in Diario dal Mozambico

Africa do Sul

Non mi posso certo lamentare. Il 2 febbraio, il giorno del mio trentunesimo compleanno, il Mozambico intero ha fatto festa. Per intenderci, le feste, in Africa, non sono un avvenimento, diciamo,
contenuto nel tempo e nello spazio. Un evento isolato ed episodico, preceduto e seguito da giorni feriali qualsiasi. No. Qui le feste iniziano e, tendenzialmente, non finiscono. O perlomeno esercitano una certa qual resistenza a concepire la possibilità di una eventuale prossima futura fine. Di norma questa fa timidamente capolino dopo qualche giorno, per esaurimento, dissoluzione, consunzione psico-fisica dei partecipanti. Finchè c’è uno che balla, finché c’è qualcuno appeso a un albero che beve, finché c’è un pollo sulla brace che arrostisce, la scritta The End non appare sullo schermo e la città non ha il diritto di andare a dormire.

Plaça da Indipendençia, stipata all’inverosimile di gente, non ricorda se non alla lontana piazza San Giovanni il 1° maggio. C’è il palco, la musica, l’allegria, ma l’energia che si sprigiona è più profonda, sfrenata, estrema. Come se fosse l’ultima occasione di far festa prima della fine del mondo e del ritorno dei dinosauri. Si balla sotto il palco, dentro e sopra i pick-up che si addentrano incoscienti tra la folla fendendola come burro. Si balla sui marciapiedi e davanti alla cattedrale, anche se la musica è solo un sibilo lontano e il tasso alcolico, alle stelle per regolamento, compromette l’equilibrio.

Se poi, mettiamo per ipotesi, qualcuno ha la sfacciata fortuna di compiere gli anni proprio in quel sacro giorno di festa, allora è come se si fosse raggiunta la quadratura del cerchio. Un’apoteosi così è quasi un’epifania e va debitamente celebrata con baci-brindisi, pacche-brindisi, visite-brindisi. Il brindisi, qui, va molto. Hic!

Gli europei non sono stati costruiti per assumere una normale dose di puro entusiasmo mozambicano. Il livello della colonnina di mercurio si alza pericolosamente dopo poche ore e il rischio di un’overdose è sempre in agguato. Questione di pelle o di globuli rossi, non so di preciso. La sola via di salvezza in questi casi si chiama Africa do Sul. Più precisamente Kruger Park.

Lascio a Licia Colò e a Discovery Channel le descrizioni etologiche su tutte le specie animali e vegetali presenti e visibili in questo magnifico parco nazionale. Non intendo soffermarmi neanche un minuto su leonesse che sbadigliano indolenti all’ombra dei baobab, ippopotami sovrappeso che fanno le bolle nell’acqua del fiume Olifant, elefanti che ti fissano scuotendo le orecchie o zebre, gnù e impala che stanno sempre insieme perché due occhi sono meglio di uno ed è bene essere prudenti anche se sei nel paese di Mandela. Non descriverò neppure i kudu, che sono il simbolo del parco e oltre alle corna hanno un cerchiolino di pelo bianco sul sedere. Preferisco piuttosto cercare di descrivere cosa significa uscire dal Mozambico ed entrare in Africa do Sul.

Punto primo: se hai la sventura di aver trascorso anche solo un giorno in Mozambico sei obbligato a intingere i piedi o la suola delle scarpe in una bacinella di disinfettante, che non si sa mai che morbi ci puoi attaccare a noi sudafricani. Mi raccomando, pigia bene nell’acquetta in fondo.

Punto secondo: il passaggio dal terzo al primo mondo si misura in termini di centrimetri cubi di terra lasciata incolta. In Sudafrica non c’è n’è. In compenso c’è Wimpy, dove, se sopravvivi all’aria condizionata, all’humburger triplo e alle patatine in guazzetto, probabilmente riesci persino ad incontrare Fonzie che ti fa “Heyyy” col pollice alzato.

Punto terzo: la gentilezza dei sudafricani è martellante, mielosa e capisci quasi subito che il cameriere di turno si preoccupa di sapere come stai, domandandotelo ogni due minuti, solo perché gli è stato ordinato dal costumer officer e non perché gli interessi davvero (Wallace docet!). Ne consegue che la gentilezza dei sudafricani, soprattutto se vieni dal Mozambico, può dare sui nervi.

Punto quarto: passata la frontiera puoi a) ricominciare a mangiare i pomodori senza fargli il bagno nell’amuchina, b) bere l’acqua dei rubinetti senza morire di dissenteria; c) degustare cucina greca in ristorantini abbarbicati su fresche e ridenti colline in mezzo alle cascate; d) fare il bagno nelle suddette cascate senza neppure il costume; e) dormire in guest house gestite da vecchine con le sopraciglia disegnate a matita che sembrano la nonna di Barbie venuta direttamente dal Michigan solo per darti il benvenuto; f) ascoltare l’inglese biascicato dagli afrikaneer, che sembra fiammingo parlato da un tedesco che pizzica la zeta e risulta, a conti fatti, incomprensibile; g) chiederti se l’apartheid sia finito per davvero, come hai letto sui libri, mentre con la macchina fiancheggi imbambolato quartieri tutti abitati da neri, composti di casette fatte con lo stampino, che avranno pure il tetto e il giardinetto per carità, ma sembrano assemblate con il Lego da un bambino autistico specializzato in un solo tipo di casette, cioè quelle che hai di fronte.

Punto quinto: una parte del tuo cervello e del tuo corpo, in South Africa, si rilassa. Lo percepisci chiaramente, anche se mentre stai a Maputo non ti accorgi che quella stessa parte del cervello e del corpo è contratta. Varchi la frontiera, vedi gli ipermercati, i ranger tutti puliti, le strade asfaltate e, anche se non vorresti, anche se ti piace pensare che tu in Mozambico ci stai bene, anzi benissimo, senti quella frazione di te che finalmente smette di montare la guardia e si accascia sfinita. Come se per incanto le distanze si fossero azzerate e ti avessero teletrasportato di colpo a casa della mamma.

Punto sesto: quando torni in Mozambico e fai lo slalom tra i poliziotti che lo sanno che sei stato in un paese ricco e vogliono a tutti i costi fartela pagare, ti senti come in un limbo. Da un lato ti dici che quella è l’Africa, e tu vuoi stare proprio lì, e non in un pezzetto di America trapiantato sul suono africano. Dall’altro, quando sali in casa, ti sdrai sul letto e rimbocchi la zanzariera, senti quel pezzetto di te che, tirato un lungo sospiro, torna sul ponte di vedetta.

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