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Le risorse umane

ANGELO FERRACUTI, Le risorse umane, Feltrinelli, Milano 2006, 223 pp., 12 euro.

«Per quindici lunghi anni» Angelo Ferracuti, classe ’60, ha «consegnato lettere e raccolto chiacchiere», «archiviato volti, voci, luoghi, paesaggi», «brandelli di storie alle quali dare un senso». Prima di diventare professione, infatti, la scrittura è stata, per lui, un’attività sotterranea e in prevalenza notturna, come racconta in Poste vita, vera bussola autobiografica di questo volume che assembla, in maniera non proprio casuale, tredici piccoli reportage in presa diretta, alcuni dei quali già apparsi su «Diario della settimana», «Nuovi Argomenti» e «Rassegna sindacale». Ferracuti vi disegna un’umanità indignata e dignitosa, carica di rammarico, umile, paziente, testarda, eccentrica e fiera, a volte addirittura spavalda, sempre tenacemente ironica con la vita. Un’umanità fatta di persone e non di gente, di saperi e non di merci, di mestieri e non lavori, tutti indagati con la puntigliosità descrittiva e l’empatia malinconica e commossa di un portalettere di Fermo.

Un catalogo, alla maniera dei classici, in cui sfilano, novelli eroi di guerre esistenziali, le tute blu e bianche del villaggio operaio di Panzano e le morti d’amianto a Monfalcone, i minatori italiani emigrati in Belgio, le badanti polacche, i calzolai pakistani di Civitanova Marche. E ancora i cinesi delle fabbriche tessili di Prato e la loro invisibile schiavitù; Leo, attore «perenne ma precario» di Bologna, un po’ Buster Keaton, un po’ Antonin Artaud; Franco Arminio, maestro deamicisiano di Lacedonia e gli spassosissimi acrostici dei suoi scolari. Vite ora recluse, come in ostaggio di una routine assordante e spasmodica, ora liberate dal tempo, rallentate, bucoliche, lontane, indolenti. Il Nord e il Sud. Da un lato le convinzioni di un manager malato di cancro e le assemblee sindacali degli operai della Tod’s, dall’altro le acrobazie di un trombettista anarchico liberale di Verona e gli ingranaggi dell’azienda agricola umbra “Terra e vita”, che impiega nelle coltivazioni lavoratori disabili e psichiatrici.

In una miscela di arcaismo (sembra preistoria) e post-modernità lo scrittore marchigiano passa sapientemente dalla spietata descrizione di filosofie e mistiche aziendali meschine, oltraggiose, ipocrite e cannibali, abituate a venderti diritti come fossero favori, alla benevola registrazione di storie antiche, fatte di fatica fisica, sudori, miserie e quotidiane tragedie affrontate con toccante e saggia compostezza.

Al centro di questo mosaico neorealista c’è il Lavoro, odiato ma difeso a tutti i costi, anche quando non esiste più, anche quando separa, uccide, umilia, sfianca. Il Lavoro vissuto come un dovere da svolgere nel miglior modo possibile, come vocazione e mandato, come privilegio e riscatto.

Di questo Lavoro Ferracuti raccoglie ed evoca una memoria che non fa sconti, vivida, sacra, militante, dove la classe operaia è, in un modo caparbiamente epico (a tratti fin ossequioso), «la stessa di sempre»: alienata, distrutta, abbrutita, orgogliosa e custode di un’identità che si pretende scomparsa. Un Quarto Stato da copione, con tanto di «padroni», scioperi, licenziamenti, manifestazioni (come quella del 23 marzo 2002 in difesa dell’art. 18) e, ovviamente, «compagni» e bandiere.

Sullo sfondo una geografia italiana familiare e minimalista, con i fiumi, i ponti, i cavalcavia, le piazze, i parchi, l’asfalto. E nell’aria i poeti, i romanzieri, i Maestri di penna, i registi. Nell’atmosfera spettrale di certe pagine, nel grigio dei sobborghi industriali, riecheggiano, foto d’epoca non lontane, soprattutto Volponi, Bianciardi, Mastronardi. «Capita, a volte, che un fatto della vita ti porti dentro un libro», languisce l’autore a un certo punto.

Non è tipo da nascondersi dietro le parole, il postino-scrittore Ferracuti. Descrive le malattie del lavoro senza remore o esitazioni, quelle vecchie, l’asbestosi, il mesotelioma, la silicosi, e quelle nuove, il declassamento, la precarietà, la minaccia della sostituibilità, lo stress, l’ansia da risultato. Ha il vezzo dei lemmi virato seppia, come «tramvai» o «lapis», e dei neologismi, come «mucillaginoso» o «mobbizzato», dell’accostamento ossimorico, della citazione esibita, forse perché, rivelandole sulla carta, certe parole, si ha l’impressione di possederle.

Un libro scritto letteralmente «con i piedi». Con i piedi Ferracuti prende treni, autobus, camion e metropolitane, imbocca strade, corsi e controviali, valica fiumi, costeggia mari. Con i piedi entra negli appartamenti, dove beve e mangia con gusto tutto ciò che gli viene offerto, chiacchiera, domanda, annusa con cortesia e complicità. Non si ferma mai al salotto, lui, ma, con i piedi, penetra nelle camere, nei bagni e negli armadi dei suoi interlocutori. Con i piedi infine e «le orecchie prensili» e una infaticabile e scrupolosa dedizione ne ricompone le storie, per sottrazione, respirandone l’anima.

Pubblicato su “L’indice dei libri del mese” di Settembre 2006

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