Stornelli d'esilio

Articoli, scritti, inchieste, reportage (di Irene Amodei)

Far pace con il mondo

Litiga con il francese. Con gli accenti, i suoni uguali che si scrivono in quattro o cinque modi diversi, le parole che si pronunciano solo a metà, i verbi. Mannaggia ai verbi francesi.

Litiga con l’italiano. Con le doppie, queste sconosciute, con le «a» con l’acca e le «e» con l’accento, con le «gn» e le «gl» e le «ch».

Litiga con l’inglese. Con «they» e «them» e «then», con «come» e «came», con «we» e «us» e «him» e «her». E ciò, malgrado l’amore totale, incondizionato, ossessivo e martellante per Harry Potter.

Litiga, si incaponisce, si dispera, si confonde. Il suo cervello fuma quando apre un libro e cerca di capire in che lingua è scritto. Apre, scruta, studia, avvicina gli occhi alla pagina, legge nella mente e prova a dire, muovendo le labbra. In genere esce un suono a casaccio, cui lei si attacca, rimasticandolo e risputandolo alla ricerca di un senso compiuto. O quasi.

Avere all’attivo tre lingue le permetterà di comprendere un po’ di più il mondo? Le sue complessità, le sue contraddizioni, le sue sfaccettature? Chissà. Forse. Mi dico che le lingue sono altrettante finestre sul mondo. Che potrà leggere dell’Italia in italiano, della Francia in francese, dell’Inghilterra e dell’America in inglese. Ma potrà anche, se vorrà, mescolare le carte. Sì, mescolare le carte, rivoltare il mappamondo e vedere cosa pensano gli italiani della manifestazione a Parigi, cosa i francesi delle reazioni sconcertanti e misere dell’Italia sulla liberazione insperata di due giovani connazionali, cosa l’America, di se stessa e del mondo. Cosa i Nigeriani, dello sdegno mediatico occidentale. Cosa i tunisini, delle traversate in barca, verso un futuro possibile.

Ora litiga con le lingue, mia figlia. Ci mancherebbe altro. E temo che ne avrà ancora per un bel po’. Ma poi, magari, alla fine, farà pace con le parole e con i mondi che rappresentano. E i suoni smozzicati diventeranno frasi di senso compiuto. E pezzetto dopo pezzetto, sillaba dopo sillaba, riuscirà, forse, a costruirsi intorno un mondo meno unidimensionale, meno ripiegato su se stesso, meno atono e alienato e incanaglito di quello che le sta consegnando oggi l’umanità.

Pubblicato su “La Stampa”, 23 Gennaio 2015

Scritto da Irene

il 24 gennaio 2015 alle 1:57 pm

Un cappello da tenere sempre in testa

La distanza. Per l’emigrato è come un fiume in piena da attraversare. Una parete da scalare. Una galleria lunga tanto che non se ne vede la fine. Con il passare degli anni diventa come un capo d’abbigliamento. Di quelli che riconosci nel cassetto anche se sono messi al rovescio. Per qualcuno è un cappello da tenere sempre in testa, per altri una canottiera da nascondere sotto strati di maglie e maglioni. Per altri ancora una sciarpa che protegge dalle intemperie, o un impermeabile di cerata, su cui far scivolare pensieri e preoccupazioni prima che finiscano in una pozzanghera.

Il più delle volte la distanza è un nodo in gola, che non sale né scende, ma sta lì, nel mezzo della trachea, o dell’esofago, insomma da quelle parti.

È l’attesa che si prolunga, l’assenza che non si riempie, il silenzio che rimbomba nelle orecchie.

Per un’ironia beffarda e crudele del destino, ci accorgiamo della distanza proprio quando siamo vicini. E mi correggano, nel caso, i torinesi emigrati rientrati in città per le feste. È quando siamo vicini infatti che la distanza ci appare davanti, più nitida e ingombrante che mai. Parete da scalare. Galleria. Silenzio.

E dire che riconosciamo disinvolti le strade della città, ritroviamo entusiasti volti amici, gusti e odori familiari, come fossero sempre stati là (o fossimo sempre stati lì). Riscopriamo rapidamente ciò che c’è di nuovo, archiviamo senza indugio ciò che è diventato vecchio. Uniamo frenetici i puntini, fiduciosi che alla fine un’immagine apparirà. Uniamo i puntini, alla ricerca di una continuità di cui giocoforza non siamo stati testimoni oculari. Ebbene sì. Viviamo nell’epoca della condivisione obbligatoria ed esibita di ogni momento, sia esso di gioia o di dolore, di ogni traguardo, o fallimento. Ma chi sta lontano, non importa quanto o perché, sa, forse più consapevolmente degli altri, che questa condivisione non è che una chimera. Una finzione. Un miraggio collettivo. La distanza è troppo intima per essere condivisa e se ne sta lì, spessa come un muro di cinta, a tracciare i confini di un altrove degli affetti e della mente cui, ironia anche questa, non apparterremo mai del tutto.

Pubblicato su “La Stampa”, 9 Gennaio 2015.

Scritto da Irene

il 9 gennaio 2015 alle 10:57 am

Pubblicato in Articoli

senza commenti

Nessuna pietà

Siamo in trentatré, stipati in uno stanzino che non misura più di quattro metri per quattro. C’è poca luce, odore di fritto e sudore. La porta sul retro è chiusa con un chiavistello, quella sul davanti no. Sul lato una finestra e tre panche. Al centro una scrivania, sopra cui è stata appoggiata una cassetta di sicurezza, chiusa con tre lucchetti.

Sono stata invitata ad assistere alla riunione di un gruppo di quartiere che a Carrefour, da quasi due anni, si riunisce per raccogliere i propri risparmi. Il gruppo ha creato un fondo di solidarietà, cui attingere in caso di imprevisti. A seconda dei bisogni e delle disponibilità, i membri possono anche richiedere un prestito, che le banche non gli concederebbero mai. La riunione è in effetti una vera e propria cerimonia. Si apre e si chiude con una preghiera. D’altronde siamo ad Haiti, dove tra cosmologia voodoo e divinità appartenenti agli olimpi religiosi più disparati, la spiritualità permea ogni aspetto della vita e condiziona ogni decisione, pubblica o privata che sia. Basti pensare che la lotteria si chiama “Padre eterno” e i tap-tap, coloratissimi pulmini che circolano a tutte le ore, hanno, al posto dei numeri, l’indicazione di salmi biblici, o scritte come “Sangue dell’agnello” e “Credi nel Signore”.

Il gruppo di risparmio non fa eccezione: si chiama “Osanna”. In un’atmosfera grave si alternano appelli, resoconti, pagamenti. Le cifre vengono pronunciate dal presidente e ripetute ad alta voce da tutti i presenti. Siamo lontani anni luce dalla finanza intangibile, dall’economia immateriale. Qui i soldi sono farina per fare dolci, sapone da vendere in barre porta a porta, uniformi per mandare a scuola i propri figli. Il gruppo si autogestisce e il controllo tra pari funziona. Eccome.

La cassetta viene richiusa. Le chiavi dei lucchetti confidate a tre persone che le custodiranno fino alla settimana successiva. La riunione è sciolta. Le labbra tornano a sorridere. L’aria pare rarefarsi. Chi ha scritto che Haiti non ha bisogno di pietà, ma di rispetto, ha senz’altro avuto il privilegio di partecipare ad una riunione come questa.

 

Pubblicato su “La Stampa”, 12 dicembre 2014.

Scritto da Irene

il 12 dicembre 2014 alle 1:11 pm

Pubblicato in Articoli

senza commenti

Acqua di sorgente

Mi ha seguito per un po’. Pantaloni corti, camicia a righe, cappello di paglia. Camminava scalzo, un machete in mano per farsi strada nella foresta e tagliare i cespi di banane mature dagli alberi. Arrivati alla sorgente si è seduto all’ombra e mi ha sorriso. Un sorriso curioso, fatto più con gli occhi che con i denti. Selissa Seliancé ha 70 anni, 7 figli, e vive in cima a una valle verdeggiante sulle montagne di Ennery, Haiti. Sua moglie è una donna dall’aria espansiva, sua suocera, che sfiora probabilmente i novant’anni, canta con voce da bambina.
La sorgente ai nostri piedi sgorga sulla sua terra e Selissa ha acconsentito che fosse messa in sicurezza, che l’acqua venisse incanalata in un sistema di filtraggio, trattata con il cloro in un’immensa cisterna e fatta scendere giù fino in paese. Non ha chiesto niente in cambio. L’impresa idraulica è durata oltre un anno e ha mobilitato l’intera comunità. Non tutti erano d’accordo. Gli spiriti non lo avrebbero permesso, dicevano. Ad Haiti, tra pratiche voodoo e proseliti di avventisti, episcopali, evangelici e battisti d’assalto, la divinità è onnipresente ed è impossibile non farci i conti. Ma Selissa, lui, mentre mi apre le porte del tempio voodoo che ha costruito proprio accanto alla sua casa bianca e azzurra, mi dice che non ha esitato a lungo. Il figlio di questo ometto che di fragile ha solo l’apparenza è diventato responsabile del cantiere. Il suo granaio si è trasformato in deposito d’attrezzi, la casa ha ospitato e nutrito gli operai. Quando l’acqua è arrivata a valle anche i più scettici hanno incominciato a ricredersi.
Acqua. Ad Haiti ce n’è sempre o troppa o troppo poca, e quando c’è, se la bevi, ti ammali. Donne e bambini nelle campagne camminano per ore per andare ad attingerla da pozze insalubri e per le strade della città si fa fatica a non calpestare i resti dei sacchetti mono porzione di acqua potabile acquistati a 2.5 gourdes l’uno.
L’acqua della sorgente di Selissa adesso entra nei cortili delle case di Ennery e gli abitanti impareranno a berla senza averne troppa paura. Gli spiriti dopotutto non sembrano troppo contrari.

Pubblicato su “La Stampa -Torinosette“, 28 Novembre 2914.

 

Scritto da Irene

il 28 novembre 2014 alle 9:35 pm

Non solo ebola

Mentre le scuole e gli asili italiani, in preda a psicosi da contagio, sbarrano cancelli e portoni a qualsiasi scambio proveniente dal continente africano – senza neanche prendersi la briga di verificare se il paese d’origine sia, o meno, uno dei sei colpiti dall’epidemia di Ebola – l’Unione Europea conferisce il premio Sakharov per la libertà di pensiero, l’equivalente europeo del Nobel, a Denis Mukwege, «Le Docteur», un ginecologo che nel 1998 ha fondato il Panzi Hospital, sulle colline di Bukavu, in Congo, operando, in grembiule bianco e Crocs, donne, ragazze e bambine vittime di violenza sessuale. Il dottor Mukwege andrà a ritirare l’onorificenza a Strasburgo il prossimo 26 novembre. Sempre che Schultz non si lasci prendere dal panico anche lui, e  decida improvvisamente di cancellare la cerimonia.  O magari gli chieda un certificato medico prima di salire sul palco. Certo è che l’uomo che ripara le donne – per usare le parole della giornalista belga Colette Braeckman, che di recente gli ha dedicato una biografia –non si farà spaventare. Non dopo 16 anni di guerra. Non dopo 30 mila interventi su altrettante donne, bambine e ragazze vittime di orribili violenze e torture. Arriverà a Strasburgo – come Nelson Mandela, Kofi Annan e Aung San Suu Kyi prima di lui – e accetterà il premio con gratitudine, ringrazierà la platea con un largo sorriso, e poi, implacabile, comincerà la sua arringa.  Quella di chi cerca di scuotere le coscienze delle nazioni, incalzando i governi ad agire. Lo ha già fatto due anni fa, di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Di certo lo rifarà a Strasburgo. Perché le cose non sembrano molto cambiate e i numeri sono ancora terrificanti: 3645 donne, bambini e uomini stuprati e torturati in Congo tra gennaio 2010 e dicembre 2013. 3645 vittime, 187 condanne soltanto. «Come si può restare con le mani in mano senza fare niente? Davvero non capisco», si chiedeva allora Mukwege. E se lo chiederà di nuovo. Ma almeno il Parlamento europeo non gli ha chiuso il portone in faccia.

Pubblicato su “La Stampa”, 31 Ottobre 2014.

Scritto da Irene

il 31 ottobre 2014 alle 3:01 pm

Pubblicato in Articoli

senza commenti