Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

Matrimoni per amore, matrimoni per forza

Alla radio. Avvocato in studio. Il giovane Jean-Baptiste telefona, racconta la sua storia e chiede: «Posso sposarmi via skype?».  L’avvocato sorride, esita, chiede dettagli e concede un timido «magari in futuro, chissà».

Le tradizioni matrimoniali cambiano a seconda della latitudine e della longitudine, dell’estrazione e della credenza. A volte (ma più raramente), del tempo che passa. Sono peculiari, talvolta crudeli, commuoventi o ridicole, intrise di storia e tradizioni.

In Scozia gli sposi vengono imbrattati di ogni sorta di schifezza come gesto d’affetto. In Germania gli ospiti devono rompere tutti gli oggetti di porcellana presenti nella casa dello sposo per propiziare la fortuna. In Pakistan allo sposo si rapiscono le scarpe per poi poter chiederne il riscatto. In Cina, nella provincia di Sichaun, la sposa piange un’ora al giorno per i trenta giorni precedenti le nozze, insieme alla madre e alla nonna, come espressione di intensa gioia, mentre nella comunità Tidong agli sposi non è consentito andare in bagno per i tre giorni successivi il grande sì. In Mongolia è il fegato di un pollo a decidere la data delle nozze. In Grecia le spose hanno l’abitudine di mettere una zolletta di zucchero nel guanto, per addolcire il fatidico momento. In Malesia la sposa invia allo sposo vassoi coperti di fiori e gru di origami fatti con i foglietti delle bollette. A Giava la sposa lava i piedi allo sposo, in Corea invece sono gli amici dello sposo a colpire la pianta dei suoi piedi con bastoni e pesci essiccati.

In Afghanistan gli sposi festeggiano in due stanze separate e regalano mandorle agli invitati, amare fuori, e dunque simbolo dei tempi duri che la coppia dovrà affrontare, e dolci dentro, come la tenerezza che li unirà. Tra i Masai del Kenya, il padre sputa sul capo e sul seno della futura sposa per benedirla, mentre in Congo durante il giorno delle nozze è vietato sorridere, persino nelle foto ricordo. In Repubblica Ceca si pianta un albero nel giardino della sposa, per augurarle una vita lunga e serena. In Galles si mette il mirto nel bouquet per lo stesso motivo.

Chi lo sa, magari in Svizzera, tra non molto, basterà accendere il computer e guardarsi negli occhi.

Pubblicato su “La Stampa”, 21 Marzo 2014.

Scritto da Irene

il 21 marzo 2014 alle 5:21 pm

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Il (mio) decalogo dell’emigrato

Decalogo di una vita da emigrato. Tutti, prima o poi, sentono il bisogno di crearsene uno. Succede quasi automaticamente, come si trattasse di una forma di trasmissione orale del sapere. Una volta erano le favole raccontate intorno al fuoco d’inverno, adesso sono le regole di sopravvivenza e le pillole di saggezza dispensate un po’ a casaccio a chiunque stia ad ascoltare. Il mio, di decalogo, cambia con regolarità, a seconda del clima, dell’umore, del tasso di cambio e dei risultati elettorali. E di voci, ne ha spesso più di dieci.

Questa sera, sul divano, suona più o meno così.

Quello che per me è il paradiso per te può essere l’inferno.

Un paese che ti piace a trent’anni, può non piacerti a venti o a quaranta.

Sarai sempre un pendolare, dunque vedi di fartene una ragione.

Un giorno, forse, penserai pure a dove vuoi essere seppellito.

Si mangia bene anche all’estero. E, a volte, c’è pure il sole.

Si sopravvive anche senza bidet (ma non è detto che sia meglio).

L’italiano è una lingua stupenda, ma all’estero non serve quasi a niente.

A volte tornare in Italia fa male per giorni.

Alcuni ti chiameranno codardo perché sei emigrato, mentre loro rimangono lì a lottare. Forse hanno ragione, forse non hanno idea di cosa stanno parlando.

La politica italiana è sempre un argomento molto dibattuto, più dell’arte o del cinema. Prepararsi delle risposte è consigliato, per evitare eccessive esitazioni.

Riempire la macchina di parmigiano e caffè è un’abitudine che a volte passa e a volte ritorna.

Non sempre all’estero troverai la soluzione ai tuoi problemi.

Parlerai comunque con un accento straniero. Magari leggero, ma pur sempre accento. Rassegnati.

La vita degli amici in Italia continua tranquillamente senza di te.

La cucina dei ristoranti italiani all’estero non è come quella dei ristoranti in Italia.

La cucina dei ristoranti cinesi in Cina non è come quella dei ristoranti cinesi nel mondo.

Molti all’esterno non sanno nemmeno dov’è Torino, e per spiegarlo sei costretto a dire che è vicino a Milano (e ti odi per questo).

Pubblicato su “La Stampa”, 7 marzo 2014.

Scritto da Irene

il 7 marzo 2014 alle 10:24 am

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Quando il popolo si esprime

In Svizzera si vota spesso. Le iniziative popolari rappresentano uno dei perni del sistema elvetico. La popolazione si esprime regolarmente su quesiti referendari tra i più disparati.

C’è stata la volta in cui hanno votato contro le sei settimane di ferie obbligatorie, la volta in cui hanno detto no all’apertura prolungata dei negozi, la volta in cui hanno rifiutato seccamente di imporre un limite massimo alla differenza tra lo stipendio più basso e quello più alto all’interno di una singola azienda e quella in cui hanno stabilito che non avrebbero abolito l’obbligo di leva. All’inizio di febbraio hanno votato di nuovo, e questa volta una risicata maggioranza ha deciso di porre delle limitazioni all’immigrazione e alla libera circolazione delle persone anche se provenienti dall’Unione Europea. L’esito ha infastidito e deluso quasi tutti. I primi a stupirsi sono stati gli Svizzeri stessi. La maggioranza dei partiti, i sindacati e gli esponenti dell’economia e della finanza si erano infatti schierati a favore del «no» (lo iato tra realtà politica e realtà sociale, non è, a quanto pare, una prerogativa esclusivamente italiana).

La geografia del voto è presto detta: i cantoni con le performance economiche peggiori hanno accettato l’iniziativa, mentre città come Ginevra, Basilea o Zurigo l’hanno bocciata nettamente.

Gli scenari futuri restano da decifrare. Il voto popolare è sfociato in una decisione di principio a livello costituzionale. Il modo in cui questa decisione sarà applicata è un problema di governo e parlamento.

È tuttavia facile prevedere che qualsiasi contingentamento dell’immigrazione creerà più problemi di quanti non ne risolverà. Stando ai dati dell’Ufficio federale di statistica relativi al 2013, infatti, i lavoratori stranieri presenti sul territorio della Confederazione rappresentano il 30% della forza lavoro. Di questi, il 70% proviene da Stati dell’Unione Europea.

Un voto miope e ottuso, antieuropeista e conservatore.

Spiazza, allora, constatare che, lo stesso giorno, quasi il 70% di quei votanti abbia invece bocciato la proposta, avanzata dallo stesso partito che ha promosso l’iniziativa «contro l’immigrazione di massa», che prevedeva che l’interruzione volontaria di gravidanza non fosse più coperta dall’assicurazione sanitaria obbligatoria.

Pubblicato su “La Stampa” il 21/2/2014

Scritto da Irene

il 2 marzo 2014 alle 6:25 pm

Il mappamondo sul comodino

John Kerry ha parlato di diplomazia in Medio Oriente, Shimon Peres ha ricevuto un premio, Bono ha filosofeggiato di capitalismo e Ban Ki-moon e Al Gore hanno discusso di cambiamento climatico. Christine Lagarde ha agitato lo spauracchio della deflazione nell’euro-zona e Pepsico, Nestlé e Cisco hanno annunciato un investimento di sette miliardi di dollari in Messico, facendo un po’ di ombra, ma solo un po’, ad Oxfam e all’ultimo rapporto pubblicato, in cui si dimostra che l’un per cento della popolazione mondiale controlla quasi il cinquanta per cento delle ricchezze del pianeta.

Matt Damon ha parlato di acqua e vita e ha ricevuto un premo anche lui, e Goldie Hawn ha consigliato all’élite mondiale riunita per l’occasione in pelliccia e moon boot come combattere lo stress. Il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim ha evocato il problema dei profughi siriani in Libano senza lasciar spazio all’immaginazione (come se due volte la popolazione del Canada arrivasse negli Stati Uniti nell’arco di due anni, ha detto) mentre il Capo di Stato Islandese Ragnar Grimsson e sua moglie camminavano mano nella mano per le strade innevate, tra cecchini e limousine. ll presidente iraniano Hassan Rohan non è passato inosservato, e Melissa Meyer e Sheryl Sandberg hanno, come sempre, testimoniato dal vivo che non occorre per forza essere uomini per avere cervello, successo e soldi.

Milletrecento mini pretzels e millecinquecento bottiglie di champagne dopo, il mondo non è poi tanto diverso. Ma almeno per cinque giorni si è fermato a riflettere su dove siamo e si è preso la briga di domandarsi dove stiamo andando, complici le cime imbiancate e i boschi argentati della Svizzera.

Al World Economic Forum di Davos, ogni anno, si consuma un rito surreale e visionario che la gente comune spia da lontano, come si guarda girare un mappamondo sul comodino. Chi abita nella Confederazione, che lo ospita dal 1971, ha, sulla scena, un posto in prima fila.

Pubblicato su “La Stampa”, 31 gennaio 2014.

Scritto da Irene

il 31 gennaio 2014 alle 9:29 pm

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L’anno delle cifre tonde

Finito, concluso, kaput. Game over. The end. Titoli di coda. L’annus horribilis ha finalmente tagliato il traguardo e quasi quasi faccio partire un applauso con tanto di ola collettiva e balletto finale. Che è vero che tutte le prove ti rendono una persona migliore, che le difficoltà ti temprano, e che le mancanze ti permettono di dare il giusto valore a ciò che hai. Però. Credo che adesso possa bastare. Grazie. Mi sento temprata abbastanza e vabbè che siamo tutti perfettibili, ma gradirei una pausa anche nella lunga marcia verso il miglioramento personale. Se posso permettermi.

Il duemilatredici è stato un anno di perdite e di scoperte, di ospedali e di siepi tagliate, di distanze e di conquiste, di tanti perché e poche risposte, molte delle quali, probabilmente, sbagliate.

Un anno di corse e di corsie, di apnee e di sussulti, di dubbi e di speranze, di poche risate schiacciate tra lunghi sospiri. Di bei discorsi, e ingombranti silenzi. Di frontiere e scarpate e sentieri. L’anno del disincanto. E delle storie, anche. Per fortuna. Lette in più di una lingua, ad alta voce. Storie in cui trovare rifugio. Storie di cui riempire la testa e nutrire l’animo. Per avere la forza di ripartire.

Dice un proverbio arabo: non abbassare le braccia, perché rischi che accada due secondi prima del miracolo. Ecco, il duemilatredici non è certo stato l’anno del miracolo. No. Quanto alle braccia, non sono neanche più tanto sicura di avercele ancora attaccate alle spalle.

Però, come diceva il signor Putzer, a Dobbiaco, circa un milione di anni fa, nel suo inconfondibile accento altoatesino: «Tutto ha un fine, tranne il salame che ce ne ha due». Sempre saggio, il signor Putzer, che di fini ne avrebbe certo messe due pure a questo anno, lui. Giusto per star sicuro.

L’anno che inizia, quello, è l’anno delle cifre tonde e dei numeri pari. I miei quarant’anni. I dieci anni di matrimonio. Gli otto anni di vita all’estero. Gli ottant’anni di mio padre. Il 30 per cento di impôts à la source…

Pubblicato su “La Stampa”, 17 Gennaio 2014.

Scritto da Irene

il 18 gennaio 2014 alle 9:56 pm

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