in Vivere altrove

Ginevra, città colomba

Ci sono uomini che cambiano il mondo e città che lo governano. New York, Londra, Tokyo, San Paolo. Centri decisionali in cui, per qualche strana alchimia, si concentrano le stanze dei bottoni, i quartier generali dell’economia e della finanza, le lobbies politiche, le strutture di controllo e di comando. Accade, in pratica, che le componenti chiave di ciò che chiamiamo economia mondializzata – e che immaginiamo ipermobile, fluida e transfrontaliera – si materializzino alla fine in luoghi delimitati, precipitino, per così dire, in nodi strategici. Ciascuna di queste «città globali» – per usare la definizione della celebre urbanista del potere Saskia Sassen – ha una sua posizione nella gerarchia mondiale e, ovviamente, una sua vocazione. Ginevra, per presenze, numero di conferenze e incontri internazionali, è, a tutti gli effetti, la capitale del mondo umanitario e della cooperazione, imprescindibile foro politico e normativo in tema di diritti umani e diritto internazionale umanitario, per intenderci quello che cerca di regolamentare sul piano giuridico la condotta in caso di crisi e conflitti armati.

Qualche cifra soltanto. In città si contano 22 Organizzazioni Internazionali con accordo di sede (dagli Uffici delle Nazioni Unite, ONUG, al neonato Consiglio dei Diritti Umani, evoluzione e re-style dell’antica Commissione); 170 Organizzazioni non governative con statuto consultivo presso le Nazioni Unite e oltre 200 uffici di Rappresentanze e Missioni permanenti. L’International Geneva Yearbook riporta, per il 2005, un totale di 22.000 funzionari, 261 conferenze e un bilancio complessivo di circa 8 miliardi di franchi svizzeri (oltre 5 miliardi di euro), pari al 20 % del Pil dell’intera regione.

Creazione storicamente ginevrina, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) è in qualche modo il baricentro e il fiore all’occhiello del sistema umanitario. Una rete a maglie strette nella quale rientrano la Federazione delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, l’Ufficio del Coordinamento delle nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA), l’Alto Commissariato per i Rifugiati (ACNUR) e quello per i diritti umani (UNHCR). Collateralmente hanno i loro centri a Ginevra l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni  (OIM), la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite e l’Ufficio internazionale di educazione dell’Unesco.

Non solo. A Ginevra operano infatti anche l’Organizzazione Mondiale del Commercio e quella per la Proprietà Intellettuale, l’Unione Internazionale delle Comunicazioni e l’Organizzazione Mondiale della Meteorologia. Per non dire della seconda pelle della città, quella talvolta più opaca e insondabile, della finanza, delle banche e delle società multinazionali. Nient’altro che il rovescio della medaglia, commentano i cinici: su una riva del lago Lemano la Conferenza sul Disarmo e sull’altra le case d’aste di diamanti più o meno insanguinati. A conferma che la «città globale» è soprattutto zona di confine e, in ragione di una forza centrifuga che si autoalimenta, terra di giustapposizioni e interdipendenze talvolta stridenti, talaltra virtuose, messe in moto, su una medesima arena, da attori pubblici e privati, esponenti dei governi e membri della società civile.

Tentando di darne le generalità, un poeta inglese ha così descritto Ginevra tra il serio e il faceto: «Nazionalità: neutra. Genere: femminile. Età (con la dovuta discrezione): dimostra meno di quanto non abbia. Stato civile: separata. Professione: osservatrice. Caratteristica fisica: leggermente ricurva a causa della miopia. Segni particolari: sexy e riservata». Licenze letterarie a parte, nel ritratto di John Berger, riecheggiano vividamente alcuni caratteri distintivi della Ginevra multilaterale, onusiana e non: la confidenzialità, la discrezione, il contegno riflessivo e un po’ occhialuto propri di un centro di studio, meno esposto, glamour e politicizzato di New York e, per questo, incaricato di produrre, custodire, perfezionare e aggiornare nel tempo le diverse carte, trattati, convenzioni, protocolli di cui l’umanità a geometria variabile ha di volta in volta ritenuto di doversi dotare.

Per Jean Freymond, direttore del Center for Applied Studies in International Negotiation (CASIN) – con sede, manco a dirlo, a Ginevra – questo crocevia internazionale «sta diventando una sorta di laboratorio in cui si sperimentano e praticano i nuovi approcci della governance mondiale, il luogo in cui emergono nuove istituzioni, reti, parternariati e modalità d’intervento e concertazione». Soluzioni ibride, alleanze ad hoc, temporanee, a progetto, che cercano di approfittare dell’effetto «massa critica» valorizzando competenze, condividendo informazioni e risorse, coordinando sforzi, ottimizzando e risparmiando energie. Si pensi alla salute: accanto e intorno all’Organizzazione Mondiale della Sanità si sono installate a Ginevra una miriade di agenzie e associazioni di settore, da UNAIDS, al Fondo Globale per la lotta contro l’AIDS, la Tubercolosi e la Malaria, dalla Federazione internazionale dei fabbricanti e delle associazioni farmaceutiche al Fondo Vaccini, braccio finanziario di un’altra fondazione sbarcata sul lago Lemano nel 2000, l’Alleanza Globale per la vaccinazione e l’immunizzazione.

Nelle parole di Freymond «Ginevra appare una città globale, adatta dunque per affrontare problemi globali che sempre più spesso richiedono di essere risolti congiuntamente, in maniera sistemica, integrata e interdisciplinare»,. La città «dei tempi lunghi», la chiama Freymon, mentre racconta del «capitale Croce Rossa» che la permea, l’imperativo umanitario che, marchio di fabbrica, impone di portare soccorso alle infinite sofferenze del nostro «spietato tempo», un paradigma filantropico ormai istituzionalmente inscritto nel Dna cittadino. O almeno in quella parte che molti ginevrini doc (uno ogni quattro abitanti soltanto) considerano un’impenetrabile e neanche troppo luccicante torre d’avorio, popolata da un esercito di austeri e paludati mandarini da tenere a debita distanza. Ma questa è un’altra storia.

Pubblicato si «Vita non profit» il 7 luglio 2006

Scrivi un commento

Commento