in Vivere altrove

Biopirati in camice bianco

copertina.jpgLa biodiversità è diventata un affare di prim’ordine. I ricercatori, spesso al soldo delle multinazionali, carpiscono i segreti delle popolazioni indigene su piante medicinali, funghi e semi. Scoperte poi brevettate. Un business da 5 miliardi di dollari.

L’hoodia è un cactus alto circa un metro e mezzo. Dalla notte dei tempi i kung del Kalahari e i san (boscimani) del Botswana se ne servono per combattere la fame durante le lunghe battute di caccia nel deserto. Nel gambo, dalle dimensioni di un cocomero, è infatti presente un principio attivo capace, se ingerito, di dare un prolungato senso di sazietà.


Il gene spezza-fame, battezzato P-57 dal sudafricano Council for Scientific and Industrial Research (Csir), viene isolato, brevettato e commercializzato all’inizio del 2000 da una piccola azienda farmaceutica inglese, la Phytopharm, la quale ne cede prontamente la licenza esclusiva, per 21 milioni di dollari, all’americana Pfizer (la stessa che ha fatto fortuna con il Viagra). Il “cactus dietetico in pillole” si rivela, manco a dirlo, una vera e propria gallina dalle uova d’oro in un mondo in cui, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), 1,6 miliardi di adulti sono sovrappeso e 400 milioni soffrono di obesità.

Altro scenario. Nell’estate del 1998 gli Abbot Laboratories di Chicago brevettano il principio attivo dell’epibatidina, per sperimentare un analgesico 200 volte più efficace della morfina. La sostanza era stata isolata da John Daly, allora ricercatore del National Institute of Health, dopo lunghi test su un ricco campione di rane ecuadoriane della specie epipedobates tricolor, selezionate e importate illegalmente negli Stati Uniti negli anni Settanta. Grazie alle scoperte di Daly, la Abbott lancia con successo sul mercato il «re degli analgesici».


Spogliati e derubati


In gergo tecnico, il furto delle conoscenze tradizionali dei san (e, analogamente, degli ecuadoriani), e il loro egoistico sfruttamento economico prendono il nome – coniato per la prima volta da Pat Mooney della Rural Advancement Foundation International nel 1993 – di “biopirateria”. O, a scelta, “biocolonialismo”.


Niente uncino, né bende sull’occhio o pendagli pacchiani. Il biopirata non ha il fascino ribelle e anticonformista di un corsaro salgariano a caccia di tesori e forzieri, ma l’aspetto, il più delle volte, un po’ asettico del ricercatore occhialuto in camice bianco. Al soldo di università, fondazioni, industrie agro-alimentari, chimiche, farmaceutiche o biotecnologiche, il biopirata non esita a travestirsi da antropologo per entrare in contatto con le popolazioni più remote del pianeta, allo scopo di carpirne i segreti, siano essi piante medicinali, funghi, semi, principi attivi o vere e proprie risorse genetiche. Quasi inutile puntualizzare che la suddetta spoliazione assai di rado prevede un qualche tipo di compensazione o risarcimento (le royalty essendo, astutamente, vincolate al prodotto derivato).


Ancora una volta, e spesso senza neanche averne il sospetto, la povertà si ritrova, suo malgrado, a sussidiare la ricchezza. Accade così che la Eli Lilly & Co. di Indianapolis metta a punto due farmaci di successo – la vincrastina e la vinblastina – a partire dalla vinca rosea, una pianta del Madagascar, senza che nessuno, al di fuori della ditta, partecipi dei profitti.

Che i ricercatori dell’Università del Wisconsin, seguendo la stessa strategia, brevettino una proteina tratta dalla bacca africana “j’oublie” (pentadiplandra brazzeana), per farne un dolcificante. Che l’industria olandese Quest International e l’Università del Minnesota ottengano una patente, la numero 5919695, su un batterio del pozol, la bevanda che i campesinos messicani preparano diluendo con acqua una pasta di mais fermentata, e che ha la proprietà di impedire la decomposizione degli alimenti. In pratica, un conservante naturale.


La biodiversità è, insomma e a tutti gli effetti, diventata un affare di prim’ordine. Qualche cifra in ordine sparso, giusto per dare l’idea: circa 43 miliardi di dollari il valore corrente del mercato mondiale delle piante medicinali; 147 milioni di dollari il valore commerciale dei prodotti farmaceutici elaborati a partire da piante tropicali; 3 miliardi di dollari le vendite annue di prodotti cosmetici che utilizzano risorse genetiche basate sulle conoscenze tradizionali; circa 5 miliardi di dollari il giro d’affari complessivo, secondo solo a quello legato al traffico d’armi e droga.

La rivincita dei nativi


Il meccanismo è connesso al controverso e attualissimo tema dei patent right (o diritti di brevetto), uno dei cardini della moderna geometria del capitale e tra i responsabili delle feroci gerarchie tra centro e periferie economiche del pianeta. La china della “brevettabilità del vivente” è dietro l’angolo ed è cosa troppo concreta per lasciarla nelle mani dei giuristi.


La mostarda indiana, il pepe nero, il riso paraboiled, addirittura il codice genetico di un indigeno hagai della Papua Nuova Guinea. «Tutto è potenzialmente brevettabile in natura – commenta Debra Harry, del Consiglio dei popoli sul biocolonialismo, con sede in Nevada – e non c’è modo di fermare le bioprospezioni, ovvero le ricerche di organismi biologici potenzialmente redditizi».


Qualcuno, però, ci prova. Nel caso dell’ayahuasca, ad esempio, un estratto vegetale tradizionale dell’Amazzonia, utilizzato sotto forma di bevanda dai contadini colombiani a scopo rituale, la disputa tra popoli indios e multinazionali ha avuto un esito imprevisto (anche se, malauguratamente, solo temporaneo). “Rubata” per brevetto medico una decina di anni fa da Loren Miller, dell’International Plant Medicine Corporation, che si era aggiudicata gli annessi diritti esclusivi di produzione e commercializzazione, la pianta è stata oggetto di una vera e propria causa legale. Il processo intentato a Washington con il sostegno del Coica (Coordinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica) e del Cultural Survival Canada, si è inaspettatamente concluso nel 1999 con la revoca del brevetto (poi, però, riottenuto da Miller nel 2001).

Il fortunato episodio ha stabilito un precedente, convincendo, nel 2000, i 16mila indios waphisana, a cavallo tra il Brasile e la Guiana, che valeva la pena intentare una causa contro i brevetti ottenuti dal chimico britannico Conrad Gorinsky per alcune sostanze isolate dal tipir, la noce dell’ocotea rodiati, usata dai locali come contraccettivo, antiemorragico e disinfettante, e dal cunami (clibadium sylvestre), una pianta usata per pescare.

Nello stesso anno, oltre mezzo milione di persone, mobilitate da una coalizione internazionale di organizzazioni ambientaliste, hanno manifestato a Bangalore, riuscendo a far ritirare il brevetto sul Margosan-O, un principio attivo estratto dall’albero sacro del nim, impiegato nell’India contadina come pesticida naturale. L’estratto era stato “scoperto” e brevettato nel ’94 dal trafficante di legname Robert Larson e subito venduto alla Wr Grace. Altri 80 brevetti pendono su altrettanti componenti della pianta, ma la “battaglia del nim” ha segnato una svolta importante. Davide aveva sfidato Golia e l’aveva vinto.


A Ginevra il braccio di ferro tra nativi e corporation assume i contorni sfumati e i ritmi lenti della diplomazia. In febbraio, al Palazzo delle Nazioni di Ginevra, prima sede dell’Onu, si è riunito per la prima volta un gruppo di lavoro, impegnato nella negoziazione e stesura di un Protocollo internazionale che intende assicurare alle popolazioni indigene una parte dei benefici derivati dalla commercializzazione delle risorse genetiche. Un obiettivo ambizioso, già contemplato nella Convenzione sulla biodiversità del ’92, che riconosce la sovranità degli stati sulle risorse genetiche presenti nel proprio territorio, chiede un’equa distribuzione dei profitti tra società straniere e paese d’origine e accorda – all’articolo 8J – grande importanza al sapere indigeno, esigendo il previo consenso informato dei partner interessati, prima di procedere allo sfruttamento.


«Codificando un regime internazionale di accesso alle risorse e ripartizione dei benefici, il Protocollo metterà fine allo scandalo della biopirateria», sentenziano i diplomatici dalle rive del lago ginevrino. D’accordo. Ma sarà sufficiente? «Tutto dipende da come s’interpreta il concetto di biopirateria», sottolineano i militanti di Grain, una organizzazione non governativa che si batte contro l’“erosione genetica”. «Biopirateria significa essenzialmente che si prende qualcosa che appartiene a qualcun altro, senza avere il permesso e senza pagarlo. Implicitamente, ciò significa che, se ci si accorda su un qualche tipo di licenza e corrispondente compensazione – che poi è il senso del Protocollo internazionale e della stessa Convenzione –, il reato non sussiste più. Per noi, tuttavia, una simile transazione non risolve il vero problema, che è invece legato al concetto di appartenenza. Chi ha deciso che la biodiversità appartiene a qualcuno?
».


La soluzione “legalista”, in altre parole, benché studiata per favorire e difendere i governi del Sud, le loro ricchezze naturali e i loro saperi antichi, finirebbe solo con il facilitare l’appropriazione delle risorse genetiche, limitandosi a fissare il prezzo e a scegliere il miglior offerente
. Per schierarsi nella querelle, non resta che decidere se (ed eventualmente quanto) il mondo è in vendita.

Pubblicato su «Nigrizia», 1 aprile 2008.

Scrivi un commento

Commento