soddisfatti della nostra vita, come individui e come nazioni, se abbiamo una rete di aiuto alle spalle, se abbiamo la sensazione di essere padroni delle nostre scelte, se percepiamo intorno a noi generosità e accoglienza, se ci fidiamo di chi ci governa e della sua integrità. Di questi elementi l’agenda politica mondiale raramente si ricorda. Il Rapporto sulla Felicità è li per quello.

Pubblicato su “La Stampa”, 1 maggio 2015.

Scritto da Irene

il 2 maggio 2015 alle 2:01 pm

Dice che è noia e tedio

Dice che Ginevra è una città vuota e senz’anima. Che piove sempre, o nevica, o c’è il vento. Dice che fa troppo freddo e nuvolo e non c’è mai il sole. Che tutto costa caro, che i ristoranti chiudono troppo presto e si mangia sempre male, che le palestre sono sporche e i vigili ti fanno troppe multe se parcheggi sui marciapiedi. Che la gente non ti sorride, la musica nei locali è orribile e andare al cinema è faticoso, perché non c’è doppiaggio. Dice e ripete ogni volta che ne ha occasione che vivere qui è noia e tedio e il tempo scorre lento, piatto, monotono e triste. Che per resistere, lei, deve andarsene via ogni fine settimana. Con l’aereo, la macchina, il treno, poco importa. Basta andarsene, basta avere una meta, il venerdì sera, che la porti via di qui. Un posto che la sottragga a tutto questo squallido piattume. Torino, Milano, Parigi, Londra, Berlino, la Liguria, la Costa Azzurra, Roma, Venezia, la Sicilia. Va bene tutto, purché non sia qui. Anche il dottore ce l’ha in Italia, che altrimenti mica si fida. E non parliamo del parrucchiere.

Così, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, senza neanche accorgersene, vive una vita in trasferta. L’ufficio in una nazione, gli affetti, lo svago, il baricentro emotivo in un’altra. E tra le due, un muro, fatto di abitudini, giudizi inossidabili, partiti presi, pigrizia. Perché ci vuole coraggio, certo, a lasciare il proprio paese, anche quando lo si fa in condizioni di privilegio, ma ci vuole più coraggio ancora a mettere radici in un altro. Ad aprirsi a ciò che non si conosce, ad accogliere ciò che è diverso, ad apprezzare nuove regole, nuovi ritmi, nuovi sistemi. A scoprire, senza troppi filtri e con genuina curiosità, l’essenza e l’identità di un universo acquisito. E paradossalmente è più difficile adattarsi quando le differenze non sono clamorose, e poco o niente sembra esotico o enigmatico. Ginevra non è Bali, o Praga o Lagos. Non è neppure Singapore o Sydney e certo non si pretende Londra o Parigi. Starci senza viverci, però, è davvero un’occasione sprecata.

Pubblicato su “La Stampa”, 17 aprile 2015.

Scritto da Irene

il 18 aprile 2015 alle 1:32 pm

B e l’America delle 100 lire

Lei non lo sa, ma io, in segreto, la considero una specie di modello. Qualcuno cui ispirarsi, discretamente. B è partita da Torino e dall’Italia prima di me, ed è andata ben più lontano di me. È diventata mamma all’estero prima di me e si è confrontata con la ricerca di un lavoro (e con quella di un permesso di lavoro), prima di me.

In qualche modo, mi ha aperto la strada, affrontando, con qualche anno di anticipo, un sacco di cose che avrei vissuto anch’io. Nel farlo, B mi ha insegnato soprattutto come ci si abbandona alle novità, come ci si lancia nel vuoto con un pizzico di circospezione, una buona dose di ottimismo e un’insaziabile curiosità.

Ho chiesto a B di provare a raccontarmi il suo vivere altrove, nell’America delle 100 lire. Perché io proprio non ne sarei capace. La prima risposta è stata: d’accordo, ma da dove comincio? Da dove vuoi, le ho risposto. Io ho duemila battute da riempire ogni due settimane. Fa’ con comodo. Mi ha scritto oggi. Pensieri sparsi, i primi di una serie, spero, che metterli in ordine, i pensieri di un emigrato, è impresa di una vita.

Dice che altrove, sorprendentemente, ci si scopre più socievoli. Che a uscire dal proprio ambiente, si osa di più. S’impara “a parlare con tutti”, “ad andare alle feste dove non si conosce nessuno”. Ci si apre e si curiosa nelle storie altrui, senza applicare filtri. Quelli che circoscrivono le tue amicizie ad una scuola, un quartiere, una zona, un interesse, una tribù.

Dice che l’essere a metà del guado, né da una parte né dall’altra della frontiera, ti accende. Che mettersi a nudo e ripartire da zero ti regala, insieme ad un senso perenne di inadeguatezza, uno sguardo più tollerante e indulgente verso il prossimo. Che in alcuni casi essere un “outsider” è un privilegio, non un handicap. Che l’accento che ti porti dietro non genera diffidenza o disprezzo, ma ammirazione. Che l’Italiano in America gode di una rendita di posizione straordinaria: l’amore che il mondo prova per il nostro Paese. E che questo amore, in Italia, raramente lo riconosciamo.

Pubblicato su “La Stampa”, 3 Aprile 2015.

Scritto da Irene

il 3 aprile 2015 alle 10:43 am

Se le nonne accendono la luce

Non crede all’istruzione formale, Roy, anche se lui ne ha ricevuta una costosa ed esclusiva. Non crede ai diplomi di carta, agli insegnamenti che vengono dall’esterno, alle soluzioni esogene che cercano di imporsi dall’alto senza avere radici nella terra che le riceve. Diffida della tecnologia quando la si usa senza essere capaci di comprenderne i meccanismi e di riprodurla. Quando rende schiavi e non liberi. Considera valore l’educazione, la cultura dell’esperienza, il sapere tradizionale, l’apprendimento tra pari, la parità tra uomini e donne, l’autosufficienza, la dignità dell’essere umano, indipendentemente da.

Visionario, eccentrico, carismatico, integro fino al midollo e austero come solo un gandhiano, Roy ha ispirato e creato un nuovo paradigma di lotta alla povertà, fondando, alla fine degli anni Settanta, a Tilonia, tra le colline del Rahsamand, in India, il Barefoot College, “collegio dei piedi nudi”. Esclusivamente costruito da e destinato ai più poveri tra i poveri abitanti delle campagne (prima soltanto indiane, poi col passare degli anni anche africane e asiatiche), il campus forma dentisti, ostetriche, meccanici, artigiani, carpentieri, operatori radio, architetti e contabili, in particolare donne, possibilmente di una certa età, meno propense dei giovani e degli uomini a lasciare il villaggio d’origine e più inclini a condividere il proprio sapere con la comunità al loro rientro. Per sei mesi venti ”nonne” provenienti da altrettanti paesi, studiano, tramite un ormai consolidato codice di colori (molte di loro non sanno leggere o scrivere), per diventare ingegneri solari. L’esperienza, a sentirla anche solo raccontare, è di quelle che tolgono il fiato. Più forti, determinate e soprattutto più consapevoli delle proprie capacità, le ”solar mamas” ripartono da Tilonia del tutto trasformate: non solo saranno in grado di installare e riparare semplici impianti fotovoltaici in grado di portare luce nelle abitazioni, cliniche e scuole dei loro villaggi, ma, avendo appreso ad insegnare quanto è stato loro trasmesso, veglieranno a che quel sapere non vada perduto o disperso. Altrove.

Pubblicato su “La Stampa”, 20 marzo 2014.

Scritto da Irene

il 21 marzo 2015 alle 2:23 pm

Tasse e premi Nobel

Lo confesso. Qui e ora. Senza bisogno di spie o liste o leaks o inchieste esclusive sui settimanali. Ho un conto in Svizzera. In una banca svizzera. Un piccolo conto in una banca svizzera, ci terrei a dire, tanto piccolo che quando mi sono informata se casomai potevo investire qualcosa, l’addetto alla banca svizzera in questione ha riso. E si è pure tenuto la pancia, mentre rideva.

Comunque ciò non toglie che ho un conto in banca in Svizzera.

Non sono le dimensioni che contano.

Certo la rivelazione è meno eclatante quando la si leghi al fatto che lavoro in Svizzera. Però – perché c’è sempre un però – ho anche un conto in Italia e uno in Francia. In Francia ci vivo e ci lavora mio marito e in Italia possediamo un piccolo appartamento. Confessione per confessione tanto vale essere del tutto trasparenti. Tre paesi, tre conti. Un solo passaporto. Sembra facile. Sembra, ma non lo è. E le tasse? Già le tasse. Le pago, ovvio. A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le proprie capacità, no? Le pago, senza lamentarmi, in tre posti. E se raccontassi anche solo la punta dell’iceberg che è il labirinto fiscale-finanziario che i tre Stati simpaticamente mi impongono (con burocrazie che in alcuni casi neanche in Corea del Nord), sono certa che vincerei il Nobel per l’economia. Il che mi porta dritta al punto. Perché c’è sempre un punto.

In una delle ahimè numerose sessioni familiari dedicate al mensile dipanare del gomitolo fiscale-finanziario in cui sono avvolta (o direi piuttosto strangolata) scopro che, se tutti, con un po’ di impegno, possono vincere il Nobel, non tutti ci pagano le tasse sopra. Dipende. Non dal Nobel o dall’onestà della persona che lo riceve, ma dalla residenza. Alcuni Stati infatti lo considerano un reddito imponibile (ad esempio l’Italia), altri no (ad esempio la Francia). Così se vivendo in Francia e lavorando in Svizzera, ti capita di vincere un premio per un’opera d’ingegno in Italia, la vita in bilico tra tre frontiere, complice una rara ed irripetibile alchimia, per una volta, ti può anche sorridere.

Pubblicato su “La Stampa”, 6 marzo 2015.

Scritto da Irene

il 7 marzo 2015 alle 7:32 pm