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Uno scrittore in gita

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Uno scrittore in gita di classe. Non nei panni di cicerone, ma di osservatore silenzioso. Andrea Bajani lo scorso anno ha avuto quest’idea: salire sui pullman di tre classi liceali (rispettivamente di Palermo, Firenze e Torino), per gettare uno sguardo ravvicinato e insolito sulla scuola italiana. Ne è nato un libro (Domani niente scuola, Einaudi, 10 euro), sincero. E disincantato. Molto utile per farsi un’idea in queste settimane di tempesta e confusione.

Oggi, la scuola italiana, è in prima pagina. Tu che hai avuto il coraggio (e il privilegio) di osservarla dal di dentro cos’hai visto?

BAJANI: Nella scuola ho visto tanta fatica, sia nel corpo insegnante sia tra i ragazzi. La scuola vive un momento di delegittimazione grande, e non mi riferisco alle riforme attuali. Gli insegnanti devono vincere tutta questa delegittimazione (che gli arriva direttamente da un mondo di genitori iperprotettivi) per riprendersi il loro ruolo. E i ragazzi, secondo me, non aspettano altro.
Cosa c’è da cambiare in questo modo di guardare alla scuola?
BAJANI: L’atteggiamento nei confronti delle nuove generazioni, sempre a metà tra lo scandalistico e il commiserativo, finisce per essere dannoso per tutti. È il segno di una mancanza di fiducia nell’Italia, letta come una nazione lanciata su un binario morto. Ecco, io non credo che sia così.
A quella che tu chiami l’“Italia del disincanto” riservi uno sguardo affettuoso, comprensivo, a tratti complice. È di questo che han bisogno i ragazzi?

BAJANI: Lo sguardo complice lo riservo ai figli dell’Italia del disincanto. Ai genitori, ovvero all’Italia del disincanto vero e proprio, direi che riservo un trattaU mento un po’ più scettico. Il mondo degli adulti lascia ogni giorno ai figli un’eredità di disillusione, di impotenza di fronte al mondo esterno, che mi intristisce. Quando mi sento ripetere dai ragazzi «È tutto marcio», oppure «È tutta una casta» non riesco a non pensare ai loro genitori, e al disincanto con cui guardano al mondo. Il che è un po’ il segno di una rinuncia.
Nel libro punti il dito contro i genitori. Assenti, iperprotettivi, competitivi, arroganti, infantili… Quanto sono responsabili di quello che i loro figli sono diventati?
BAJANI: Non voglio parlare di responsabilità, perché altrimenti tutto assume i toni di un’istruttoria. I genitori, noi adulti, respiriamo un’aria di dismissione, di remi in barca, che poi arriva dritta dritta ai ragazzi. È come se il mondo degli adulti vivesse costantemente in allarme, tentasse giorno dopo giorno di disinnescare le bombe che gli ticchettano addosso. È come se si fossero invertiti i ruoli, e ai figli ora si chiedessero rassicurazioni. Credo che gli adulti debbano tornare a fare gli adulti e i ragazzi ad assumersi anche loro le proprie responsabilità.
Ti è capitato di vedere La classe? In cosa le nostre classi sono differenti da quella del film?
BAJANI: Il film di Cantet mette in scena una grande difficoltà nel comunicare. È impressionante, e molto interessante, che in un film come quello, che vive dei dialoghi sia proprio il dialogo a finire in scacco matto. Come dire che per quanto si provi a parlare, comunque c’è un fossato aperto. Credo che la situazione francese sia differente da quella italiana. Là c’è una complessità sociale e culturale molto maggiore della nostra. In generale, devo dire, io mi sento un po’ più fiducioso di quanto non lo sia Cantet.

Intervista raccolta da Irene Amodei e pubblica su “Vita non profit magazine”, venerdì 7 novembre 2008.

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Commento

  1. libro delizioso! mi domando quanti ragazzi dell’età che racconta bajani l’abbiamo letto…perchè la loro opinione sarebbe interessante, si riconoscono in quello che è stato scritto da andrea?