in Vivere altrove

Vivere altrove… A Baghdad di questi tempi

viverealtrove_20060119.jpgPer anni Nabil, Riverbend e Raed hanno raccontato al mondo, dai loro blog, l’orrore delle bombe, degli scontri e del caos seguito alla caduta di Saddam Hussein. Appena han potuto sono fuggiti. Chi in Siria, Giordania, Svezia. I più fortunati in California o in Canada. Una diaspora che ha coinvolto altri 4 milioni di profughi. Come dargli torto. Alcuni testimoni oculari, tuttavia, ancora resistono laggiù e continuano ad aggiornare, rigorosi e puntuali, i loro diari di guerra. Un imperativo categorico, quasi. Uno sforzo estremo e disperato per rimanere a galla, padroni della propria terra e del suo incerto destino. Per caso mi sono imbattuta in alcuni di loro. Sunshine, una studentessa sedicenne che spera di diventare ingegnere, Naima un’insegnante delle superiori, Rasheed il traduttore.

E poi Layla. Layla Anwar. Una quarantenne che ha assistito a sette conflitti. Su arabwomanblues. blogspot.com dice di sé: «Non sono un politico, non un poeta e neanche una scrittrice… giusto una sopravvissuta ». I post di Layla sono arrabbiati, malinconici ed intimisti, come quello in cui si sforza di descrivere la vita quotidiana a Baghdad in questi tempi bui. «Stress è quando vivi da cinque anni senz’acqua e senza elettricità. Quando corri da una corsia all’altra di ospedale, da una prigione all’altra, cercando il tuo compagno e alla fine lo riconosci in qualche obitorio, dalle otturazioni. Quando fai armi e bagagli in fretta e furia, ti precipiti al confine più vicino, e vieni rispedita indietro da qualcuno che nel frattempo ha ridotto la tua casa a un ammasso di macerie.
(…) Quando ti abitui a dormire vestita perché non vuoi che ti sorprendano nuda nel momento in cui butteranno giù la porta di casa nel cuore della notte, ti trascineranno fuori tirandoti per i capelli o per la maglietta, e ti spareranno in testa. Stress è essere prigionieri nel tuo stesso paese». Layla il suo altrove se l’è ritrovato un giorno sotto casa.

Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 7 marzo 2008.

Scrivi un commento

Commento