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Così Pechino fa piazza pulita su Internet

china13940.jpgIn Cina negli ultimi dieci anni il numero degli utilizzatori di Internet è passato da 100mila a 120 milioni. Oggi nella Repubblica Popolare si contano 50 milioni di computer on line, 200 mila cybercaffè e 700mila siti web. Nelle grandi metropoli come Pechino, Shangai e Canton è stata attivata la banda larga. Chi, tuttavia, sperava che l’apertura del regime alle nuove tecnologie della comunicazione si traducesse automaticamente in una maggiore libertà di espressione, non ci ha messo troppo a ricredersi. La stessa classe dirigente che nel 1995 ha consentito al Paese l’accesso alla rete, approvando senza batter ciglio tutte le maxiacquisizioni dei maggiori giganti on line (da Google a Yahoo, da Microsoft a eBay, da Skype a Cisco), è oggi impegnata in un colossale sforzo per impedire che l’avanzata delle libertà individuali alimenti il dissenso politico e la rivendicazione democratica.

Web sterilizzato

La Cina è il «campione mondiale della censura in rete» secondo il rapporto annuale di Reporter senza frontiere (Rsf). In un sapiente mix di investimenti, tecnologia e diplomazia, il governo è infatti riuscito nella non facile impresa di potenziare la rete “sterilizzandola”, ovvero depurandola di tutte le notizie contrarie alla sicurezza dello Stato e all’interesse pubblico.

Nella lista di Rsf figurano anche il Vietnam («che segue scrupolosamente l’esempio cinese, ma non dispone delle medesime capacità economiche e tecnologiche»), la Tunisia (dove le pubblicazioni on line dell’opposizione vengono regolarmente oscurate), l’Iran (che detiene il record per numero di blogger intimiditi e arrestati: 20 soltanto tra l’autunno 2004 e l’estate 2005) e Cuba (che pure rimane uno dei Paesi meno connessi al mondo). Ma solo Pechino ha deciso di investire decine di milioni di dollari per dotarsi delle migliori tecnologie di filtraggio.

«Sono oltre 30mila i funzionari che lavorano per sorvegliare in tempo reale l’informazione in rete», ha denunciato lo scorso novembre, in occasione della Giornata mondiale degli scrittori in prigione, il dissidente Yu Zhang, parlando ad una riunione ginevrina di Pen International, un’associazione che si batte per la difesa della libertà di espressione. Tutti i siti ritenuti non adatti a «servire il popolo» sono stati censurati e oscurati (a partire da Wikipedia, «non disponibile per ragioni tecniche» dal 2005), oltre 200mila internet caffè sono stati chiusi e i rimanenti sono stati messi sotto controllo in modo da tracciare i movimenti degli internauti e schedarne nome, ID e indirizzo.

Le autorità compilano e aggiornano quotidianamente la lista nera dei siti ritenuti «sovversivi» (comprese la Bbc cinese o Hong Kong News) e nel tempo hanno messo al bando almeno 1.041 parole ritenute pericolose, come «democrazia», «libertà» o «sciopero». L’offensiva del regime passa attraverso il controllo rigoroso dei nodi di connessione d’accesso nazionali e delle backbones – le dorsali di smistamento internazionale del traffico on line – e la censura sistematica di tutti i forum di discussione (un messaggio che rivendichi libere elezioni rimane, in media, visibile per non più di un’ora).

Il firewall cinese

Yu Zhan ha descritto il sistema di sorveglianza messo a punto dal ministero della Pubblica sicurezza, rivelando nei dettagli il funzionamento della Grande muraglia di fuoco, il firewall cinese, che «controlla e filtra le connessioni in ingresso e in uscita, impedendo agli IP sospetti di essere correttamente indirizzati e talora riorientando le richieste verso siti ufficiali». Se si clicca troppe volte su «Tibet libero» o «Dalai Lama», la connessione viene interrotta (una volta su tre) o si è magicamente istradati verso il sito ufficiale del governo che esalta la «pacifica liberazione» del Tibet ad opera dell’esercito cinese nel 1950. Se invece – come ha sperimentato la squadra di Human Rights Watch – si attiva la ricerca «massacro di Tienanmen» su Google Cina si otterranno 109mila risultati, di contro ai 729mila accessibili sull’omologo occidentale Google.com. Infine tutte le connessioni internet per e dalla Cina passano attraverso nove fornitori di accesso alla rete (IAP – Internet Access Provider), con licenza statale e quindi, manco a dirlo, minuziosamente presidiati. Il sistema non è infallibile, ma bypassarlo richiede una destrezza informatica che raramente l’utente medio possiede.

Silenzi e complicità

«E tutto questo accade con il benestare e la complicità delle ditte occidentali», ha denunciato Yu Zhan, raccontando la scandalosa vicenda di Shi Tao, 37 anni, caporedattore centrale del giornale Notizie economiche contemporanee, condannato a 10 anni di carcere per aver inviato a un amico residente in America la circolare governativa che ogni anno le autorità di Pechino diramano ai mass media per vietare qualsiasi rievocazione del massacro di Tienanmen. È stato Yahoo a passare l’email di Shi Tao alla polizia.«Sessanta cyberdissidenti sono attualmente imprigionati per aver diffuso sulla rete informazione indipendente», ha dichiarato Yu Zhang. «I loro blog sono stati oscurati, ogni traccia delle loro pubblicazioni è stata eliminata dal web e la maggioranza sconta una pena di oltre 10 anni». 451 gradi Fahrenheit è la temperatura alla quale brucia la carta. La censura «a freddo» della rete non ha neanche bisogno di accendere un fiammifero.

La guida anticensura di Rsf: www.rsf.org
Il rapporto di Human Right Watch: www.hrw.org

Articolo pubblicato su «Vita», 13 gennaio 2007

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Commento

  1. Ho letto recentemente il libro “in asia” di T.Terzani, le sue descrizioni , opinioni , risalgono ad un ventennio fa , più o meno , ebbene , sarà cambiata la forma ma la sostanza no.
    Mi stupisce la complicità silenziosa dell’occidente…
    A proposito di Tienanmen , ad oggi uffcialmente il governo continua a sostenere che non ci siano state vittime , neanche una , o no?

    Complimenti per l’aritcolo , interessante e stimolante.