in Ici Genève

Rigore ginevrino

Gli svizzeri esistono per davvero? Intendo persone che abitano in Svizzera e hanno una famiglia composta da Svizzeri doc che parlano lo Svizzero? Ancora non ne ho le prove. Conosco emigrati italiani, francesi, norvegesi, una slavinata di austriaci super-atletici, qualche ungherese in bolletta, spagnoli, una saudita, una portoghese, una senegalese e una congolese. Il primo colloquio di lavoro l’ho fatto con un inglese, il secondo con un indiano, e la prima conversazione in supermercato l’ho avuta con un’afghana che mi chiedeva (credo) a cosa servivano le pinzette per le sopraciglia. Di Svizzeri dunque neanche l’ombra. Forse sono tutti a giocare a curling.

Andando in autobus mi sono fatta un’idea di come potrebbe essere uno Svizzero. E non perché i trasporti metropolitani siano pieni zeppi di Svizzeri, anzi. In autobus si sentono tutte le lingue di Babele tranne il francese. Diciamo che mi piace immaginare che il comportamento e la fattura degli autobus ginevrini rifletta in qualche modo la forma mentis degli Svizzeri. Per esempio una cerca antiquata signorilità. Gli autobus da queste parti accostano alla fermata anche se non c’è nessuno che deve scendere e nessuno che deve salire. L’autista frena, apre le porte, recita l’alfabeto a memoria, chiude le porte e riparte. Senza che sia volata neanche una mosca. Quando ci penso mi convinco che le corse ad ostacoli per prendere il 67 che sfrecciava in via Madama Cristina sono un’eredità culturale e che se fossi nata e cresciuta a Ginevra il mio rapporto con i mezzi pubblici sarebbe sicuramente più rilassato. Tout à fait.

Di fianco al tasto luminoso che premi per far aprire le porte laterali quando devi salire o scendere, ce n’è uno espressamente dedicato ai passeggini, nel senso che lo schiacci se devi salire sull’autobus con un passeggino. In questo modo l’autista saprà che dovrà attendere alla fermata qualche minuto supplementare. Incomincio a nutrire un rispetto reverenziale per gli autisti di autobus ginevrini.

Tutto il mondo è Paese e anche qui sui trasporti pubblici ci sono i suonatori di fisarmonica. Solo che il comune li ha preliminarmente selezionati e tesserati, per assicurare la qualità sonora dei loro interventi.

Per due mesi ho frequentato un corso di inglese. Ero l’unica “privatista”, nel senso che lo pagavo di tasca mia. Gli altri godevano del cosiddetto chomage, ovvero erano disoccupati. Lo Stato paga ai disoccupati, per un anno, quattro formazioni, la piscina, il cinema e uno stipendio mensile di circa 900 euro. Quando dico che questa cosa in Italia non esiste, quando racconto che se uno perde il lavoro, finché non ne trova un altro vive di pane e acqua, fatico a dribblare gli sguardi di compassione e i pat pat sulle spalle. E poi ci stupiamo se gli italiani all’estero votano a sinistra…

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