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Tutto il mondo ne parla… Dei frontalieri in Svizzera

dogane-cartello-stradale.jpgÈ sufficiente passare una mattina dal Col-des-Roches, dalle dogane di Ferney-Voltaire, Saint Genis e Bardonnex o fare un giro sul battello delle sette del mattino che attraversa il lago Lemano in direzione di Ginevra per capire che il flusso di persone che, quotidianamente, si riversa dalla Francia sul territorio svizzero negli ultimi tempi è diventato enorme. E non accenna a diminuire.

Qualcuno, incuriosito dall’aumento sulle strade di vetture con targa 74 (Alta Savoia) e 01 (Ain) ad un certo punto ha deciso di fare i conti. È venuto fuori che i cosiddetti frontaliers, quelli che abitano in Francia ma lavorano in Svizzera Romanda, sono, in effetti, 190mila. Che, rispetto al 2000, significa un aumento del 74%. 47mila solo a Ginevra – in pratica un lavoratore su cinque – 13.500 nel cantone del Vaud, 31mila a Bâle, 6.700 nel territorio neuchâtelois. La Svizzera tedesca non sembra interessata dal fenomeno, forse perché lì una delle condizioni per ottenere un permesso di lavoro come frontalier è quella di rientrare a casa soltanto una volta a settimana. Nella Svizzera Romanda, invece, gli accordi bilaterali sulla libera circolazione delle persone hanno amplificato una tendenza antica. I francesi «pendolano» da sempre sulla confederazione, ammaliati dalle sirene dell’economia, dalla qualità della vita e, soprattutto, dai salari più alti (tra il 30 e il 40% in più, ma senza le 35 ore). Una recente indagine dell’economista Frédéric Quiquerez ha fotografato il tipico frontalier: uomo (70%), sposato (75%), per lo più impiegato in campo sanitario e nell’orologeria. Entrambi i settori, del resto, proliferano proprio grazie all’apporto, decisivo, della manodopera proveniente dall’Esagono. Per gli uni, dunque, impieghi di lusso ben remunerati, per gli altri manodopera indispensabile alla tanto agognata crescita. Una sinergia apparentemente virtuosa. Tutti felici e contenti? Macchè.

In Francia a lamentarsi sono i comuni, che, pur registrando dei budget annuali al di sopra della media – Morteau, 6800 anime, fa 9 milioni di euro l’anno – deplorano il costante drenagggio dei cervelli. «Noi formiamo i giovani, e loro, appena possono, vanno a lavorare in Svizzera!». Oltre frontiera, invece, il malessere si esprime di solito apostrofando i frontaliers come «ladri di lavoro». E questo malgrado il tasso di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno si sia abbassato dal 4,5 al 3,7 %. Nel novembre 2006 un disoccupato di 51 anni, Eric Delfosse, ha addirittura creato un «Collettivo locale per il diritto al lavoro e alla dignità» che propone, tra le misure più radicali, l’obbligo di dare, a parità di qualifica, la preferenza ai cittadini svizzeri e l’introduzione, nelle imprese, di una «quota frontaliers».
La frontiera fisica tra i due paesi scompare ogni giorno di più, ma la linea di confine, sul piano dell’armonizzazione sociale e politica, a quanto pare separe ancora più di quanto non unisca.

Pubblicato su «Diario», 4 maggio 2007

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