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Ritorno al Big Bang. Il mondo all’inizio del mondo

0806011_06-icon.jpgPochi giorni ancora e il conto alla rovescia sarà esaurito. Il prossimo 9 agosto, l’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare (Cern), con sede in Svizzera, a pochi passi da Ginevra e dal confine francese, metterà finalmente in funzione il Large Hadron Collider (LHC), ovvero il più grande acceleratore di particelle del mondo: 27 chilometri di tunnel sotterraneo, 1232 magneti super-coduttori da 32 tonnellate l’uno, raffreddati a meno 271 gradi, cento miliardi di protoni “sparati” in due fasci dentro un condotto “ultra-vuoto”, 15 milioni di gigabyte di dati all’anno.
La notizia che l’esperimento è ormai ai blocchi di partenza sarebbe a stento trapelata al di fuori della stretta cerchia degli specialisti, se non fosse stato per le fantasiose digressioni di «Angeli e Demoni» di Dan Brown sulle presunte bottigliette di antimateria nascoste nei sotterranei del laboratorio e, soprattutto, per il sensazionalistico (e, va da sé, del tutto infondato) allarme lanciato da Walter Wagner e Luis Sancho, due illustri sconosciuti che hanno depositato al tribunale delle Hawaii un atto d’accusa per arrestare l’entrata in funzione di LHC, onde evitare la produzione di “buchi neri” destinati ad inghiottire l’intero pianeta. Entrambe le boutades hanno avuto, se non altro, il merito di fare da cassa di risonanza, ricordando che qualcosa di mai tentato prima sta per essere realizzato al Cern. A ennesima riprova che la scienza sfonda il muro dell’indifferenza mediatica solo quando riesce a far paura. Poco importa se a ragione o torto.
Che poi il Cern di Meyrin sia, dal 1954, il più importante laboratorio di fisica delle particelle del mondo, e soprattutto uno dei primi centri di ricerca collettivi made in Europe mai creati – sul suo modello sono poi sorti altri istituti come lo European Southern Observatory per la ricerca astronomica, o il Molecular Biology Laboratory per la materia vivente – rischia di sfuggire a quanti preferiscono indugiare su epocali fini del mondo ed apocalissi imminenti. E dire che il «popolo», quando gliene si dà l’occasione, tende a dimostrarsi molto meno bue di quanto in genere non lo si immagini, se è vero che all’ultimo open-day del Cern, lo scorso aprile, ben 55 mila persone sono accorse dai quattro angoli del mondo al solo scopo di visitare il nuovo acceleratore.
Attualmente il Cern vanta 20 Stati membri europei e circa 60 di tutto il mondo, 3000 studiosi impegnati con 500 università in 8 paesi e in media, ogni anno, oltre 6000 associati di ricerca. Gli scienziati che vi lavorano, per lo più fisici e ingegneri, studiano cose che si chiamano bosoni di Iggs, plasma di quark e gluoni, antimateria o energia nera, e per farlo costruiscono potenti acceleratori di protoni e sofisticati rivelatori di particelle. LHC è l’ultimo in ordine di tempo. Le spese di costruzione dell’acceleratore e degli esperimenti collegati sono stimate a 5 miliardi di franchi svizzeri (circa 3 miliardi e 300 mila euro).
Quando LHC entrerà in funzione, a fine mese, si scoprirà, forse, com’era il mondo, appena prima che il mondo cominciasse. Ovvero un decimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang, perché quelle sono le condizioni che verranno ricreate. «Il momento è storico», dichiarano senza sosta dall’istituto. Gli ottimisti credono infatti alla possibilità di far luce sull’origine della materia oscura che costituisce il 25% dell’universo. (Per i profani, la cosiddetta materia ordinaria di cui ogni oggetto sulla Terra è costituito non rappresenta che il 6% della materia e dell’energia dell’universo).
A questo scopo nelle zone di collisione delle particelle sono stati collocati quattro rivelatori – Atlas, CMS, Alice e LHC-b – che funzioneranno come degli enormi microscopi costruiti per riuscire a «vedere» e misurare le particelle subnucleari.
«Il Cern serve a comprendere il nostro universo. Di che cosa è fatto, da dove viene e anche un po’ dove va», sottolinea il portavoce James Gillies. Origini e destino del cosmo nelle mani di una comunità di talenti che lavora per produrre sapere, o, prendendo in prestito l’espressione di J.J. Thomson, lo scopritore dell’elettrone, per una «ricerca compiuta senza alcuna idea dell’applicazione industriale, ma solamente con lo scopo di estendere la nostra conoscenza delle Leggi della Natura». Perché questa, è, in fin dei conti, la vera posta in gioco: la libertà di far avanzare una ricerca sostanzialmente speculativa, che non sa anticipare se e quando sarà in grado di generare delle applicazioni spendibili sul terreno industriale. Una «conoscenza inutile» insomma. Mentre in Italia da anni si fa di tutto per trasformare gli enti di ricerca in semplici agenzie per l’innovazione, subordinandone le scelte, la direzione e gli obiettivi alla politica e al mercato, il Cern, che muove ogni anno 1000 milioni di franchi svizzeri (circa 650 milioni di euro), si può dire abbia fatto della ricerca pura la sua vocazione.
Che poi la fisica delle alte energie si traduca, nel concreto, in un’importante ricaduta in termini di tecnologie strumentali (dal World Wide Web alla camera a fili, dalla criogenia alle tecniche per la cura dei tumori con irraggiamento di protoni, dai programmi di calcolo per il riconoscimento di forme alla superconduttività) è, per così dire, un effetto collaterale risaputo, finanche incoraggiato, ma mai condizionato dai dettami della competitività internazionale e dalle esigenze del commercio. «Macchine e apparati sperimentali hanno raggiunto dimensioni colossali», spiega Federico Faccio, ingegnere in microelettronica al Cern «e questo impone una massiccia partecipazione industriale, con lo sviluppo e l’uso su grande scala di tecnologie di frontiera». Delle due l’una: o l’industria che lavora con il Cern sviluppa delle conoscenze di base che utilizzerà poi per gli scopi che le sono propri, o dai mega esperimenti si estrae tout-court un sottoinsieme di tecnologie e lo si trasferisce in un altro campo, con un evidente effetto moltiplicatore. È recente la riorganizzazione del Servizio di trasferimento tecnologico, che dovrebbe gestire la proprietà intellettuale, favorire accordi di collaborazione e aggiornare il catalogo delle offerte, fermo restando che il Cern regala e non vende.
La missione dell’ente resta comunque ostinatamente scientifica. Perché? «Perché la conoscenza, scientifica o tecnica che sia, non va misurata sulla portata delle singole scoperte» risponde Fabiola Gianotti, coordinatrice di Atlas recentissimamente nominata spokeperson. «Un ragionamento che vincoli la ricerca al semplice impatto delle sue applicazioni è limitativo, perché non ne considera il respiro intellettuale o, se si vuole, spirituale». Ma non è tutto. «Oltre ad essere un polo di eccellenza per ricerca e formazione, e un motore che forza continuamente la tecnologia a superare i propri limiti, costringendo il più delle volte l’industria a tenere il passo» continua la Gianotti «il Cern è anche uno dei rari casi in cui si dimostra che, in nome della scienza, individui e Stati possono lavorare insieme al di là di ogni patto sociale, interesse politico o appartenenza religiosa». Pakistani, Indiani, Israeliani, Palestinesi, Americani, Europei, Giapponesi, Russi.
Alla vigilia dell’inizio della presa dati, non rimane dunque che tenere il fiato. Nell’attesa di avere qualche risposta e sollecitare, di certo, nuove domande.

Pubblicato su «Vita», 1 agosto 2008.

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