in Vivere altrove

Meglio rosso che Morto

Il progetto del canale tra i due mari vicino al sì definitivo
images.jpgA sentirlo raccontare sembra un thriller ecologico molto simile a «Water Inc.», il romanzo che Varda Burstyn, ex vicepresidente di Greenpeace Canada, ha pubblicato alcuni anni fa. Nel libro William Greele, uno degli uomini più ricchi del pianeta, smuove mari e monti per costruire un gigantesco acquedotto in grado di collegare il Québec agli Stati Uniti, rifornendo questi ultimi di una risorsa diventata, in tempi di straordinaria siccità, preziosa quasi quanto l’oro. Un piano fanta-politico visionario e a dir poco delirante, che per ambizione e problematiche ricorda da vicino un altro progetto che viene (seriamente) discusso a Ginevra, in questi giorni, da ingegneri idraulici e tecnici israeliani, palestinesi e giordani per una volta uniti dalla medesima preoccupazione: salvare il Mar Morto dall’evaporazione.

La ritirata
Sempre meno alimentate dalle acque del Giordano, e sempre più provate da un intensivo sfruttamento agricolo, le rive del bacino si stanno ritirando a vista d’occhio. Dagli Anni Settanta il livello del mar di sale si abbassa di un metro e venti centimetri ogni anno. Come il Mar d’Aral e il lago Ciad, la sua superficie si è ridotta di un terzo in una trentina d’anni. Al ritmo attuale si prevede che nel 2050 non sarà che una pozza melmosa e riarsa, solcata da profondi crepacci. Quando l’incubo diventerà realtà, il pianeta potrà dire addio a un capitale geologico unico al mondo: dei ventuno minerali catalogati nella acque del lago, conseguenza di una salinità otto volte superiore a quella degli oceani, dodici pare non esistano in nessun altro posto. Dalla firma degli accordi di Oslo tra Israele e la Giordania, nel 1994, gli esperti hanno cominciato a sbizzarrirsi con le idee più stravaganti. Una di queste è arrivata a suscitare molte speranze: collegare il Mar Rosso al Mar Morto tramite la costruzione di un condotto lungo più di 180 chilometri, per i due terzi sotterraneo. Discusso per la prima volta dalle autorità competenti all’inizio di dicembre 2006, dopo una proposta firmata dal celebre architetto britannico Norman Foster, il progetto è stato trasformato in Piano nazionale dal governo israeliano nel marzo scorso, dopo che per anni Shimon Peres ne era stato strenuo paladino contro le perplessità e i sorrisi degli scettici.

Il ciclopico progetto di salvataggio – chiamato Canale dei due mari o anche Canale della pace – è patrocinato dalla Banca Mondiale e finanziato da Francia, Spagna, Stati Uniti, Belgio e Giappone. Finora sono stati stanziati 15 milioni di dollari, per condurre lo studio di fattibilità di un’impresa che dovrebbe arrivare a costare tra i 2 e i 5 miliardi di dollari (1,5 – 3,7 miliardi di euro)

Il dislivello
«Trovandosi il bacino a 398 metri al di sotto del livello del mare – ha spiegato nel corso di un incontro pubblico Alfonso Nussbaumer, console onorario della Svizzera nei Paesi del golfo di Aqaba, che si occupa del progetto – gli esperti sono convinti di poter approfittare di questo dislivello per abbinare allo scavo la costruzione di una diga idroelettrica, destinata ad alimentare le turbine di un impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare».

Nelle previsioni il canale trasporterà quasi due miliardi di metri cubi d’acqua salata all’anno. L’impianto dovrebbe fornire 850 milioni di metri cubi d’acqua dolce ogni anno. Quanto basta per far rifiorire il deserto e colmare le deficienze idriche di Amman, Gerusalemme e Gaza per la prossima metà del secolo.

Ma, insegna la Burstyn, una cosa sono gli interessi politici e simbolici del progetto, un’altra le variabili ecologiche ed economiche. Ed è proprio qui che la questione si fa complessa.

I Verdi
Gli ambientalisti insistono sul rischio di scompensi. Eilon Adar, direttore del «Zuckerberg institute for water research» alla Ben-Gurion university of the Negev, non si arrende, e da tempo ha lanciato l’allarme sull’instabilità sismica della valle dell’Arava, dove è previsto debba passare il condotto, e sulla possibilità di pericolose infiltrazioni d’acqua salata nelle falde della regione. Per non parlare dell’evoluzione idrochimica provocata dall’immissione di acqua «diversa» nel bacino del Mar Morto: che potrebbe comprometterne l’equilibrio, mattendo a serio rischio, tra l’altro, l’ampia e redditizia produzione giordana di cosmetici a base di sali e fanghi e una consistente fetta di turismo, attirato dalle proprietà curative del luogo per alcune malattie della pelle.

Gli economisti
Il fatto poi che l’acqua debba salire di 125 metri prima di discendere verso il Mar Morto e che una volta desalinizzata debba ancora risalire per 1,5 chilometri prima di raggiungere le città giordane, palestinesi e israeliane, fa storcere il naso agli economisti, timorosi che il costo del sistema di pompaggio superi i guadagni energetici ipotizzati in base al dislivello tra i due mari.

Non rimane che aspettare e vedere se lo studio saprà sciogliere dubbi e timori sollevati da un’opera idraulica che, per ora, è riuscita a far parlare la Banca Mondiale di «dividendo di pace».

Pubblicato su «La Stampa», 24 giugno 2007

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