in Diario dal Mozambico

Il mio spazio

Difficile non farci caso. Cammini per le strade, incontri una persona qualunque, la saluti, ci parli o, semplicemente, gli passi affianco e senti subito che qualcosa ti sta stretto. Controlli la cintura, il reggiseno (chissamai…), le scarpe. Pensi: magari è la cucina tradizionale, troppi polli e troppa xima, la polenta di mais che sostituisce il pane e ti gonfia come un dirigibile. Niente. Non sei tu. Eppure la sensazione è netta, quasi palpabile. Come se le distanze tra te e il mondo si fossero accorciate, come se il tuo spazio fosse compresso, ridotto, schiacciato.

Ci vorrebbe un sociologo. Se ci fosse lo porterei a ballare nella baixa, il vecchio quartiere di Maputo che, di sera, si trasforma in una specie di Pigalle africana. Forse rimarrebbe turbato dal traffico di donne, forse no. I sociologi sono gente navigata. Sia come sia, non ci metterebbe molto ad accorgersi di questa cosa. La sua pelle se ne accorgerebbe. I mozambicani stanno vicini, si toccano, si guardano dritti negli occhi, ti risucchiano. Respirano la tua stessa aria. Il tuo stesso fiato. Azzerano la possibilità che esista un posto che èsolo tuo, una zona off limit che per entrarci devi chiedere il permesso. Le parole sono corpo e non puoi esserne geloso.

Sabato ho ballato con Luis a una festa. Luis balla da Dio, e questo va detto. Ma non è solo un fatto coreografico. Ballare con un mozambicano è come un’invasione, un assedio, un continuo accerchiamento, un incontro di energie, di pulsioni. Un piemontese in Mozambico potrebbe morire: il pudore, la discrezione, il riserbo, il suo tessuto esistenziale, le ascisse, le ordinate, tutto è come spazzato via. Il pubblico è intimo e l’intimità è pubblica. Potresti resistere, puoi resistere, beninteso, e continuare a vivere e a muoverti secondo le tue coordinate, ma ti perderesti l’anima di questo posto. In fondo farsi cambiare fa parte del gioco.

A danza uno degli insegnanti, che io ho soprannominato il Genio della lampada, perché è tale e quale a Mastrolindo, ma nero e con il pizzetto, spesso propone un esercizio tra il fisico e il metafisico. Camminiamo per la stanza e ci fermiamo di fronte a una persona. Con lei dobbiamo stabilire un contatto, un flusso, a colpo di sguardi, gesti, movenze. Questo, dice il Genio, vuol dire ballare. Viene, ti prende la testa e ti squadra intensamente per infiniti minuti. Immobile, respira, sussurra, sfiora. E io passo dall’inquietudine all’imbarazzo alla confusione, dal viola al verde al bianco, finché, stremata, cedo. Rilascio le difese e provo a dargli qualcosa in cambio, anche se ho i piedi che sudano. Non sempre è soddisfatto, il Genio, dice che continua a sentire una resistenza. Sarà il Piemonte che c’è in me e non vuole disfarsi.

Qualcuno ha scritto che l’identità è liquida. La mia pare di no.

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