in Vivere altrove

Vivere altrove… dove?

viverealtrove_20060119.jpgRientrare a Torino dopo oltre cinque mesi di assenza è come incontrare un vecchio amico che ha deciso, nel frattempo, di farsi crescere barba e basette. L’altezza, il peso, il corpo, il numero di scarpe sono quelli di sempre, ma i lineamenti hanno un che di diverso. I peli sulla faccia di Torino li noti subito, quando sbuchi dall’autostrada, alzi gli occhi ai grattacieli Di Vittorio e leggi, proprio di fianco all’insegna del caffé, il nuovo, gemellare, logo bancario. Un memorandum, un gigantesco post-it alle porte della città, che ti ricorda come, irrevocabilmente, i tempi cambino.

D’altronde, l’avresti capito comunque, affacciandoti alla finestra. Dell’area ex Isvor – in corso Massimo angolo corso Dante – non resta che un isolato di macerie. Hanno lasciato in piedi solo i muri esterni, come quando uno mangia la Nutella a cucchiaiate facendo attenzione a scavare bene il barattolo, perché dall’esterno non si veda che dentro è vuoto. Un Ground Zero taurinense di 17 mila metri quadrati che mette i brividi. Altro che barba e basette, hai pensato. Qui il caro vecchio amico ha deciso, in un attimo di follia, per un drastico taglio di capelli, una plastica al naso, una tinta e, già che c’era, la depilazione definitiva delle sopracciglia!

Appena girato l’angolo, però, tutto sembra invariato. Il solito parco, il solito fiume, il solito mercato con il solito banco di calzini caldo-cotone. Un’altra, deprimente, area per cani, un senso vietato in meno, due giganti col fioretto di fianco alla Promotrice delle Belle Arti.

Mentre spingi il passeggino – ulteriore segno dei tempi – rifletti sui rumori della metropoli per i quali hai perso l’orecchio, sulla familiarità degli scorci, sulla frequenza degli incontri casuali. Quanto ci vuole perché una città smetta di essere la tua città? Quanto deve cambiare il suo skyline, perché diventi estranea? Quanto tempo devi starne lontano perché perda definitivamente l’odore di casa?

Pubblicato su “La Stampa”, venerdì 21 marzo 2008

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Commento

  1. Cara Irene, io spero che per me l’odore di Torino resti per sempre quello di casa. Mi sentirei morire se, tornandoci, la sentissi estranea, non posso pensarlo.