in Diario dal Mozambico

Nella terra dei manghi

Di pachidermi alla famosa Riserva degli Elefanti non ne abbiamo incontrati. In compenso ci siamo imbattuti in uno scorpione e in un impressionante numero di uccelli che, per colpevole semplificazione ornitologica, mi limiterò a chiamare avvoltoi, pur sapendo che non lo erano.

Oltre a un imperituro ricordo di tanta sabbia bianca e tanto mare azzurro, alla suddetta Riserva devo anche una cheratite bilaterale. Ciapa lì e porta a ca’. La mia abbronzatura si è dunque parcheggiata in camera da letto al buio per tre giorni. Sembravo Rocky IV dopo lo scontro con Ivan Drago, solo che non ero diventato campione dei pesi massimi. La reclusione mi ha però permesso alcune riflessioni su malanni e malattie tropicali. Premesso che se stai dietro a un pick-up per 12 ore consecutive con su le lenti a contatto, finisce che ti ricoverano pure se sei chessò a Trofarello o Portogruaro. Ma è vero altresì che il comune cooperante espatriato – non diversamente dall’alto funzionario Fao o dal giovane ricercatore in licenza premio su lidi tropical-equatoriali – passa una parte consistente del suo tempo ad enumerare, con visibile apprensione, fastidi, acciacchi e improbabili patologie africane. Se ha il mal di gola pensa subito a una tonsillo-tracheite altamente infettiva, se ha il mal di testa si imbottisce di artemisina perché non ci sono dubbi che si tratti di malaria cerebrale (“Mi sento delirare dentro”, ho sentito dire una volta!), quanto a una semplice gastrite, ci sono buone probabilità che sia l’inizio di un’ulcera perforante con inguaribili complicazioni epatiche. Per non dire di quanto può diventare ossessiva l’investigazione dei tempi e dei modi delle quotidiane sedute al bagno! Allergie, intossicazioni, insonnie, inappetenze sono oggetto di preoccupate riflessioni di gruppo in cui i partecipanti fanno a gara a chi è stato più male o ha sofferto della malattia che ha il nome più lungo. In genere la chiamo “ansia da diagnosi” e mi fa un certo effetto, dato che se invece chiedi ai mozambicani come hanno perso il padre, la madre o il fratello, loro, in genere, ti rispondono con un vago e indefinito: era malato. Senza cambiare espressione. Al massimo alzando le spalle.

Se sei particolarmente grasso e prendi lo chapa sono capaci di farti pagare il biglietto doppio. Una volta si racconta che i cobradores girassero con un metro appresso per misurare la vita ai passeggeri ed esigere, a seconda della taglia, una cifra piuttosto che un’altra.

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