in Diario dal Mozambico

Il virus del pallone

I giocatori si squadrano minacciosi, ascoltando distratti gli allenatori che si sbracciano per dare loro gli ultimi pareri tecnici. Una corsetta di riscaldamento, il cambio di maglietta e la partita ha inizio, con tanto di arbitro e guardialinee. Ci sono i blu, i bianchi, i verdi e i grigi. Scalzi, con una o due scarpe, qualcuno persino con calzettoni e parastinchi. Mica si scherza, da queste parti.

Catembe, dove si trova il campo, è un distretto in fronte a Maputo, proprio al di là della Baia su cui si affaccia la capitale del Mozambico. Per risparmiare tempo ci si arriva in traghetto, un barcone stipato all’inverosimile di macchine e gente. Il torneo di oggi non è che l’occasione per radunare un centinaio di ragazzi, dare loro preservativi, informazioni, risposte precise, nella speranza che, in futuro, sapranno difendere se stessi e chissamai i loro fratelli dall’infezione dell’HIV/AIDS. In Mozambico il virus uccide ogni anno centinaia di migliaia di persone. Niente di nuovo.

Fernando, Eugenio, Giobbe sono membri dell’AJHM, l’Associazione Giovanile Umanista Mozambicana che da tempo si occupa di formazione e sensibilizzazione sul tema. Dopo aver battuto spiagge e discoteche, hanno aiutato Alisei ad organizzare questo torneo, raccattando ragazzi dai diversi barrios della città. Precede la partita il discorso d’obbligo sul come e il perché dell’evento, ma la testa è altrove e tutti attendono con eccitazione il fischio di inizio.

Mentre due squadre giocano, gli organizzatori animano il bordo campo con quiz a premio (si vincono quaderni, penne, magliette, libretti esplicativi, condom). Il tema, ovvio, è sempre lo stesso: cosa si intende per HIV? Come si prende il virus? Basta un bacio per essere contagiati? Gli animatori sono capaci, sanno come farsi ascoltare, alzano la voce, scherzano, ma intanto puntualizzano, chiariscono, sfatano i tanti miti che ancora circondano la malattia, come il fatto che si possa prendere mangiando le arance, o i polli. La prima partita è finita e mentre le due squadre successive si scaldano prima di entrare in campo, la tribuna viene invitata a scrivere su un cartellone la sua idea della malattia, con commenti e disegni. Giobbe e Fernando selezionano i migliori e da ciascuno prendono occasione per approfondire, domandare, spiegare.

Sul lato del campo c’è un sentiero che per l’intera mattinata viene percorso da donne più o meno giovani che vanno ad attingere l’acqua alla fontana. I ragazzi dell’AJHM l’hanno notato e non perdono l’occasione: Giobbe raggiunge il gruppo, si siede per terra proprio davanti alla fontana e incomincia con i test e le domande. Quando gli sguardi si fanno perplessi e increduli apre una scatola tira fuori il preservativo e mostra come fare a usarlo. Nessun falso pudore, nessun imbarazzo, nessuna esitazione. Non c’è il tempo per prenderla alla lontana, pane al pane ed è tutto. Prossima fermata le carceri.

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