in A scuola con Oliver

(In)dietro non si torna

I sette giorni che seguono la prima lezione hanno dell’incredibile. Come nelle telepromozioni che ti fanno vedere il prima e dopo la cura, i risultati dell’addestramento sono già visibili. Stento a crederlo io stessa, ma Oliver sembra più maturo, cammina composto, passeggia al mio fianco tutto giulivo, lanciandomi sguardi d’intesa, fa di tutto per compiacermi, è tranquillo, diligente, rispettoso. Un altro cane, insomma, con la stessa faccia da Chewbacca di sempre, ma un andi da monaco tibetano. Peccato per la cresta sulla testa. Il sabato lo racconto eccitata all’istruttore che mi riporta bruscamente con i piedi per terra: «Il fatto che non sembri più posseduto quando lo porti ai giardinetti, che dia segno di aver compreso vagamente cosa vuoi da lui quando lo richiami per tutto il parco (e quando lo fai lui resta lì dov’è, ma adesso si volta a guardarti), non vuol affatto dire che sia diventato obbediente». Capisco in effetti di aver commesso un grave errore di valutazione quando arriviamo al comando «dietro». Al suo confronto non c’è «seduto», «andiamo», «vieni», «destra» o «sinistra» che tenga. Il «dietro» è una manovra piuttosto complicata che bisogna imparare assolutamente per cambiare direzione. Non è che io e Oliver fino ad ora non abbiamo mai cambiato direzione, solo che non abbiamo mai pensato che si dovesse farlo in questo modo. Cioè: il guinzaglio passa dalla mano sinistra, alla destra e di nuovo alla sinistra, mentre il conduttore gira in senso orario facendo ruotare a mo’ di perno il cane attorno a sé, ma nella direzione opposta, ovvero in senso antiorario. Chiaro? Alla fine del reciproco avviluppamento il cane dovrebbe affiancarsi sulla sinistra e, ovviamente, mettersi seduto. A Oliver invece è venuto il maldimare. E anche a me. Pare che la tattica migliore per confondere le idee dell’animale quando dà segni di insubordinazione e irrequietezza sia di fargli fare due o tre «dietro» uno di seguito all’altro. Prometto una cena al giapponese a chiunque si offra di farlo al mio posto.

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