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Iran. Quelle firme dall’estetista

mondo0211iran31.jpeg L’allarme indigna, ma non stupisce: nella lista di Reporter Senza Frontiere (RSF), d’altronde, l’Iran, con 10 milioni di siti «immorali» filtrati, figura al primo posto per numero di blogger intimiditi ed arrestati. Ad annunciare una nuova escalation nella cesura della rete da parte del regime di Ahmadinejad si è questa volta mobilitata l’organizzazione Human Right First, la quale si dice preoccupata per la schedatura che le autorità iraniane prevedono di rendere obbligatoria a partire dal 1° marzo per tutti gli internauti e gestori di siti, e per la recente offensiva nei confronti di molte pubblicazioni riguardanti i diritti delle donne.

L’oscuramento del sito dell’Iranian Women’s Studies Foundation e di portali femministi come www.meydaan.com, www.irwomen.net, www.zanan.co.it e www.herlandmag.org ha di poco preceduto la chiusura (in Iran) di www.we-change.org, un sito nato l’autunno scorso e colpevole di aver lanciato e pubblicizzato la campagna «Un milione di firme».

L’iniziativa, – sostenuta tra gli altri dalla giurista e Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, dall’anziana poetessa Simin Behbahani e da Sahla Sherkat, fondatrice e direttrice dell’innovativo magazine femminile «Zanan», – intende raccogliere un milione di firme per abrogare le norme legali che discriminano le donne e sancire la parità giuridica tra i sessi. L’idea di una petizione era nata all’indomani del sit-in tenutosi lo scorso 12 giugno a Teheran, sciolto dalla polizia a manganellate e conclusosi con l’arresto di 42 uomini e 28 donne. Grazie ad un lavoro capillare fatto di porta a porta, riunioni nelle università, nei luoghi di lavoro, negli hammam e nei saloni di estetica, conferenze e carovane nei villaggi e nei quartieri periferici, la campagna ha in pochi mesi messo in piedi un movimento diversificato per età, estrazione sociale e orientamento politico.

Il metodo è semplice, ma l’esperienza ha dato risultati insperati (finora 30 mila firme) mischiando incontro, dialogo, protesta pacifica e propaganda in favore dell’eguaglianza dei diritti. «Implicazioni che non sono sfuggite al governo» commentano quelli di Human Rights First «il quale qualche settimana fa ha deciso di oscurare il sito ufficiale della campagna». Se Internet è «nemico dell’Islam», le donne su Internet devono apparire ai mullah l’epitome estrema della ribellione e dell’oltraggio.

«L’esistenza di queste leggi in molti casi degrada le donne, le rende cittadine di seconda classe, assegna loro un valore che è metà di quello dell’uomo» si legge sul sito (non oscurato in Europa) che illustra nel dettaglio le sperequazioni esistenti nel diritto di famiglia, di lavoro, di proprietà. In Iran le donne non possono fumare in pubblico o viaggiare non accompagnate da un uomo. Ovunque vadano devono dare il proprio nome e mostrare un documento. Non possono salire su un’automobile guidata da un uomo che non sia un parente. La nascita di una femmina viene accolta dalla famiglia come una delle massime disgrazie, e un marito può decidere di ripudiare la moglie per riparare il «disonore».

I militanti di «Un milione di firme», stando a Maura J. Casey del «New York Time», si stanno già organizzando per aprire un altro sito. Nell’appello che apre la petizione si evoca «il potere dei numeri» che, si dice, dimostrerà una volta per tutte che la richiesta di cambiamento ha una base sociale ampia anche nel paese dove, prendendo a prestito le parole della Ebadi, «la vita di una donna vale quanto l’occhio strabico di un uomo».

Pubblicato su «Vita non profit magazine», 23 febbriaio 2007

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