in Diario dal Mozambico

A Pemba, Nampula e Ilha

Liege è una giornalista di Beira, provincia di Sofala. Scrive per Domingo, Caleidoscopio fiscal e Noticias. Ha quattro figli, è separata, pizzica la “erre”, schiocca la “esse” e adora la Sprite e lo sciroppo di rosa. Liege dice sempre “sim senhora”, anche ai maschi. Non lo so perché. Ha i peli sulle gambe e mi chiama “filha”. Qualunque incontro, con lei, diventa una storia. Così abbiamo scoperto che il direttore del Sycamore Services di Pemba, il centro dove abbiamo organizzato un corso di formazione, è un rifugiato politico burundese. Che ha studiato economia, ha lavorato con la Cooperazione francese, ha fondato un giornale di nome Horizonte, e, poco alla volta, è riuscito a mettere su un’impresa tutta sua. Adesso sogna un Internet Cafè wireless, con biblioteca, caffetteria, giardino, tipografia e bottega artigiana. Mentre ripercorreva la sua vita a ritroso, Joseph Amissy si è commosso. La paura, la fatica, la nostalgia. Posso solo indovinare.

A Pemba alcune persone dormono in strada sulle stuoie di foglie di banano, altre fanno diving e prendono il sole nella bella spiaggia di Wimby. Paquitequete è un quartiere musulmano in riva al mare, con i dhow, le capanne, i baobab e una grande moschea. Nel corso della settimana è finito il “Jejum”, il ramadam. Che siccome termina secondo calcoli lunari nessuno sapeva bene se si poteva festeggiare già giovedì o bisognava aspettare venerdì. A Pemba c’è pure un “toma-e-vai”, versione locale del take away e la gastronomia di Carlo e Susanna dove si trova persino il prosciutto di Parma.

Nampula invece sembra Madras. Una Madras africana, piena di indiani indu’ e di mozambicani musulmani. E nessuno che abbia mai il resto da darti. Un mistero del Nord che nessuno si è ancora deciso a decifrare. Nicola, che lavora lì per l’Aifo, mi ha invitato ad Anchilo alla festa di chiusura di un work-shop dedicato agli ex malati di lebbra. Izilda, brasiliana e psicologa, mi raccontava di come la lebbra si nutra dell’identità delle persone. “Quello è un lebbroso, si dice”. E non quello è Mario e ha la lebbra. Le parole sono importanti. I malati nel solo Mozambico sono oltre 5000. Alla domanda come stai, ti rispondono: sono morto. Morto dentro e fuori, morto per la famiglia, lo Stato e la società. Nonostante la lebbra sia curabile e il trattamento sia distribuito gratuitamente in tutti i centri di salute del Paese. La cerimonia si è conclusa con un coro, un discorso e una candela. Per un controcanto perfetto, a quanto pare, non c’è alcun bisogno di avere tutte e cinque le dita delle mani.

A circa 200 chilometri da Nampula c’è Ilha de Moçambique. Antica fortezza portoghese, porto commerciale, centro di smistamento degli schiavi, capitale, rifugio notturno delle popolazioni in fuga dal continente durante la guerra. Ilha adesso è un incanto in rovina. Divisa a metà da una linea invisibile ma reale che separa il makuti dal cimento, la città informale da quel che resta della capitale di uno scalcinato impero coloniale. Gli intonaci delle case lacrimano l’umidità di ieri, gli abitanti squattano in abitazioni cadenti che non parlano la loro stessa lingua e bruciano i portoni di legno intarsiato per cucinare. Le case color ambra, bianche, rosa e azzurre vanno a pezzi. I vicoli sono inghiottiti dalla sabbia, dal vento, dalla salsedine, ma nonostante tutto continuano ad essere un mondo. La gente se ne sta seduta fuori a chiacchierare e quando ti incrocia ti saluta. Bom dia, boa tarde, boa noite, salaam. Cortesia, curiosità, passatempo. Le donne si spalmano il musiro sulla pelle, i bambini inanellano collane fatte con pezzetti di vetro colorati che si arenano sulla spiaggia. Narra la leggenda che provengano dai galeoni affondati al largo ai tempi d’oro dei traffici marittimi. I pescatori trascinano le reti a mano quando c’è bassa marea. Dalla terrazza di Gabriele vedo la moschea e sento le preghiere del muezim. La voce è piu’ calda e la melodia piu’ delicata di quelle di rua de Alegria. Gabriele è un architetto milanese che sull’isola ha fatto un bambino, ha aperto una guest house incredibile e adesso sta ristrutturando una manciata di palazzi per ricchi stranieri interessati a comprarsi un angolo di paradiso. Un po’ come accade ai nostri cascinali in Toscana. E’ ristrutturazione, questa? – e a chi serve? – mi domando. E ancora: si può fare un’architettura corretta per una società squilibrata?

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