in Vivere altrove

Vivere altrove… all’asilo

viverealtrove_20060119.jpgUn americano, due giordani, una libanese, una ispano-danese, un’indiana, uno svizzero, due camerunensi e un francese. Tale la composizione della classe I B dell’asilo nido di Meyrin, una specie di Belleville ginevrina. I bambini hanno tutti dai tre mesi ai tre anni e sono contrassegnati dall’arancione. Colore perfetto (trovo il rosa e l’azzurro decisamente sopravvalutati), e comunque molto meglio del Fuxia della classe accanto, che qui pronunciano “fuscià” e a me non sembra neanche un colore. Alle spalle, il Cern, l’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare e, un centinaio di metri sotto terra, l’ormai famigerato LHC, l’anellone che sta terrorizzando l’Italia (e incuriosendo il resto del mondo) e da cui la comunità scientifica si aspetta grandi cose e, chissà mai, qualche valida risposta.
Una classe di asilo così sta probabilmente diventando la norma anche a Torino, almeno in certi quartieri ad alta immigrazione. Il mondo si mescola, per fortuna e alla faccia dei puristi vecchi e nuovi, e si rileva per quello che è: straordinariamente vario. E se il costo da pagare è che tua figlia venga chiamata Giulla o Gullia o Sciulià, anziché semplicemente Giulia, non faccio proprio i salti di gioia, ma son disposta ad accettarlo. Perché mi rasserena pensare che per lei, che adesso ha soltanto otto mesi, certe differenze che ancora imbarazzano (neri, bianchi, gialli, occhi chiari, scuri, a mandorla, velo in testa o tilaka sulla fronte) non sembreranno che un normale condimento della vita, e mai susciteranno timori, remore o diffidenza di per sé. A Torino, da quando, tecnicamente parlando, sono stati smantellati i cosiddetti “bacini di utenza”, che regolamentavano le iscrizioni in base alla residenza, va di moda scegliere gli istituti scolastici ed, in genere, questo innesca una fuga dallo straniero con conseguente segregazione. Sarà che a Ginevra i ginevrini doc non basterebbero a riempire una classe, ma io mi chiedo: in un gruppo in cui si contano nove nazionalità su un totale di undici bambini, chi è lo straniero? E perché mai lo si dovrebbe fuggire?

Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 29 settembre 2008.

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Commento

  1. Alle elementari e materne di San Salvario l’incidenza di stranieri ormai supera stabilmente il 25%, ho letto sul rapporto Caritas che a livello nazionale siamo già oltre il 10%.

    Come te penso sia una grande ricchezza – Rita ha scelto la scuola puntando alle maestre (quella di Giulia è una vera generalessa che sulla didattica non sgarra, perfetta per i suoi gusti), la conseguenza è avere due classi che sono un vero arcobaleno …

  2. Forse la risposta perchè da noi (italia/torino) si ha paura del diverso è nella frase (credo) “’anellone che sta terrorizzando l’Italia (e incuriosendo il resto del mondo)”
    salù dario
    se non ti dispiace ti linko da me

  3. Mi sembra azzardato un paragone tra Meyrin e Torino (oppure altre citta’ italiane). Non si puo’ trascurare il fatto che i bambini che vanno a scuola a meyrin, ferney o altri paesi attorno al Cern sono spesso figli di fisici, informatici, tecnici o ingegneri del Cern quindi in famiglia c’e’ una base culturale solida oltre al fatto che non ci sono problemi economici importanti.
    In Italia spesso sono figli di genitori scappati dal loro paese e arrivati in italia con la speranza di una vita migliore e le loro famiglie sono molto numerose. Spesso questi bambini sono poco seguiti perche’ i genitori sono costretti a lavorare tutto il giorno e ancora piu’ spesso non ci sono i nonni a fare da Babysitter quindi vengono affidati ad amici che si rendono disponibili ma che non potranno mai sostituire i genitori.
    Questa differenza diverge con l’eta’ dei figli ed alle superiori sono ancora piu’ evidenti. Ho insegnato nelle scuole superiori una decina d’anni e mi e’ capitato di avere classi con l’80% di stranieri (costa d’avorio, senegal, sierra leone, serbia, kosovo, albania, romania, india (di 2 etnie diverse) ed era molto molto difficile portare avanti un programma, i ragazzi si mettevano le mani addosso di continuo ed a fine anno si era arrivati a meta’ programma. Molti di loro si impegnavano, capiamoci bene, non sto dicendo che non meritano le stesse possibilita’ degli italiani, anzi. Ma non possamo ignorare queste differenze.
    Mi dispiace ma credo che un paragone tra una classe di Meyrin ed una classe di Torino per ora non sia possibile.

  4. Ciao Claudio,
    grazie del tuo intervento. Tuttavia non sono convinta che gli asili di Meyrin e di Torino siano così distanti come affermi. Nella classe di Giulia ci sono quattro bambini i cui genitori lavorano al Cern. Gli altri otto, semplicemente, risiedono a Meyrin ed usufruiscono dell’asilo pubblico di quartiere. Ora, non mi verrai a dire che gli abitanti di Meyrin sono tutti funzionari internazionali! Per i Torinesi che non sono familiari con i dintorni ginevrini, Meyrin è un po’ una Nichelino svizzera. badate che ho detto Nichelino, non Rivoli o Cavoretto. Dunque “le differenze”, come dici tu, per quanto mi riguarda, esistono eccome e questo è uno dei tanti vantaggi. L’altro, per esempio, è la scelta di classi di età mista, che rende il lavoro delle maestre molto più duro e difficile, ma che ha enormi potenzialità educative (per i piccoli, continuamente sollecitati dall’esempio dei grandi, e per i grandi, costretti a rispettare e badare ai più piccoli).
    Quanto alla tua interessante esperienza da professore, spero tu non ti sia perso “Entre les murs” al cinema!

  5. Mi chiedo se queste otto famiglie siano arrivate in svizzera come clandestine e siano rimaste in condizioni precarie in attesa che arrivasse il permesso di soggiorno/visto di lavoro e soprattutto come siano riuscite a mantenersi nel frattempo. Non sono un esperto in materia ma credo che le leggi della federazione svizzera sull’emigrazione siano molto piu’ restrittive che in italia e se non ricordo male gli ingressi fino a poco tempo fa fossero contingentati (forse pure adesso). In Italia queste anche i permessi di soggiorno sono contingentati ma non gli ingressi, le espulsioni praticamente non esistono anche se i leghisti alzano la voce appena possono. Quindi il problema a mio parere nasce prima dell’arrivo a scuola di bambini stranieri.
    Non ho ancora visto il film, ma in una classe vera le cose sono diverse, le liti tra ragazzi difficilmente rimangono all’interno dei limiti della correttezza, non so se ti sentiresti tranquilla sapendo che tua figlia fraquenta una scuola in cui si entra passando al metal detector, oppure che stia nella stessa classe dove ci sono ragazzi i cui genitori sono in carcere per vari reati e che siano in affidamento temporaneo di presunti parenti. Coumque sia cerchero’ di vedere il film appena possibile.
    Voglio chiarire il fatto che ci sono casi difficili anche tra ragazzi italiani, nel 99% dei casi comunque questi ragazzi sono poco seguiti e manifestano questi disagi con queste reazioni incontrollate.
    Io sono per la multiculturalita’ e sono convinto, acnhe se non le ho frequentate, che le scuole svizzere siano piu’ avanti delle nostre su questi aspetti.
    La nostra scuola fa fatica a mantenere il passo con il progresso, Berlusconi nel 2001 parlava delle 3 “I”, (impresa, inglese, informatica) ed ora taglia fondi e rimette il maestro unico (cosi se e’ bravo sei fortunato altrimenti sono cavoli tuoi).
    Ti sembra possibile in un contesto del genere pensare di mettere decine di bambini stranieri nelle scuole pubbliche senza che questo non possa generare problemi? Il problema e’ che in Italia si mettono solo pezze qua e la, emigrazione incontrollata, scuole pubbliche in perenne difficolta’ e le maestre che si trovano con bambini che non parlano una parola di italiano e talvolta in condizioni igieniche (parlo per esperienza diretta) piuttosto discutibili per non dire drammatiche.
    Bisogna che le riforme scolastiche vadano nella direzione di poter sopperire a questi problemi, ma ci vogliono investimenti e gente in gamba che faccia le scelte migliori. Invece cambia il governo, cambia il ministro e la prima cosa da fare e’ smontare le riforme precedenti perche’ le hanno fatte “gli altri”. Tu hai fatto degli esempi interessanti (eta’ diversificate) che da noi non mi risulta siano stati sperimentati, da noi si sperimenta l’idea di trasformare gli istituti tecnici in licei perche’ e’ il nome che cambia la scuola e non i contenuti…
    Sto diventando noioso lo so, sostengo solo la mia idea: per accogliere grandi numeri di bambini stranieri bisogna che la scuola sia preparata, non si puo’ pretendere che basti iscriverli alle scuole pubbliche per risolverlo. La prima cosa che succede e’ che i bambini stranieri stessi vanno in difficolta’ peggiorando ulteriormente la situazione con la conclusione spiacevole che si pensa che siamo razzisti.

  6. Ciao Caudio,
    premetto che il mio “Vivere altrove” non voleva dare lezioni a nessuno, ma solo raccontare una prospettiva diversa da quella torinese. Diversa, non migliore nè peggiore. Diversa perchè in una città come Ginevra dove i “locali” praticamente non esistono, bhè, è ovvio che anche gli “stranieri” non esistono in quanto tali. Diversa perché la cosa è considerata più un dato di fatto con cui confrontarsi che un problema da risolvere o, peggio ancora, da evitare in partenza. Altro discorso quello della politica svizzera sui permessi di soggiorno e i diritti dei rifugiati, su cui ho già scritto in passato e che non vorrei ora tirare in causa.
    Sul resto delle tue considerazioni, ci sarebbe molto di cui discutere. In primis, bisognerebbe forse mettersi d’accordo su cosa sia la scuola e su cosa faccia, informazione, educazione, integrazione, … non tutti la pensano nello stesso modo. Io stessa non sono sicura che la missione della scuola debba essere quella di corregere una società in molti casi malata (e mi riferisco alle diseguaglianze sociali, non certo alle differenze di passaporto).
    Infine, nel caso della scuola italiana, personalmente ritengo che parlarne male sia diventato lo sport nazionale (a fronte della più totale e assoluta mancanza di studi scientifici e valutazioni oggettive al riguardo) e che, nella realtà, esistano invece numerose esperienze positive. Casi in cui, pur senza mezzi e senza preparazione specifica, insegnanti e studenti trovano il modo di fare, e di far bene. Trasformando la diversità in una ricchezza e non in un limite.

  7. Sono perfettamente d’accordo con te. Sono contento che tua figlia abbia la possibilita’ di sperimentare un modo diverso di vivere la scuola. Sono convinto che sara’ un’ottima esperienza e le auguro di avere un futuro meraviglioso sotto tutti i punti di vista. In bocca al lupo.