in Diario dal Mozambico

“Obbrigado!”

Non ho ancora un’idea precisa del perché, ma qui i nomi delle persone hanno qualcosa che nella mia mente associo ai Longobardi – quelli che sono venuti prima (o dopo) gli Unni, mi pare – e alla storia a fumetti di Enzo Biagi. Ieri ho scoperto che Dengo, per esempio, un omone che ha girato mezzo mondo, in realtà si chiama Odorico, e adesso mi fa un po’ paura. Poi c’è Eunice, la cassiera del Cinema, Eneide, Cremisio, che il nome me l’ha dovuto ripetere più di tre volte scandendo bene le sillabe, Elder, Castiga, Emersio. Nomi tipo era pre-cristiana, mi son detta, cercando una spiegazione. Se non Longobardi, almeno Visigoti, o Vichinghi. Poi vengo a sapere che Zita, l’amministratrice, fa per esteso Zita Sara Alleluya Candida. Amen.

Ho grandi problemi con le serrature, che qui funzionano al contrario, se apri si chiudono, se chiudi si aprono. Non avevo mai pensato che il senso di rotazione delle chiavi nelle serrature fosse una convenzione. Orione, anche lui, da qui sembra a testa in giù. La luna invece mostra sempre la stessa faccia, per fortuna.

“Sida é una doençia che nao se compra”, cantava il gruppo musical-attivista che siamo andati a sentire al centro franco-mozambicano nel fine settimana. Bravi, virtuosi, entusiasti, giovani. Un vulcano in eruzione che ha fatto ancheggiare e sudare a ritmo anche i più impediti tra i presenti.

La lingua ufficiale del Mozambico è il portoghese. Se già a Lisbona suona come un misto di Abatantuono e Grillo (però tristi), qui è davvero una specie di gramelot cui ciascuno conferisce l’intonazione che meglio crede, in totale e assoluta anarchia. Christian, che è austriaco, proprio non ce la fa ad arrotondare il suono della “shhh” e Giordano, che viene da Frosinone, dice “Obbbrigado”, con tre o quattro “b”. “Obbbrigado, commme va”. Vuagliò. Loro, i mozambicani, sono gentili, ti capiscono, sorridono quasi sempre. Del resto l’italiano, per loro, è portoghese malparlato. L’intercalare comune fa “Epppa”, e va messo ovunque, prima o dopo il verbo, tra l’articolo e il nome, tra il soggetto e il complemento. “Epppa”, come fossi Speedy Gonzales.

Domenica siamo stati al mare, a Macaneta, a una quarantina di chilometri da Maputo. C’è da dire che il cooperante-modello non va mai al mare e basta, come il resto del mondo. Non è previsto dal progetto. Non c’è nessuna voce del budget che dica “Mare”, “Viaggio al mare” o simili. Dunque lui, il cooperante-modello, va al mare per segnalare, con apposito GPS puntato dritto dritto verso la punta del satellite, la precisa localizzazione latitudo-longitudinale dei nidi delle tartarughe. Cammina su una spiaggia infinita da depliant Viaggi del Tucano, facendosi strada tra i granchi che giocano a rincorrersi e piccole meduse blu-dipinte-di-blu, finché il ranger della zona non si ferma, indica una bottiglia che sembra messa lì per caso e dice: “Qui c’è un nido”. Lo dice così convinto che se anche tu non hai l’impressione che lì ci sia un nido per davvero perché nulla sembra confermare questa ipotesi, neanche la sabbia un po’ smossa, le ormette della tartaruga, o qualsiasi altro dettaglio che rimandi a un carapace in procinto di partorire, non puoi fare a meno di credergli. Ciecamente. Cartellina, penna, GPS, posizione, firma. E via. Abbiamo mappato 8 nidi in tutto. Alla fine io un bagno l’ho fatto, non ho resistito. Evidentemente non sono una cooperante-modello. L’acqua era tiepida e le onde quasi ti tiravano sotto. Il mio primo bagno in Mozambico. Epppa!

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