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Consiglio dei Diritti Umani, due piccole vittorie

Venerdì 30 giugno, dopo due intense settimane di discussioni e trattative, si è in fine conclusa la prima sessione ufficiale del neonato Consiglio dei diritti umani. Organo sussidiario dell’Assemblea Generale, il Consiglio rimpiazza, da marzo, la defunta e discreditata Commissione come forum di dialogo e cooperazione internazionale sui Diritti dell’Uomo. «Una nuova formidabile occasione» ha commentato Kofi Annan nel discorso inaugurale del 19 giugno «che vi invito vivamente a non sprecare». Più selettivo, severo e auspicabilmente incisivo della vecchia Commissione, il nuovo organo, che vede l’Italia solo come osservatore, è composto da 47 membri (e non più 53), eletti a maggioranza assoluta dai 191 Stati dell’Assemblea Generale; è attivo durante tutto l’anno, e non solo 6 settimane, come accadeva nella precedente versione; può indire sessioni straordinarie a fronte di urgenze ed espellere, con i due terzi dei voti dell’Assemblea Generale, i Paesi membri che, a seguito di un innovativo meccanismo di ispezioni periodiche, siano stati ritenuti colpevoli di «violazioni flagranti e sistematiche ».

Amnesty International e Human Rights Watch, che pure avevano accolto con favore ed entusiasmo le istanze riformatrici alla base del nuovo organismo, non hanno tardato ad esprimere una preoccupata perplessità di fronte alla sua composizione: esclusi Zimbabwe, Libia, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Vietnam, Nepal, Eritrea ed Etiopia – a suo tempo membri della Commissione – la neonata assemblea ha tuttavia accettato di accogliere Cuba, Cina, Arabia Saudita, Pakistan e Russia. Il Consiglio ha dunque aperto i battenti ondeggiando tra dubbi, apprensioni, speranze, incertezze e timori, in parte aggravati dall’assordante assenza degli Stati Uniti, determinati a rimanerne fuori almeno per il primo anno di attività.

Nel corso dei lavori il messicano Luis Alfonso De Alba, che presiede attualmente il Consiglio, ha messo sul tavolo, oltre ad inevitabili discussioni su regole di funzionamento e procedure, una serie di importanti questioni, dalla crisi in Darfour, ai diritti dei migranti e dei difensori dei diritti umani, dalla Palestina al razzismo e all’intolleranza religiosa. «Si trattava di un pacchetto. Prendere o lasciare» spiega un diplomatico europeo. Ma il consueto braccio di ferro politico, che in molti fino all’ultimo hanno sperato di poter scongiurare attraverso un approccio più sereno e costruttivo, ha purtroppo preso il sopravvento a causa dell’escalation della situazione in Medio Oriente. Il pacchetto è affondato più rapidamente del Titanic, e a galla sono rimasti solo pochi rottami alla deriva. I membri del Consiglio hanno così votato unicamente per la risoluzione palestinese che richiedeva, entro settembre, la visita in Israele di un ispettore speciale. Risultato: 29 sì contro 12 no e 5 astensioni. Un voto non consensuale, su cui incombe pesantemente lo spettro della vecchia Commissione, minata proprio dalla continua strumentalizzazione politica della sua agenda e dalla totale subordinazione a rancori e recriminazioni.

Il bilancio della prima sessione è però solo parzialmente deludente. Il Consiglio incassa infatti due importanti e attesi risultati come l’approvazione – unanime – della Dichiarazione sui diritti dei popoli autoctoni e soprattutto della Convenzione contro le sparizioni forzate (535 nel 2005, 41.000 casi non risolti dal 1980), proposta quest’ultima dal cancelliere argentino, Jorge Taiana. Entrambe verranno trasmesse all’Assemblea Generale per l’adozione entro la fine dell’anno. Frutto di un lavoro lungo e penoso (25 anni di attesa e tre di negoziato), la Convenzione contro le sparizioni forzate colma una lacuna importante riconoscendo le sparizioni forzate come un crimine internazionale, richiedendone la sanzione e introducendo un insieme di misure preventive quali, ad esempio, il divieto alla detenzione segreta, l’inderogabilità dei diritti sanciti dall’habeas corpus, l’obbligo di fornire informazioni sui detenuti. La Convenzione riconosce altresì il diritto alla verità e alla riparazione per le vittime e i loro familiari, così come il diritto alla costituzione di organizzazioni e associazioni per la lotta contro le sparizioni forzate.

Non male per un bebè, tutto sommato.

Pubblicato si «Vita non profit» il 14 luglio 2006

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