in Vivere altrove

Blogger a Baghdah: una finestra sull’inferno

blogger.JPG“Nabil”, nick name dietro cui si cela uno studente sedicenne di Bagdad, è emigrato in Giordania. «Riverbend», una ragazza di 24 anni, in Siria. «Rose», ingegnere civile di 28 anni, adesso lavora a Dubai. «Raed», uno dei fratelli Jarrar, padre giordano-palestinese e madre irachena, blogger di A Family in Baghdad, da quattro anni vive in esilio negli Stati Uniti. Molti dei più seguiti e accreditati siti che, negli anni dell’ultima guerra in Iraq, hanno raccontato al mondo, dal di dentro, l’orrore delle bombe, la ferocia degli scontri e il caos seguito alla caduta di Saddam Hussein, hanno chiuso i battenti e interrotto per sempre le comunicazioni. Nessuna sorpresa. La fuga è stata, del resto, una scelta pressoché obbligata per oltre 4 milioni di profughi. Alcuni testimoni oculari, tuttavia, resistono. E continuano ad aggiornare i loro diari di guerra: quasi un imperativo categorico, uno sforzo estremo per rimanere a galla, continuare a riflettere e non arrendersi alla paura e alla fatica.Tra questi Layla Anwar, che in quarant’anni ha assistito a sette conflitti. Su An Arab Woman Blues dice di sé: «Non sono un politico, non un poeta e neanche una scrittrice… giusto una sopravvissuta». I post di Layla sono intensi, arrabbiati, malinconici ed intimisti, come quello in cui si sforza di descrivere la vita quotidiana a Bagdad in questi tempi bui. «Stress è quando vivi da cinque anni senz’acqua e senza elettricità. Quando corri da una corsia all’altra di un ospedale, da una prigione all’altra, da una milizia all’altra, cercando il tuo compagno e alla fine lo riconosci in qualche obitorio dalle otturazioni. Quando fai armi e bagagli in fretta e furia, ti precipiti al confine più vicino, e vieni rispedita indietro da qualcuno che nel frattempo ha ridotto la tua casa ad un ammasso di macerie. […] Quando ti abitui a dormire vestita perché non vuoi che ti sorprendano nuda nel momento in cui butteranno giù la porta di casa nel cuore della notte, ti trascineranno fuori tirandoti per i capelli o per la maglietta, e ti spareranno in testa. Stress è essere prigionieri nel tuo stesso Paese».

Birra fresca sotto gli spari
A volte i commenti politici (in genere sia anti americani che anti governativi) e la macabra conta dei morti – «153 civili iracheni nella sola settimana dal 10 al 16 febbraio 2008», come riferito dall’Iraqi Bloggers Central Iraqi Bloggers Central – lasciano il posto a scampoli di vita vissuta solo apparentemente più frivoli. Com’è il caso della guida ai posti dov’è ancora possibile farsi una birra fresca a Bagdad, compilata da «Al-Rasheed», un giornalista e traduttore di 33 anni, sul blog Great Baghdad Great Baghdad: tra check point, zone ultrasicurizzate, barriere per dividere i quartieri sciiti da quelli sunniti, la città, un tempo nota per la vivacità dei suoi bar e night club, sopravvive a fatica sotto un ininterrotto coprifuoco, ostaggio di gruppi estremisti «capaci di massacrare di botte chiunque sia colto in possesso di alcool, malgrado l’acquisto, il possesso e il consumo sia assicurato dalla legge».La guerra invade gli spazi privati delle persone e ruba loro il tempo. «Sunshine» è una studentessa sedicenne che spera di diventare ingegnere o farmacista. Sul blog Day of my life Days of My Life confessa di avere «una bella stanza in cui non posso dormire e una comoda scrivania su cui non posso studiare, perché la finestra si affaccia sulla strada e i proiettili volanti hanno già crivellato tutti i muri».E «Najma», un’insegnante delle superiori, descrive così, su Baghdad Chronicles Baghdad Chonicles una notte insonne, come molte. «Mi sono svegliata ad un certo punto della notte a causa di uno strano boato. O era mattino presto? Faceva ancora buio. I miei sensi hanno cominciato a realizzare lentamente che fuori c’era la guerra! Rumore di spari. Colpi di rpg, pistole, fucili. Intervallati da un orribile rimbombo. Non ero ancora del tutto sveglia, ma durante questi tre anni noi iracheni siamo tutti diventati degli esperti balistici. Era un’autobomba, potevo sentirne l’eco e immaginare le enormi fiammate salire al cielo. Un’altra raffica di spari. “Allah, ti prego, fammi riaddormentare”. Ho recitato qualche verso del Corano, gli occhi ancora aperti. Qualche secondo dopo, c’era di nuovo silenzio, come se si fosse trattato di un incubo. Ma non era così».

Pubblicato su «Vita», 21 marzo 2008.

Scrivi un commento

Commento