in Vivere altrove

Vivere altrove…Sentirsi stranieri

viverealtrove_20060119.jpgSentirsi stranieri là dove la vita ti ha portato a vivere è come avere di continuo un sassolino appuntito nelle scarpe, o una cronica infiammazione alle tonsille, o una ruga in mezzo alla fronte anche quando sorridi. È qualcosa che vorresti passasse prima possibile, come un foruncolo sul mento, ma invece niente. Fanno dieci anni che paghi la tassa dei rifiuti, tua figlia l’hai chiamata Daisy e il badminton è ormai il tuo gioco preferito, ma è sufficiente che tu dica ‘Morning! al barista e subito scatta la domanda: “Da dove viene, Mrs?”.

E se non è l’accento a tradirti, sono le fattezze, il colore della pelle, la taglia dei pantaloni, la forma degli occhi, il modo in cui muovi le mani o il senso in cui giri la testa per dire di sì.

Come insegnano le storie di emigrazione di una volta, quelle ancora in bianco e nero, epocali e sradicanti, l’altrove è duro a morire. Vale anche per te, anche se nella tua, di storia di emigrazione, non c’è niente di epocale o di drammatico o di eccessivo. Per piccolo che si faccia, questo “sentirsi straniero” rimane appostato dentro di te, nascosto, a volte addirittura in letargo, ma sempre pronto a saltar fuori alla prima occasione per smascherarti e ricordarti che, per quanto tu non sia di passaggio, per quanto tu non sia un turista, non sarai mai uno di loro. Uno del posto. Il fossato che vi separa si riduce, ma difficilmente scompare.

Il mondo non è poi così liquido come lo dipingono. Così capita che certe mattine ti svegli, la racchetta di badminton sotto il letto, e inatteso, ti assale l’odore delle castagne di Corso Re Umberto o il gusto della cioccolata calda di Baratti o il cigolio dei carretti del mercato di Porta Palazzo. I primi tempi sentirsi “stranieri” all’estero aiuta, permette di tracciare confini, di guardare il mondo là fuori con un distacco compiaciuto e per molti versi rassicurante. A Los Angeles le autostrade sono troppo larghe, a Bordeaux l’insalata è troppo condita. Poi arriva la mattina delle castagne e dei carretti del mercato e ti prende quel languore. Già lo conosci, già lo sai che dura un attimo, ma ti ricorda come è bello, ogni tanto, essere complice di un luogo.

Pubblicato su «Torinosette-La Stampa», 9 marzo 2007

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Commento

  1. Io non abito all’estero ma in un’altra regione italiana, eppure so che non sarò mai una del posto. Non è un grosso problema per me, non aspiro a diventarlo.
    Quando vivevo a Torino, pur amandola da morire, non sopportavo certi rigidi atteggiamenti sabaudi e pensavo che sarebbe stato più facile vivere e lavorare in un’altra città. Oggi, ogni tanto, provo quel languore di cui parli.

  2. Innanzitutto il tuo nuovo sport non è il badminton ma il rugby, e come potrebbe essere altrimenti.

    In seguito il languorino di cui parli, non è poi così male. Perchè un giorno il fois gras a Bordeaux inizia a piacerti tanto quanto le castagne. Però i campioni del mondo siamo noi.
    Insomma, puoi prenderti i punti positivi di entrambi i tuoi luoghi di appartenenza.