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L’OMS ridisegna la città a misura d’anziano

anziani.jpgSi intitola “Global Age – Friendly Cities” ed è nato dall’ascolto diretto di gruppi ed organizzazioni della terza età. In Giamaica il problema numero uno è il rumore.

La terra sta invecchiando. Secondo l’Oms, gli over 60, che erano 650 milioni nel 2006, supereranno il miliardo nel 2025, per arrivare ai due entro il 2050. In altri termini, dal 2005 al 2050, gli ultrasessantenni rappresenteranno la metà della crescita demografica. Se a questi dati si aggiunge il fatto che nel 2030, 3 abitanti del pianeta su 5 abiteranno in città, l’idea di un’inchiesta dedicata ai provvedimenti urbanistici «a misura d’anziano» come quella appena pubblicata dall’Oms con il titolo Global Age – Friendly Cities non sembra poi così anodina. Nata da un attento esame di 33 città di 22 Paesi e dall’ascolto diretto di gruppi ed organizzazioni della terza età, la guida suggerisce una serie di misure pratiche che «le città dovrebbero impegnarsi ad adottare per valorizzare e rispettare il potenziale che gli anziani rappresentano per la famiglia, la comunità e l’economia». A saperla osservare, la città ci dice molto della società che l’ha prodotta, esibendo gli esiti delle politiche poste in essere, enfatizzandone i conflitti, rilevando le trasformazioni che essa ospita di usi, ruoli e simboli. E se è vero che nessuno spera più di cambiare la società modificando la forma della città, è altresì auspicabile che le forme urbane non abbiano del tutto perso la «capacità di ascoltare» non solo chi le amministra, ma anche chi le anima e le abita, modificandosi di conseguenza.

Panchine scomparse
Le critiche sollevate dagli ultrasessantenni variano, ovviamente, a seconda della dimensione e della condizione dell’abitato: se in Giamaica il problema numero uno sembra essere il rumore, ad Amman gli anziani lamentano la mancanza di aree verdi, mentre a Città del Messico o a Rio è la pessima condizione dei marciapiedi a sollevare le accuse più feroci. Ma dovunque, che si tratti di città del Primo o del Quarto Mondo, è largamente diffusa la convinzione che le città siano state progettate e costruite per i giovani e rappresentino per gli anziani un ambiente ostile. Di difficile accesso, prive di bagni pubblici o di panchine su cui riposare, con un sistema di trasporti spesso inaffidabile, inefficiente e antieconomico, le «giungle di cemento» non smentiscono la loro nomea. I provvedimenti proposti dall’Oms vanno dall’agibilità dei marciapiedi, a chiare regole di condotta per autobus e metropolitane – posti riservati, mezzo in movimento solo una volta che l’anziano abbia preso posto – dalle code preferenziali per l’accesso ai servizi, all’appropriata e chiara diffusione di tutte le informazioni riguardanti eventi, orari e strutture (impiegando ad esempio caratteri grandi, frasi brevi, un linguaggio diretto e semplice). Ma non è tutto. Il documento propone anche, oltre ad una lista delle caratteristiche necessarie perché un alloggio o un condominio siano adatti alle persone anziane, tutta una serie di “disposizioni sociali” volte a favorire l’inclusione, l’integrazione e la partecipazione attiva di una fascia d’età regolarmente tenuta ai margini, nascosta ed isolata. Tra queste, la programmazione di animazioni, concerti ed eventi in orari e luoghi adatti anche agli anziani, la messa a disposizione di servizi di trasporto ed accompagnamento ad hoc, la creazione di spazi di interazione regolari con studenti ed insegnanti.

L’esperto
Un restyling di civiltà
Che cosa ne pensa un esperto delle idee lanciate dall’Oms? «Si tratta di provvedimenti basilari che in Italia non sanno di novità», commenta Giorgio Pettinato, ordinario di Urbanistica a Roma, «ma sarebbe cosa straordinaria se venissero davvero applicati». Che è come dire che l’organizzazione urbanistica, da sola, non è sufficiente. Ci vuole qualcosa d’altro. «Sono i comportamenti concreti, il rispetto delle regole, che fanno la differenza, almeno nei Paesi industrializzati», continua Piccinato. «La violenza insita nelle grandi città è innegabile. La ricchezza e la sovrabbondanza di stimoli e di provocazioni non può che preoccupare chi non è in grado di controllarla, ovvero le categorie più vulnerabili, come gli anziani e i bambini. Quello che è un di più per loro diventa fattore d’inquietudine. La città dovrebbe perciò imparare a guardare di più ai suoi cittadini, non limitandosi ad essere una macchina produttiva di servizi e di manufatti».

Pubblicato su “Vita”, sabato 24 novembre 2007.

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