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Stallo al Consiglio dei Diritti Umani

ohchr-black.gifSe la seconda sessione del Consiglio dei Diritti Umani, chiusasi a Ginevra venerdì 6 ottobre, era un’occasione per misurare la credibilità e l’autonomia del nuovo organismo, e un test per valutarne la capacità di creare consenso e, dunque, l’incisività e la tenuta, il giudizio, al termine di tre settimane di discussioni, non può che essere, malauguratamente, deludente.

Su nessuna delle 44 proposte avanzate dalle varie delegazioni governative i 47 membri del Consiglio hanno infatti saputo trovare un accordo. Per ciascuna delle questioni sollevate, dunque, il voto viene rinviato alla prossima sessione, che prenderà il via il 27 novembre.

Rimangono dunque sul tavolo tanto la procedura confidenziale 1503 – che, qualora approvata, permetterebbe anche ai singoli di denunciare al Consiglio le violazioni subite – quanto l’attesa introduzione dell’«esame periodico universale». Persino la dichiarazione finale del presidente messicano Luìs Alfonso Alba è stata respinta, colpevole di aver condannato, forse troppo esplicitamente, le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, nel Golan, in Libano e nel Darfur, e di aver rivendicato il diritto alla libertà religiosa e quello allo sviluppo.

Solito gioco di lobby e nessun risultato immediato pertanto, ma anche molta, moltissima carne sul fuoco, come ben documentano le oltre 7800 pagine di rapporti, decisioni, lettere dei governi, progetti e dichiarazioni prodotte, tradotte e distribuite nel corso dei lavori.

La più controversa è stata senz’altro la relazione su Israele e Libano presentata da Walter Kälin, rappresentante del segretario generale Onu per gli sfollati e dai relatori speciali Miloon Kothari, Philip Alston, e Paul Hunt, membri della commissione d’inchiesta istituita l’11 agosto durante la seconda sessione speciale del Consiglio. Nel rapporto i quattro giuristi hanno denunciato le numerose violazioni dei diritti umani e delle Convenzioni di Ginevra commesse da entrambi gli schieramenti, sottolineando soprattutto l’impiego sproporzionato di bombe a grappolo da parte di Israele e l’utilizzo a fini militari di strutture civili da parte degli Hezbollah. Se Israele non ha gradito il riconoscimento implicito fornito dal documento agli Hezbollah in quanto parte in causa, il governo libanese non ha, per parte sua, minimamente digerito l’equa divisione di responsabilità che la relazione sembra suggerire e dunque il mancato riconoscimento di Israele quale unico aggressore.

Leandro Despouy, già rapporteur speciale per l’Onu a Guantanamo, ha invece chiesto al Consiglio di esprimersi per l’annullamento del processo in atto contro Saddam Hussein e l’avvio di un nuovo procedimento, questa volta in mano a un tribunale internazionale, unico possibile garante contro eventuali irregolarità. Dopo aver ricordato che parecchi magistrati e tre avvocati dell’ex dittatore sono già stati assassinati e che il giudice principale dell’udienza è stato sostituito Despouy ha raccomandato un cambio di sistema «affinché la sentenza contro l’ex dittatore sia a tutti gli effetti irreprensibile e non si trasformi in un semplice atto di vendetta».

A John Ruggie è invece spettato il compito di presentare un rapporto intermedio sulle responsabilità delle multinazionali in materia di diritti dell’uomo. In cima alla lista dei cattivi il relatore speciale ha messo i grandi gruppi siderurgici, seguiti a ruota dalle corporations dell’alimentazione e delle bevande. Benché la relazione finale sia attesa solo per la primavera 2007, organizzazioni non governative come CETIM lamentano l’assenza, nel documento, di qualunque riferimento all’adozione di norme e meccanismi obbligatori in grado di inchiodare le grandi società transnazionali alle proprie responsabilità civili e penali, controllandone più rigorosamente il comportamento ed eventualmente sanzionandone gli abusi.

A completare uno scenario internazionale già oltremodo inquietante ci hanno pensato la denuncia delle derive totalitarie del presidente bielorusso Loukachenko ad opera di Adrien Séverin (che nelle sue 25 pagine di relazione ha descritto dissidenti internati in ospedali psichiatrici, giornalisti spariti o uccisi, poliziotti brutali, torture e censure) e il bilancio dei primi quattro anni di governo di Alvaro Uribe in Colombia, stilato dell’Alto Commissario per i Diritti Umani Louise Arbour (11 mila persone assassinate o scomparse e una nuova legge che rende impunibili 40 mila paramilitari).

Le Ong presenti al Consiglio si sono viste ridurre a due minuti (in luogo dei precedenti cinque) il tempo a disposizione per intervenire, ma hanno comunque dato battaglia. Per vagliare l’esito di una simile combattività non rimane che aspettare novembre.

Articolo pubblicato su «Vita non profit magazine» il 27 ottobre 2006

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