in Vivere altrove

Vivere altrove… Ricorrenze

viverealtrove_20060119.jpgHo avuto l’occasione di trascorrere un anno in Mozambico. Su un taccuino, alla fine dell’avventura, avevo annotato: «Non mi sono mai abituata ai neri con i capelli bianchi; ai crateri profondi che si aprono sotto i piedi mentre cammino tranquilla per le strade di Maputo; agli scarafaggi che incontro per le scale; all’aria condizionata nel cinema, che ci vorrebbe il maglione di lana; al carbone venduto per le strade e all’olio in sacchetti mono-dose; all’elettricità che si compra dal benzinaio; alla quantità di macchine che riescono a far entrare sul traghetto che attraversa la baia; ai gechi che scivolano sul pavimento come avessero i pattini; all’alba che arriva d’improvviso in camera e non ci sono né tende né finestre per farla stare fuori».

Fa un anno e sette mesi che abito all’estero, con un piede in Francia e l’altro in Svizzera.
Questa non è più un’avventura, una parentesi esotica da raccontare ai nipotini davanti al fuoco. Se ci sono gli scarafaggi significa che non ho pulito abbastanza. Alla finestra ci sono, per legge, i doppi vetri e per la strada quel poco che ti vendono in genere è illegale. Nonostante questo, e fatti i dovuti distinguo, ancora non mi sono abituata: ai torinesi che quando parlo delle cose di qui mi danno dell’esterofila, dimostrando di non aver capito niente di quello che ho detto; alle tagliatelle come contorno; al taccuino con la matita che ti mettono a disposizione nei parcheggi sotterranei per segnarti dove hai messo la macchina; all’imbarazzante bruttezza delle scarpe; a dire «Halò» al telefono invece di «Pronto»; alle rotonde, sempre e dovunque, anche quando davvero non ce n’è bisogno; ai benzinai della Coop; ai belgi che in visita in Svizzera hanno il coraggio di regalarti il cioccolato; al tigì che, in Francia, fa sempre precedere i servizi da una cartina che ti segnala con una freccia dove sta il paesino in cui hanno finalmente asfaltato la piazza principale o quello dove una cavalla ha appena partorito.
E solo dopo si parla dell’Iraq.
Ma questa volta senza cartina.

Pubblicato su «La Stampa», venerdì 13 luglio 2007.

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