in Vivere altrove

Vivere altrove… la prova dell’esilio

viverealtrove_20060119.jpgA volte le città si fanno porti. A volte le nazioni moli cui attraccare quando si è naufraghi, espulsi, respinti, braccati, obbligati alla distanza in terra straniera. L’esilio è quasi sempre un viaggio di sola andata, una forma definitiva e irreversibile di diserzione, di menomazione quasi. E gli esuli, raminghi per forza o per scelta, sono immersi nel flusso della storia. «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Mai funesta profezia si è avverata con cotanta precisione. Nel secolo breve, intere generazioni di menti di prim’ordine, artisti, scrittori, scienziati e pensatori hanno lasciato «ogni cosa diletta » dandosi, loro malgrado, alla fuga. Brodskij, Amado, Sepúlveda, Freud, Bartók, Schönberg, Chagall, Momigliano, Strawinsky, Nabokov, Celan, Kadaré, Rushdie, Hrabal, Ben Jelloun… La diaspora degli esuli è sterminata quanto l’ottusità del mondo.

Per alcuni questa sorte ha il sapore di una condanna all’ergastolo in un deserto arido e ostile, per altri non è che una prova di libertà interiore, la libertà delle vette e della solitudine. Libertà vera, forse, ma spesso inutile. Vivere in esilio significa andarsene in giro con uno schiaffo invisibile sulla faccia, fissare nella lontananza l’orizzonte della propria esistenza; significa fare della quotidianità la dimensione temporanea della propria vita e della pluralità culturale ed affettiva la propria ossessione. Ma in vista di che cosa? Perennemente sospesi tra il tornare indietro nell’illusione di ricominciare la vita e l’andare avanti nella convinzione di averla già consumata. Incapaci di assimilarsi, e desiderosi di riconsegnarsi a se stessi, ritrovarsi, accomiatarsi dal rimorchio del passato per smetterla di essere vittime, e ritornare finalmente uomini. Ché, poi, se la patria non c’è più, non c’è più neanche l’esilio. E rimangono solo semplici destinazioni tra le quali scegliere.

Pubblicato su “La Stampa”, venerdì 29 febbraio 2008.

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Commento

  1. Mi ritrovo più nel pezzo sui dettagli del mondo …

    Per quanto riguarda l’esilio (o meglio la lontananza da casa), si può anche viverlo come hanno facevano gli ebrei: cacciati di paese in paese, sempre pronti a scappare in mezz’ora portandosi tutti i loro beni con sè (il più importante il loro cervello), capaci di salutarsi dicendosi “l’anno prossimo a Gerusalemme” ma di rimettere radici ogni volta in un posto nuovo … ogni volta che mi capita di viaggiare ad Est vado a cercare le tracce dei loro ghetti, che nemmeno il nazismo è riuscito a cancellare, e ogni volta mi commuovo.

    Come diceva qualcuno di fronte alla domanda “sei ebreo?” “no, purtroppo non ho quest’onore” …

  2. PS. impressionante quanto è attuale Dante, ogni pagina e anche quel “come sa di sale lo pane altrui” … ma ricorda che l’esule Dante è anche lo stesso poeta del canto di Ulisse, che è un inno al piacere della scoperta di nuove frontiere e della conoscenza …