in Vivere altrove

Vivere altrove… Tifosi d’Italia

viverealtrove_20060119.jpg Ad Alberto, Luigi e Federico
Se è vero che nessuna patria merita il mito che fanno di lei i ricordi degli emigrati, è altrettanto vero che nessun atleta o squadra sportiva meriterà mai il sostegno incondizionato e totale che gli riserva chi vive all’estero. Mi addentro su un terreno per me inesplorato, lo ammetto senza esitazioni di sorta, e vedrò di procedere con la cautela con cui si calpesta per errore un antico cimitero Apache. Ma qualche rapida osservazione è di rigore.

Se il tifo in casa è fede, il tifo all’estero è una specie di rituale semi-pagano, una liturgia appassionata e struggente, coltivata «da lontano» come un amore per corrispondenza, intenso, solitario, platonico, assiduo. Capita a volte che chi lascia Torino senza particolari smanie agonistiche, varcate le Alpi o sorvolati gli oceani, si scopra d’improvviso attratto dal ct della nazionale e inspiegabilmente sedotto da qualsivoglia sport preveda un campionato del mondo. Fosse anche il curling. È altresì piuttosto probabile che un Granata ad Hong Kong o un Bianconero a Filadelfia siano più agguerriti, più campanilisti, più febbrili e sfegatati di un qualsiasi calciofilo abitante in Corso Moncalieri o in via Mantova. Con il dovuto rispetto.

Assistere ai Mondiali a 8000 chilometri dal confine fa di te un Italiano, prima ancora che un tifoso. Saranno i sacrifici: il fuso orario che ti costringe a visioni notturne o la telecronaca in ucraino. Sta di fatto che per una qualche magica alchimia, la tua squadra, la tua nazionale o l’olimpionico azzurro di turno diventano, per te che vivi in Galles o lavori a Detroit, un’occasione di riscatto, di rivincita, una boa cui aggrapparsi, un’affiliazione da celebrare ed esibire, anche solo sventolando il tricolore su e giù per il quartiere, tra gli sguardi perplessi dei vicini di casa, o lacrimando come un bimbo alla terza nota dell’Inno di Mameli. Quando parti ti credi immune a questo genere di smancerie, anni luce dall’imbecillità dei cori da stadio e dalle magliette col numero 10 fatte indossare ai figli. Poi ti ritrovi a inneggiare «Forza Pirlo!» e ti viene il dubbio. Che il tifo serva, alle volte, a fare squadra?

Pubblicato su «La Stampa», 6 aprile 2007

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