in Vivere altrove

Persepolis, autobriografia contro

persepolis.jpgUn bianco e nero di una semplicità estrema. Stilizzato, sottile, elegante, realistico e onirico al tempo stesso. È senz’altro questa la cifra di Persepolis (dal nome dell’antica capitale iraniana). «Il primo albo a fumetti iraniano», recita l’epigrafe in terza pagina: quattro volumi usciti tra il 2000 e il 2003 sul quotidiano «Libération» a firma di Marjane Satrapi, e in seguito pubblicati in Francia dall’etichetta indipendente l’Association.

Oltre un milione e ducentomila copie vedute in tutto il mondo, il testo è adottato da 160 università.
A sette anni di distanza dall’esordio, l’opera cartacea è recentemente diventata un film d’animazione di un’ora e 45 minuti, che del fumetto conserva tono e stile, trasformandolo in un vero e proprio romanzo d’educazione, originale, grottesco, vagamente pedagogico, irriducibilmente contestatario. Di nuovo il bianco e nero, questa volta con qualche schizzo di colore, «per rendere immediatamente comprensibili i salti temporali» – spiega l’autrice – e un aggiunta di grigrio «per evitare di acciecare il pubblico». Persepolis, il fumetto, rinasce dunque come Persepolis, il film, e Marjane, già ideatrice, disegnatrice, nonché protagonista del primo, è anche, va da sé, la realizzatrice del secondo, accompagnata nell’impresa da un altro fumettista, Vincent Paronnaud, in arte Winshluss.
Il maggio scorso a Cannes, il lungometraggio ha vinto il Premio della Giuria, suscitando, per la sua scanzonata irriverenza, le accese rimostranze di Teheran, che ha accusato la Croisette di un «atto politico, se non anticulturale». Sbancati i botteghini in Francia nell’estate, l’uscita nelle sale italiane è attesa per l’inizio di dicembre.

La storia
Teheran 1978. Marjane, otto anni, sogna di diventare profeta e di salvare il mondo. Cresciuta in una famiglia coltivata e progressista, segue con esaltazione gli avvenimenti che porteranno alla caduta dello Shah Mohamed Rezah e alla Rivoluzione Islamica di Khomeini. Salutato come l’inizio di una nuova era libertaria, il regime dei mullhas non tarda a mostrarsi autocratico e sanguinario: oppositori assassinati, incarcerati e torturati; donne costrette a portare il velo; università chiuse. Il terrore, insomma. Quando, nel 1984, i genitori decidono di spedire Marjane in Europa, per frequentare il liceo francese di Vienna, la guerra con l’Iraq è iniziata da quattro anni. «Resta sempre fedele a te stessa», è il messaggio con cui la nonna, adorata musa ispiratrice, le dice addio, stringendola in un abbraccio che sa di gelsomino. Ma la sfida non è delle più semplici. Marjane, quattrodicenne, fa in Austria l’esperienza di un Paese unicamente preoccupato del consumo, ipocrita, permissivo e fondamentalmente xenofobo. «L’Iran era l’incarnazione del male», spiega Marjane «e ogni volta che ero costretta a dire da dove venivo, dovevo giustificarmi per delle ore». Punk nichilista e innamorata ognatrice, la giovane patisce i pregiudizi della gente, l’angoscia opprimente dell’ostracismo, il peso di un’identità incompleta. Ritorna in Iran vergognosa e depressa, per scoprire le ingegnose forme di resistenza «privata» che la popolazione mette in campo contro i Guardiani della Rivoluzione.
Frequenta l’Accademia delle Belle Arti, malsopportando i limiti sempre più oppressivi imposti dal regime e nel 1994, insoddisfatta, parte per Parigi, con un biglietto di sola andata.

Pubblicato su “Vita”, 14 settembre 2007.

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