in Vivere altrove

Vivere altrove… Mangiando formiche

viverealtrove_20060119.jpgIl luogo da cui il viaggio ha inizio segna l’emigrante con un imprinting indelebile. Come se il vecchio Konrad avesse fatto capolino al reparto infantile del Sant’Anna con un poster di Turismo Torino, proprio mentre noi si veniva al mondo sputando i polmoni. Un breve colpo d’occhio e zaak! Agnolotti al plin, grignolino, cugnà, controviali e faraoni egiziani non ci hanno più abbandonato, anche se adesso viviamo a Seul, ci commuoviamo per le seppie essiccate al sole e fagocitiamo con convinzione tazzoni ripieni di instant noodles. Stucchevole forse, ma dannatamente vero.
L’immaginario non è interscambiabile e farsi traghettare oltre frontiera ha un prezzo. A pagare il più alto sono, senza il minimo dubbio, le papille gustative. È a tavola, ne sono convinta, che si misura il grado di integrazione con un popolo. Badate, non parlo degli Indiana Jones che vanno un mese in Guinea, assaggiano le formiche fritte, il serpente alla griglia o il bollito di scimmia per sedersi poi comodamente da Mama Licia a disquisire di cibi esotici con foto digitale alla mano. Parlo di chi le formiche le mangerà per un periodo di tempo che si avvicina, verosimilmente, al “per sempre”. Parlo di chi ha nel suo orizzonte una full immersion nelle formiche. Parlo della logorante, e peraltro assai stimolante, ginnastica del compromesso culinario – il primo tête-à-tête con una normale bistecca con contorno di spaghetti è semplicemente oltraggioso, – della difficile arte della negoziazione – provate a eliminare il burro in Portogallo -, dell’infinita caccia al tesoro alla ricerca dell’ingrediente indispensabile per riprodurre un dignitoso piatto di risotto ai funghi.

Lo stomaco tiranneggia ogni altro organo umano con lo snobbismo di una star, e ci riesce senza troppi sforzi perché mai come a tavola la cultura diventa qualcosa di palpabile, solido, identitario. Un tavolo imbandito o «sbandito» ti dice a colpo d’occhio chi sei e chi non sarai mai, chi vorresti essere, quanto sei disposto a mettere in gioco e per quanto tempo. Perché è la «durata» di un’esperienza, in fin dei conti, a fare di te un emigrato, a eliminare dal tuo stare ogni provvisorietà e, il più delle volte, ogni reversibilità.

La vita da torinese all’estero è insomma, prima di tutto, una rischiosa partita a scacchi con il colesterolo.

Scrivi un commento

Commento