in Diario dal Mozambico

O verão amarelo

Maputo a volte mi fa venire in mente quelle bolle di vetro che se le giri poi nevica. E’ per molti versi una città giocattolo: sulle strade circolano macchine cinesi degne dei playmobil e sul lungomare ci sono ville con piscina che farebbero invidia a Barbie e Ken. A Maputo si spendono i soldi del Monopoli con la miope avventatezza di chi spera di non capitare mai sulla casella degli “Imprevisti” e si vince solo seguendo (o aggirando) regole assurde inventate da un ubriaco afflitto da un complesso di persecuzione all’ultimo stadio. E scusate l’acidità. La migliore, a mio avviso, è la cosiddetta regola del per diem che prevede il pagamento di un’indennità giornaliera a chiunque partecipi a un’attività formativa (in veste di studente, sia chiaro, e non di professore). Non importa a nessuno qualche sia l’argomento del corso, il livello, la quantità di nozioni eventualmente trasmesse, la loro utilità o futilità, se nell’aula c’è l’aria condizionata o la lavagna. L’unica cosa davvero imprescindibile, la sola in cima alla lista delle priorità dei “giocatori” è il pagamento della fatidica diaria che ovviamente, essendo stata stabilita a tavolino dall’ubriaco paranoico di cui sopra, in genere è del tutto sovradimensionata rispetto al costo della vita di chiunque non si chiami Aga di nome e Khan di cognome. Sospendo prudentemente il giudizio sulla ragionevolezza di un tale meccanismo che, nella teoria originaria, avrebbe dovuto coprire le spese di trasporto e mantenimento di zelanti e motivati ancorché poverissimi aspiranti alunni. Preferisco invece soffermarmi sulle conseguenze oggettivamente perverse che esso induce qui in Africa. Un individuo normale, anche il più innocuo, ucciderebbe il cugino se questo gli assicurasse un banco in prima fila a un corso, mettiamo, di arti bianche, anche se lui, l’individuo innocuo che ucciderebbe il cugino, nella vita di tutti i giorni fa l’idraulico o il sarto. Tanto l’importante non è il corso, ma il per diem. La cosa che più mi fa imbestialire è l’idea malefica che finisce per prevalere, e cioè che la cultura non solo non vale di per sé, non solo non costa (soldi, fatica, concentrazione, studio) ma, per essere anche solo minimamente appetibile, va “devoluta”, meglio svenduta “due al prezzo di uno” perché altrimenti l’aula rimane vuota. E daglie, con slavinate di panini, bevande e gadget. Da qui ad Alfieri che si lega alla sedia c’è qualcosa di più di una semplice distanza.

Tornando alle regole del gioco ne esiste un’altra che ha il sapore demodé delle fotografie virate seppia. “O vidro, o vidro, cuidada meã senhora, não esquece o vidro”, ti ripetono, con le pupille dilatate e il respiro affannoso, i gestori delle numerose baracche da marciapiede quando ti vendono una Coca-cola, una Fanta Ananas (esiste pure la Fanta Uva) o una birra, per convincerti che, una volta consumato il contenuto, è praticamente vitale che tu restituisca il vuoto. Rassicurarli è impresa impossibile. A nulla vale giurare sull’Olimpo al completo, volgersi verso La Mecca o rilasciare la fotocopia autenticata del codice fiscale. Não há maneira!

Se chiedete in giro qual è il colore del Mozambico la risposta sarà, senza esitazione alcuna, il giallo. Credo non esista nell’intero Paese un solo luogo da cui non sia intercettabile, fosse pure con la coda dell’occhio, un cartellone pubblicitario della Mcell, la compagnia telefonica nazionale, il cui colore è, appunto, il giallo. Il tormentone, “O verão amarelo”, alias “L’estate gialla” campeggia su muri, pareti, magliette, cappellini che neanche il cornetto Algida d’estate a Rimini. Risposta, orgogulhosamente moçambicana, alla Vodacom sudafricana, Mcell ha superato quest’anno il milione di abbonati: niente male davvero per un Paese di 18 milioni di persone, il 70 per cento delle quali vive al di sotto della soglia della povertà.

Nel paese si è appena conclusa la campagna di vaccinazioni contro la polio e il morbillo. Mi hanno raccontato una cosa: quando non sai quanti anni ha un bambino devi fargli passare il braccio intorno alla testa. Se con la mano destra riesce a toccarsi l’orecchio sinistro vuol dire che ne ha più di cinque.

All’angolo tra la Lenine e la XXV de Setembro c’è un negozio che di chiama “Protoner tzunami”. Sotto il logo di un’onda che si increspa, la scritta recita “Wave of tecnology”. Il cattivo gusto non ha davvero limiti.

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