in Vivere altrove

Vivere altrove… in una libreria

viverealtrove_20060119.jpgSono come delle piccole finestre sul nostro mondo. Le apri e subito respiri aria di casa. Discrete, ordinate, silenziose e caparbie. Degne e appassionate testimoni di un mestiere fuori moda e fuori tempo.

Francoforte, Vienna, Copenaghen. Sydney, Atene e Londra ne hanno una. A Sofia si chiama «il Colibrì», a Lussemburgo «Altrimenti» e a Buenos Aires la «Dante Alighieri». Quella di Bruxelles, «Piola.libri» s’ispira addirittura alle osterie piemontesi. 31 West 57th Street è l’indirizzo di una delle più grandi, a New York, tra l’Avenue of the Americas e la 5th Avenue. Un paio almeno se ne contano a Monaco, Stoccolma, Berlino, Amsterdam, Lubiana, Caracas e Zagabria. Sto parlando delle librerie italiane all’estero. A volte, insieme ai libri, vendono anche giornali oppure vino e prodotti tipici, perché va bene fare i Don Chisciotte e battersi contro i mulini a vento, ma bisogna pur sempre sopravvivere!

Se abiti all’estero non puoi non amarle di un amore sincero e profondo. Perché, in fondo, loro sono lì anche un po’ per te. Perché lo sanno che quando rientri in Italia proprio non ce l’hai il tempo di andare a comprarti dei libri. Lo sanno che se decidi di prenderli in prestito in biblioteca, finisce che ti sospendono l’abbonamento per un anno a causa del ritardo nella restituzione. Lo sanno che Internet Bookshop e gli altri magazzini on line forse non sono ricchi quanto Amazon, forse non hanno mille filiali sparse per l’universo terracqueo, e dunque ti fanno pagare il costo di spedizione all’estero «comunque non più di quaranta euro» per l’Europa e «comunque non più di ottantacinque euro» per Stati Uniti e Canada. Lo sanno che hai imparato a ordinare i libri on line e a farteli spedire all’indirizzo di parenti e amici, così poi, quando rimpatri, loro sono lì ad aspettarti. Ma sanno anche che i libri in italiano che passano per casa tua durano pochissimo. Massimo una settimana e son finiti. E allora, chi ce la fa ad aspettare fino a Pasqua?

Pubblicato su “La Stampa“, venerdì 30 gennaio 2009.

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