in Vivere altrove

Numeri come pietre

Numeri come pietre. Capaci di senso più di mille parole. Di indignare, aprire gli occhi, o, semplicemente, rivelare che un senso, qualunque, non c’è.

Alla vigilia della festa della mamma, due settimane fa, Save the Children, una delle più grandi organizzazioni internazionali indipendenti che opera per la difesa e la promozione dei diritti del bambini, ha diffuso il suo ormai decimo Rapporto sullo Stato delle madri nel mondo, frutto della collaborazione con la Partnership for Maternal, Newborn & Child health. Nella graduatoria mondiale sulla condizione materno-infantile l’Italia si è guadagnata un dignitoso, ancorché perfettibile, sedicesimo posto. Al primo la Svezia, seguita da Norvegia e Australia, all’ultimo il Niger. Ma visto che non si tratta dei Mondiali di calcio, sono i numeri intermedi che permettono di mettere a fuoco il quadro complessivo. Un bambino su 4 non raggiunge il suo quinto compleanno in Afghanistan e Sierra Leone; in Svezia solo 1 bambino su 333 muore entro i 5 anni. Meno del 15% dei parti avviene in presenza di personale specializzato in Afghanistan, Ciad ed Etiopia a fronte del 99% in Sri Lanka. Nel corso della sua vita, 1 donna su 8 morirà durante la gravidanza o il parto in Afghanistan e Sierra Leone, in confronto a quanto avviene in Irlanda dove la stessa sorte tocca solo a 1 donna su 47.000. In generale, nel mondo, ogni anno muoiono oltre 500 mila donne a causa di complicazioni legate alla gravidanza e al parto (una al minuto) e oltre 9 milioni di bambini, dei 130 che nascono ogni anno, non arrivano ai cinque anni di età (circa 4 non superano i 28 giorni di vita).

Numeri, dicevamo. Che ci raccontano, tra l’altro, quanto stretta sia la connessione tra la qualità dei primi anni di vita di un individuo, il suo rendimento scolastico, e il suo pieno e successivo sviluppo fisico e mentale. Se ne discute anche in Italia. Di accesso alla scuola e assistenza sanitaria. Di quel pezzo di Afghanistan o Sierra Leone o Marocco che sono arrivati fin da noi. I numeri parlano chiaro. Non resta che ascoltarli.

Pubblicato su “La Stampa” il 22/5/2009.

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