Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

L’Isola mi ha protetto

Un’isola fuori dal tempo. Con le cabine telefoniche, i mulini a vento e le arnie delle api. I grappoli di casette bianche di pietra, le nonne, in nero, con le calze lunghe tirate su fino al ginocchio, le sedie di paglia, le finestre dipinte di blu, la sabbia di conchiglie, di ciottoli, di granelli di seta. I gatti tra i tavoli delle taverne, i gabbiani sugli scogli a contare le onde, le barche dei pescatori color pastello, con le reti gialle da dipanare, i pappagalli che mangiano noccioline, le capre che spuntano qua e là, sul bordo di dirupi bruciati dal sole o sulle creste di monti lunari.

Un’isola dove l’ospitalità è valore antico, la luce sfuma tra il madreperla e il pesco, le cicale cantano sfrenate, come se non ci fosse un domani, e le strade s’interrompono all’improvviso trasformandosi in sentieri sterrati, solo per farti un dispetto. Le tamerici fanno ombra sulle spiagge, i platani sono il rifugio di vecchi con folte barbe bianche, che sgranocchiano olive e formaggio, mangiando pane e olio, bevendo raki e aspettando, pazienti, che la carne arrostisca sul fuoco. Le coste sono incise da gole spaventose, la terra è rossa tra gli ulivi, il vento scivola sotto le porte portando nelle case profumo di origano selvatico e timo. I nomi dei villaggi suonano epici come gli dei e gli eroi di antiche leggende e invitano a rispettare il tempo, abitandolo con poche cose di grande valore, con indolenza e nostalgia e ozio.

L’irrequietezza, profonda e implacabile della vita fuori dall’isola, sempre protesa a spiare ciò che verrà dopo, a esibire, vantare, pretendere, mai appagata, si scioglie, insensata, schiacciata dall’ombra di una storia millenaria, che non cerca approvazione.

Un’isola fiera, innamorata della vita e delle cose necessarie, dura, implacabile, involontaria, ma profondamente libera. L’isola mi ha protetto, quest’estate, cullandomi in un orizzonte infinito e regalandomi, per poco, l’illusione di un accordo tra mente e mondo.

Pubblicato su La Stampa, Torinosette, il 5 Settembre 2014.

Scritto da Irene

il 5 settembre 2014 alle 7:24 pm

Che il vento vi sia propizio

Buona estate. Buona estate a chi si è trasferito per lavoro in Cile e saluterà settembre sotto una nuova luna. A chi è andato in pensione in Uruguay dopo anni passati in Africa ad insegnare a fare il formaggio. A chi era espatriato in Oriente, ma poi ha cambiato idea. In fondo del sushi si può fare a meno.

Buona estate a chi ritorna da un anno sabbatico e a chi lo incomincia. Buona estate agli studenti, ai panettieri e ai ferrovieri. Buona estate a chi le vacanze le ha fatte a maggio e a chi le farà a settembre. Buona estate a chi in vacanza non può permettersi di andarci, ma può comunque far colazione a letto la mattina, godersi le piazze deserte della sua città e ascoltare un bel disco.

Buona estate a chi è sulla spiaggia, in cima al Monviso o sotto una tenda nel deserto. Buona estate a chi va per castelli, rifugi o palafitte. Buona estate ai viaggiatori, volenti o nolenti. In bicicletta, in treno, in barca, a cavallo, in wind-surf o in passeggino.

Buona estate ai nonni-sitter, che nei mesi estivi hanno improvvisamente un lavoro a tempo pieno e magari fanno fatica, ma in fondo sono pure contenti. Buona estate a chi guida le ambulanze, a chi lavora al casello dell’autostrada, a chi pulisce gli aeroporti, a chi zappa nei campi sotto il sole d’agosto, a chi rifà i letti negli alberghi. Buona estate a chi vuole osare e buona estate a chi non ne ha il coraggio, ma magari l’anno prossimo, chissà. Buona estate a chi ha scritto un libro e buona estate a quelli che lo leggeranno inventandosi, magari solo per qualche giorno, una nuova vita.

Buona estate a chi va di fretta, sempre e comunque e buona estate a chi ancora apprezza la noia e la lentezza e trova grazia in se stesso.

Buona estate a chi fugge, dalla guerra, dalle bombe, dalla fame, dalla paura, dalla violenza di cui è intriso il mondo. Che quest’estate vi protegga e il vento vi sia propizio.

Pubblicato su “La Stampa“, 25 luglio 2014.

Scritto da Irene

il 25 luglio 2014 alle 5:56 pm

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L’altro lato della guerra

La prima cosa che noti è il suo sguardo. Intenso, diretto, aperto, intrepido, schietto. Poi i capelli. Cortissimi, neri. Un po’ bianchi ai lati. Da ultimo la voce. Nitida, calda, riflessiva.

Sono nata e cresciuta in mezzo ai colori della guerra. Racconta. Il rosso del fuoco e del sangue. Il marrone della terra che ti esplode sulla faccia. L’argento dei proiettili che ti sfiorano il viso. Sono nata e cresciuta in mezzo ai suoni della guerra. Il boato delle esplosioni, il grido delle sirene, il pianto dei bambini, il frenetico sbattere d’ali degli uccelli impazziti nel cielo, il silenzio, assordante, dell’umanità. Zainab è irachena. Fuggita dal paese durante la guerra ha trascorso buona parte della sua vita rincorrendo i conflitti. Le guerre hanno tutte gli stessi colori. Hanno tutte gli stessi suoni. In Rwanda, in Sudan, in Afghanistan, in Congo, in Siria la paura ha lo stesso odore. La paura della morte, la paura di perdere i propri cari. La paura di perdere se stessi. Di morire dentro. “The feeling of loosing the I in me”. Così lo descriveva sua madre, prima di lei. Noi tutti dall’esterno vediamo le guerre contandone i morti e i feriti, segnando i fronti su una mappa, misurando le sanzioni, registrando le dichiarazioni, seguendo i droni sullo schermo. L’80% dei rifugiati nel mondo sono donne e bambini. Il 90% dei feriti nei conflitti moderni sono civili, il 75% donne e bambini. Cifre.

Quello che consumiamo ogni giorno è solo un lato della guerra. L’altro lato è quello che Zainab racconta, con tristezza, rabbia, indignazione, chiarezza e speranza, da quando ha la voce per parlare. Quello della madre che gioca alle ombre cinesi coi bambini sotto i bombardamenti, perché non si spaventino. Quello della maestra di musica che a Sarajevo, ogni giorno, per i 4 anni di assedio, sfida i cecchini per tenere aperta la scuola di musica agli studenti di pianoforte, di violoncello, di flauto. Quello della ginecologa somala che trasforma la sua casa in un asilo destinato ad accogliere oltre 90 mila sfollati. Il lato della vita che continua, nonostante la guerra attorno. Il lato delle donne. Donne normali, che le piazze del mondo non santificano. Donne eroiche. Donne in tempo di guerra.

Pubblicato su “La Stampa“, 23 Maggio 2014.

Scritto da Irene

il 23 maggio 2014 alle 10:44 am

I tanti sguardi poggiati sul mondo

Ora lo dico. No perché, sono anni che ci giro intorno. Discutendo con le persone, ascoltando i loro racconti, leggendo quanto hanno scritto, confrontando, riflettendo, spaccando il capello in quattro. Dunque adesso lo dico. L’Italiano all’estero non esiste. Non esiste l’Italiano in Francia, l’Italiano in Svizzera, l’Italiano in Australia. L’Italiano a Londra o a Parigi o a New York. E c’è di più. Il cervello in fuga non esiste. Come categoria (sociologica) intendo. Ma poi, non sono una sociologa, e in fondo che ne so io.

Quello che voglio dire è che rischia di essere fuorviante, impreciso, generalizzante e davvero troppo semplicistico fare di chi vive all’estero pur conservando un passaporto italiano, un gruppo omogeneo, dotato di caratteristiche proprie, uniche e in qualche modo identificative. Chi parte lo fa per svariate ragioni. Ha obiettivi diversi, aspettative diverse, si trova, spesso, in condizioni diverse. E scopre, giocoforza, paesi diversi, diversi tipi di accoglienza, diversi tipi di lavoro. A volte ci si abitua, spesso ci si scontra, raramente ci si innamora.

Non tutti partono perché desiderano farlo. Molti non hanno scelta. Non perché ci sia una guerra, ma per pura e semplice carenza di opzioni. Alcuni lasciano l’Italia per migliorare le proprie condizioni di vita e magari si ritrovano a fare i lavapiatti, i camerieri o a tenere blog di cucina per ammazzare il tempo.

Alcuni trovano un lavoro qualificante, ma poi lo perdono, e non ne trovano più un altro. Allora ritornano, oppure no. Altri ancora riescono a fare carriera e allora si permettono il lusso di un certo snobismo verso il Paese che non ha dato loro le stesse possibilità. Ma forse, avessero anche solo cambiato città, restando in Italia, avrebbero trovato esattamente quello che stavano cercando.

Alcuni seguono il marito o la moglie professionista e si ritrovano davanti strade che mai avrebbero neanche immaginato, fossero rimasti. E dire che partire per loro era stato un sacrificio, una pena, uno sforzo.

Insomma, ci sono tante storie. Tutte diverse le une dalle altre, come sono diverse le persone che le vivono, diverso lo sguardo che poggiano sul mondo, diverso il modo che hanno di emigrare e di sentirsi emigrati.

Pubblicato su “La Stampa”, 18 Aprile 2014.

Scritto da Irene

il 18 aprile 2014 alle 10:58 pm

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Matrimoni per amore, matrimoni per forza

Alla radio. Avvocato in studio. Il giovane Jean-Baptiste telefona, racconta la sua storia e chiede: «Posso sposarmi via skype?».  L’avvocato sorride, esita, chiede dettagli e concede un timido «magari in futuro, chissà».

Le tradizioni matrimoniali cambiano a seconda della latitudine e della longitudine, dell’estrazione e della credenza. A volte (ma più raramente), del tempo che passa. Sono peculiari, talvolta crudeli, commuoventi o ridicole, intrise di storia e tradizioni.

In Scozia gli sposi vengono imbrattati di ogni sorta di schifezza come gesto d’affetto. In Germania gli ospiti devono rompere tutti gli oggetti di porcellana presenti nella casa dello sposo per propiziare la fortuna. In Pakistan allo sposo si rapiscono le scarpe per poi poter chiederne il riscatto. In Cina, nella provincia di Sichaun, la sposa piange un’ora al giorno per i trenta giorni precedenti le nozze, insieme alla madre e alla nonna, come espressione di intensa gioia, mentre nella comunità Tidong agli sposi non è consentito andare in bagno per i tre giorni successivi il grande sì. In Mongolia è il fegato di un pollo a decidere la data delle nozze. In Grecia le spose hanno l’abitudine di mettere una zolletta di zucchero nel guanto, per addolcire il fatidico momento. In Malesia la sposa invia allo sposo vassoi coperti di fiori e gru di origami fatti con i foglietti delle bollette. A Giava la sposa lava i piedi allo sposo, in Corea invece sono gli amici dello sposo a colpire la pianta dei suoi piedi con bastoni e pesci essiccati.

In Afghanistan gli sposi festeggiano in due stanze separate e regalano mandorle agli invitati, amare fuori, e dunque simbolo dei tempi duri che la coppia dovrà affrontare, e dolci dentro, come la tenerezza che li unirà. Tra i Masai del Kenya, il padre sputa sul capo e sul seno della futura sposa per benedirla, mentre in Congo durante il giorno delle nozze è vietato sorridere, persino nelle foto ricordo. In Repubblica Ceca si pianta un albero nel giardino della sposa, per augurarle una vita lunga e serena. In Galles si mette il mirto nel bouquet per lo stesso motivo.

Chi lo sa, magari in Svizzera, tra non molto, basterà accendere il computer e guardarsi negli occhi.

Pubblicato su “La Stampa”, 21 Marzo 2014.

Scritto da Irene

il 21 marzo 2014 alle 5:21 pm

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