in Vivere altrove

La storia di Annamaria

La storia di Annamaria ricorda un po’ quelle cartoline virato seppia, dove tutti hanno lo sguardo serio, i vestiti neri, le scarpe eleganti e il cappello. Sullo sfondo, dietro due o tre generazioni in fila, si intravede spesso una porta, o un cancello o la ringhiera di una nave. È da poco finita la guerra. Lei ha all’incirca diciott’anni e con suo fratello, ex operaio Fiat, parte per Göteborg, nel Regno di Svezia, dove ci sono, per l’appunto, un re e una regina, c’è la Volvo, le vocali hanno degli strani segni sopra la testa e ci sono sempre troppe consonanti nei nomi delle persone per pensare ragionevolmente di poterle pronunciare tutte.

Ma quello che importa è che nel 1947 l’Italia ha firmato un accordo con il Paese dalle ombre lunghe che sancisce l’invio di manodopera in cambio di lavoro. Contratti regolari, biennali, con possibili ricongiungimenti famigliari. Oltre a diversi gruppi di ceramisti specializzati per le fabbriche di Gustavsberg a partire per la Svezia sono soprattutto metalmeccanici. Il fratello di Annamaria è uno di loro ed è impiegato dalle industrie nordiche risparmiate dalla guerra prima ancora di essere partito. Non molto più tardi si fa raggiungere dalla moglie e dal figlio, che ha sette anni e nel più grande porto scandinavo sarà costretto, suo malgrado, a ripetere la prima elementare, perché lassù si usa andare a scuola a sette anni e non a sei. E non importa se tu sei un anno avanti.

In seguito ad un lutto improvviso, la famiglia è tuttavia costretta a rientrare in Piemonte poco dopo. Annamaria, lei, si è ormai ambientata e decide di restare. Al paese tornerà ogni tre, quattro anni, raccontando della sua vita vichinga in un italiano via via sempre più stentato (nessuno lo usava a quei tempi come lessico famigliare), uno svedese fluente, ed un piemontese inossidabile, strettissimo, indelebile baluardo di radici troppo profonde da sradicare. Perché la lingua, specie quando è dialetto, è patria.

Pubblicato su “La Stampa” il 24/4/2009.

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