in Diario dal Mozambico

Il soffio del vento

A Maputo il vento soffia solo per chi abita ai piani alti e dal balcone può vedere le cime degli alberi. O per i ricchi mozambicani (politici, amministratori, uomini d’affari e commercianti), che nelle loro nuove villette a bordo mare passano il tempo a contare le onde. Al piano terra, invece, nei bairros con i tetti di latta, l’aria è ferma e pesante. Le finestre delle case di cemento hanno le inferriate e tapparelle che per la ruggine non vanno più nè su nè giù. Proprio non c’è verso.

Ieri pomeriggio, sul piccolo terrazzo che dà su Avenida Maguigana, ho assistito al mio primo, vero, temporale tropicale: nuvoloni bassi, violente secchiate d’acqua, fulmini a far da corona ai palazzoni della città, odore pungente di terra bagnata, vento appiccicoso e salato. Nel centro del paese lo Zambesi è già a rischio di esondazione. Quando piove i mozambicani più cool mettono il cappello di lana, con o senza il pon-pon. Eugenio, il guardia, sfodera per l’occasione addirittura un berretto di piumino, di quelli con la visiera imbottita e il para-orecchie. Bon dia, Boa tarde, Todo bem, Tem frio. Il termometro dice 34°.

A Maputo si guida a sinistra, su strade a gruviera che se ci tieni alla coppa dell’olio devi fare lo slalom. Quindi stare a destra o sinistra, alla fin fine, è abbastanza indifferente. Tranne che negli incroci. Fortuna che ho il cambio automatico.

Nessun paese è un’isola, mi ripeteva a lezione il professore di antropologia, per spiegare come tutto oramai sia irrimediabilmente connesso con tutto. Aveva ragione. La lungamano della telefonia mobile è arrivata fin qui, probabilmente dal Sudafrica, il moderno colonizzatore del Mozambico, e immensi cartelloni della Vodacom ti sorridono a 50 denti dai punti più in vista della città. Le ragazze si vendono per una sera pur di comprarsi la ricarica. C’è persino Ikaya, la versione locale dell’Ikea. Dentro la Svezia, fuori l’Africa. Dappertutto galline che beccano immondizia sui marciapiedi, studenti in divisa (oggi è ricominciata la scuola), venditori di superalcolici, sigarette, caramelle, noccioline e anacardi, panetterie ambulanti, calzolai, intarsiatori di legno, parcheggiatori abusivi.

Ieri, seconda lezione di danza mozambicana. Stiamo imparando la “marabena”, una sequenza di passi diabolici tutti bacino-petto-bacino-petto, testa-collo-testa-collo. Il numero di vertebre continua ad essere un problema. Sto meditando un intervento chirurgico.

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