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Darfur, giallo sulla lista nera

darfour.jpgA Ginevra gli ambienti diplomatici sono irrequieti, congetture e silenzi si alternano nei corridoi. Nessuna dichiarazione ufficiale, solo parole pronunciate a mezza voce. Spesso la politica si fa così da queste parti. A creare «imbarazzo» è stata una delle raccomandazioni con cui il premio Nobel per la pace Jodie Williams ha chiuso il rapporto sul Darfur presentato il 16 marzo ai 47 membri del Consiglio Onu dei diritti umani riuniti per la quarta sessione.

Nella parte finale del documento, il gruppo di esperti responsabile della missione sollecitava la pubblicazione di una «lista nera aggiornata delle compagnie che commerciano con il Sudan», e invitava uffici e agenzie delle Nazioni Unite ad evitare qualsiasi transazione con queste società.

Intanto Khartoum non ha esitato a contestare l’accuratezza e l’indipendenza del rapporto, mettendo in causa il ruolo e la nomina stessa dei relatori dell’Onu. «Quella relazione non vale nulla ed è assolutamente ingiusta», ha commentato Mohammed Ali El Mardi, il ministro sudanese della Giustizia, dando così inizio ad un vero e proprio braccio di ferro.

Nel mirino del rapporto della Williams ci sarebbero le compagnie esportatrici di petrolio, asiatiche (malesi e indiane), ma soprattutto cinesi. Non è un caso, del resto, che per stilare la famosa «lista nera» sia stato chiamato in causa non il Consiglio di sicurezza – che la Cina riuscirebbe a bloccare senza troppi sforzi – bensì l’Assemblea generale.

Il Sudan, che secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia produceva, nel febbraio 2006, oltre 536mila barili al giorno, fornisce oggi il 10% dell’import petrolifero cinese: la Sinopec, una delle principali compagnie petrolifere di Stato cinesi sta costruendo una pipeline tra il Bacino di Melut (a Est del Nilo) fino a Port Sudan per trasportare il greggio e la Cnpc – China National Petroleum Corporation, che a Khartoum fa la parte del leone, sta acquisendo sempre più diritti per l’esplorazione e lo sfruttamento petrolifero in Ciad sud-orientale e nell’Etiopia occidentale, entrambe, guarda caso, al confine con il gigante sudanese.

Di fronte agli investimenti del governo di Hu Jintao, la presenza della francese Total e dell’inglese White Nile impallidiscono. La locomotiva cinese va a petrolio e il Sudan è, ormai da tempo, la testa di ponte della penetrazione di Pechino nel Continente nero. E tanto per assicurarsi la fedeltà di Khartoum, Pechino non esita a rifornire in armi il regime di Beshir.

Per molti delegati al Consiglio dei diritti umani, il duetto cino-sudanese è fonte di enormi preoccupazioni: da un lato le compagnie cinesi non devono rispondere del loro coinvolgimento in situazioni di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani di fronte a un’opinione pubblica libera e critica, dall’altra il Sudan non sembra affatto spaventato dall’eventualità che le sanzioni economiche ventilate dalla risoluzione 1706 del Consiglio di Sicurezza adottata il 31 agosto 2006 vengano messe in pratica. «Siamo uno Stato sovrano», ha commentato sicuro El Mardi nel corso di una conferenza stampa, «il che significa che nessuno Stato ha il diritto di darci ordini o imporci la sua volontà. Nessuno può imporre la sua egemonia su di noi».

Che una lista abbia invece questo potere?

Pubblicato su «Vita», 30 marzo 2007

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