in Vivere altrove

Vivere altrove… e sposarsi

viverealtrove_20060119.jpgCrans-Montana. Ridente località alpina del cantone Vallese. Una specie di Cortina elvetica con le pellicce di visone nelle vetrine e i negozi di orologi e cioccolata. Dopo un’estenuante giornata passata ad ascoltare dotte dissertazioni di premi Nobel sulle potenzialità della ricerca sulle staminali e il fascino del dialogo transdisciplinare, mi ritrovo in un pub a chiacchierare con alcuni colleghi. Vengono da ogni parte del mondo: India, Stati Uniti, Canada, Mongolia, Giappone, Germania, Francia. Glyn è inglese. Nel corso della serata mi racconta la storia del suo matrimonio. Con un’altra donna, di origini spagnole. In Gran Bretagna l’unione gay è legale, la chiamano “civil partnership”. Se si fossero sposate in Spagna o in Belgio avrebbero avuto diritto alla dicitura “matrimonio”, come le coppie “tradizionali”. Se fossero andate a vivere in Svezia non solo avrebbero potuto adottare un bambino, ma anche sposarsi in Chiesa. Luterana, manco a dirlo. Arrivata a Ginevra Glyn ha scoperto di non poter lavorare in nessuna delle numerose organizzazioni internazionali che fanno della città di Calvino la capitale del mondo umanitario, in quanto sposata ad una donna. Alcuni Stati membri disapprovano il matrimonio omosessuale. Altri lo considerano addirittura un reato. Alla faccia dei ripetuti proclami ufficiali sulla “gender equity”. Mentre ascolto Glyn non posso impedirmi di pensare alla mia piccola comunità di amici. Molti, direi la maggior parte, ha scelto di creare una famiglia, con figli, case e tutto il resto, schivando il matrimonio. Perché? Mi chiede Glyn, con l’incredulità di chi ha ancora fame e non concepisce che si possa rifiutare il dolce. E, mio malgrado, mi ritrovo a doverle spiegare perché in Italia chi può sposarsi non lo fa più, o lo fa sempre meno. Il numero crescente di divorzi, l’invadenza del Vaticano, il costo, le presunte ostilità socio-culturali. E’ chiaro che non riesco ad essere convincente. Per Glyn “sposarsi” resta un diritto di cui disporre, non un rituale fuori moda a cui sottrarsi.

Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 10 ottobre 2008.

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Commento

  1. … che dire? Visto che Fabio è impegnatissimo in questi giorni, Alfons ottimo intervento!