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Dietro del quinte del Darfur. Cronistoria dai corridoi del Consiglio dei Diritti dell’Uomo

copertinamaggio2007.jpgStarsene dietro le quinte, a volte, è meglio che avere un posto in prima fila. Assistere allo spettacolo di sbieco, a lato del sipario, nella penombra, tra tecnici e costumisti, dà all’osservazione un’angolazione inedita e in molti casi illuminante. Dal backstage si notano le sfumature, s’intuisce meglio la posta in gioco, la tensione degli attori, le attese che accompagnano la rappresentazione, le alleanze, i bluff.

Uno dei possibili «camerini» da cui osservare la tragedia che si sta consumando in Darfur è il Consiglio dei Diritti dell’Uomo, organo sussidiario dell’Assemblea Generale dell’Onu, nato, poco più di un anno fa, dalle ceneri della defunta e screditata Commissione.
Forum di dialogo e cooperazione internazionale sui diritti umani, il Consiglio ha sede a Ginevra ed è composto da 47 membri, eletti a maggioranza assoluta dai 191 Stati dell’Assemblea Generale.

Esclusi Zimbabwe, Libia, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Vietnam, Nepal, Eritrea ed Etiopia – a suo tempo membri dell’antica Commissione – il Consiglio accoglie tra le sue fila Cuba, Cina, Arabia Saudita, Pakistan e Russia. Gli Stati Uniti, come ha confermato il Dipartimento di Stato a inizio marzo, sono determinati, almeno per ora, a rimanerne fuori. La loro assenza è assordante: se da un lato spiega la scarsa credibilità di cui l’organo ha sinora goduto, dall’altro svela la feroce diffidenza statunitense verso un’assemblea ritenuta troppo incontrollabile e dominata da equilibri non propriamente tradizionali, almeno negli esiti: il classico confronto tra Nord e Sud prende infatti, a Ginevra, la forma di un violento braccio di ferro tra uno schieramento maggioritario, costituito dai cosiddetti paesi non allineati (il gruppo africano, Algeria in testa, l’organizzazione della Conferenza Islamica, Cuba, Cina e Russia), e uno, minoritario, composto dagli Stati Occidentali, parte dell’America Latina e il Canada. Un ribaltamento dei rapporti di forza che sarebbe senz’altro auspicabile, se non si traducesse, spesso e volentieri, in un’occasione di rivalsa e di puro e semplice contro-potere rispetto alle ben più note dinamiche del Consiglio di Sicurezza. Ginevra versus New York, per intenderci. A vederli sfilare, questi austeri e paludati mandarini, non viene il sospetto. Ma la diplomazia sa essere, talvolta, sorprendentemente rissosa e vendicativa.

L’Odissea del Darfur al Consiglio inizia il 19 giugno 2006, con il discorso inaugurale del presidente, l’ambasciatore messicano Luis Alfonso De Alba. È lui il primo a mettere all’ordine del giorno una tragedia che il mondo pare aver dimenticato dopo la sigla degli Accordi di Pace tra il governo di Khartoum e la fazione del Sudan’s liberation movement, del maggio precedente.

Ancora a dicembre, dopo tre sessioni speciali virate sul conflitto israelo-palestinese e sulla nuova emergenza in Libano, è lo stesso Kofi Annan a richiedere che la questione mediorientale non «monopolizzi l’attenzione del Consiglio a scapito di altre questioni che costituiscono violazioni altrettanto gravi, se non di più». Si arriva dunque, dopo qualche tira e molla, alla sessione speciale sul Darfur, che terrà banco il 12 e il 13 dicembre. Quarantotto ore filate per ascoltare e discutere, soprattutto, il rapporto presentato dall’Alto Commissario per i Diritti Umani Louise Arbour. Passata in rassegna la nuova ondata di violenze che, nelle precedenti sei settimane, aveva causato oltre 80mila sfollati, la Arbour non fa sconti e accusa il Governo sudanese, responsabile di attacchi alla popolazione civile, bombardamenti, operazioni di sabotaggio degli aiuti umanitari e copertura di azioni criminali. La due giorni si chiude con l’approvazione di una «missione d’inchiesta di alto livello in Darfur», su proposta dell’Unione Europea. E mentre le anticamere del Palazzo si svuotano, e nell’aria echeggiano ancora le ipotesi su chi sarà chiamato a guidare la spedizione, – meglio sarebbe un africano, si sussurra – Oxfam, Concern, Goal, International Rescue Committee, il Norwegian Refugee Council e World Vision annunciano il rimpatrio temporaneo dal Sudan di oltre 250 operatori umanitari e dal Chad di oltre 400. Non c’è più molto tempo.

Dopo un giro di consultazioni, De Alba decide di dare l’incarico al Premio Nobel per la Pace Jodie Williams, 56 enne americana del Vermont. Non tutti sembrano approvare e difatti i membri della spedizione non ottengono neanche il permesso di entrare in Sudan, limitandosi ad interrogare i rifugiati in Ciad orientale, ad Addis Abeba, N’Djamena e Abeche.
La Williams riferirà al Consiglio durante la quarta sessione ordinaria, per la precisione il 16 marzo. Il Rapporto ripropone, suffragandole, le argomentazioni della Arbour, denuncia «crimini internazionali su larga scala» e si rifà al principio della responsabilità di proteggere: in numerose circostanze tanto il Governo sudanese quanto la comunità internazionale avrebbero avuto l’«obbligo vincolante di tutelare la popolazione della regione». E se l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea Javier Solana diffonde un comunicato stampa in cui invita «i Membri del Consiglio a dare seguito alle numerose raccomandazioni contenute nel Rapporto» – un modo elegante per dire: «datevi da fare» – Khartoum contesta l’accuratezza e l’indipendenza della relazione, mettendo addirittura in causa il ruolo e la nomina dei relatori dell’Onu, che molti preferirebbero di indicazione regionale e non indipendenti. «Ci opponiamo fermamente e risolutamente a qualsiasi conclusione venga da questa missione», commenta furioso il ministro della Giustizia, Mohamed Ali El Mardi. È l’inizio della guerra dei fronti anche a Ginevra.

Il governo di Beshir continua ad avere il sostegno della Cina – non è un caso che il Sudan fornisca il 10 per cento dell’import petrolifero cinese – ma il gruppo africano sembra, per la prima volta in dieci mesi, più sfilacciato e meno solidale che mai. Una frangia di otto ambasciatori (Ciad, Ghana, Camerun, Nigeria, Gabon, Senegal, Zambia e Mauricius) si dice disposta a trattare, ma rimane categorica su tre punti: non intende «prendere atto del Rapporto della Williams», né accettare che il Sudan venga citato per violazioni dei diritti umani, alla stregua delle milizie ribelli, e rifiuta su tutta la linea che il relatore sul razzismo faccia parte del gruppo di esperti che sarà incaricato di seguire il dossier Darfur. Almeno si dà per scontato che un simile dossier esista, ed è già un passo avanti.

Dopo una settimana di febbrili negoziazioni in merito a sottigliezze terminologiche solo in apparenza vacue, si arriva, increduli, all’intesa. Il rapporto della Williams è accettato l’ultimo giorno della sessione, il 30 marzo, come «documento da cui partire per prendere delle misure concrete». Che, tradotto, vuol dire che non si potrà far finta che non esista. Di fronte a 200mila morti in 4 anni, sembra, a dire il vero, un po’ pochino. Ma solo a chi ignora le sottili regole e geometrie che governano gli ambienti diplomatici. In realtà si tratta della prima risoluzione comune che il Consiglio riesce prendere. Il segno di un micro-scisma che, per una volta, è riuscito a forzare blocchi e lobbies altrimenti cristallizzate. La prova generale di una «massa critica» che in un futuro prossimo potrebbe rivelarsi decisiva.

Articolo pubblicato su «Nigrizia», maggio 2007

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