in Vivere altrove

Vivere altrove… e chiedere scusa

viverealtrove_20060119.jpgNel 1958 un tal Benjamin Whorf, sviluppando certe tesi del suo maestro, il linguista americano Edward Sapir, avanzò l’ipotesi per cui ogni lingua comporta una visione del mondo, nel senso che non serve a esprimere le idee, ma piuttosto a condizionarle e formarle. Il modo di esprimersi, per dirla altrimenti, influenzerebbe il modo di pensare e non viceversa. Sulla cosiddetta “teoria Sapir-Whorf” i linguisti si sono a lungo azzuffati senza mai raggiungere l’unanimità. Pur diffidando di un relativismo tanto spinto, trovo piuttosto divertente l’approccio. Prendiamo le espressioni di scusa, che pure da noi non si sprecano (e già qui Whorf avrebbe di che commentare). Il contrito “Mi scusi” che l’italiano rivolge al malcapitato su cui ha per sbaglio rovesciato il caffé, è un piccolo ma complesso rituale sociale con cui si riconosce l’offesa inferta, se ne dichiara l’involontarietà e si chiede alla parte lesa di sanzionare, con un cenno o un “Di niente” sibilato a denti stretti, una condizione di non ostilità. Pace fatta e amici come prima. Ebbene, in situazioni simili, le usanze linguistiche delle principali nazioni europee non coincidono completamente. Se il disinvolto “Pardonnez” francese e il più formale “Descúlpeme” spagnolo riflettono abbastanza fedelmente il nostro “Mi scusi”, gli anglofoni tendono ad accontentarsi di uno svogliato “Sorry”. In pratica sono “spiacenti” di avervi rovinato la camicia, ma in fondo della vostra reazione non gliene importa più di tanto e quello di scusarli o non scusarli è un problema che riguarda solo voi. Quanto ai tedeschi, pur disponendo di un vasto repertorio di formule, il più delle volte si limitano ad un rapido “Unschuldig” che alla lettera sta per “non colpevole”, nel senso che loro proprio non c’entrano, è stato un caso, può succedere a chiunquw e comunque non vale la pena di chiedere la  vostra comprensione. La stessa che in circostanze simili invocherebbero i greci, il cui “Syngnómi” – un appello alla comune fallibilità di tutti gli esseri umani – vince per raffinatezza. Ma, si sa, non tutti siam figli di Eschilo.

Pubblicato su “La Stampa“, il 10 aprile 2009.

Scrivi un commento

Commento

  1. Probabilmente la Lega non conosce questa teoria (oltre a svariate altre), altrimenti avrebbe chiesto di insegnare nelle scuole non i diversi dialetti (ciascuno il suo), ma solo il bergamasco. Sic!