in Vivere altrove

Gli Italiani che Chiedono Scusa

Eccomi qui, davanti ad una birra, a cercare di spiegare gli italiani ad una coppia di austriaci e a una di danesi. E’ la terza volta in un mese. Ormai passo il mio tempo a spiegare gli italiani agli altri. C’è addirittura chi, in rete, ha inventato l’espressione per quelli come me, chiamandoli: gli Italiani che Chiedono Scusa. Quando l’ennesima notizia di colore rimbalza sulle pagine dei giornali esteri (spesso del tutto snobbata dai fogli nazionali, probabilmente abituati o sfiniti o anestetizzati), gli italiani che vivono all’estero, gli ICS, sentono l’irrefrenabile impulso di precipitarsi a scusarsi. Nobile atteggiamento, credo, ma inutile. In genere chi ci ascolta non è offeso: solo divertito. Talvolta, al limite, un po’ incredulo. Sono anni che l’Italia è diventata la macchietta della comunità internazionale, la spalla comica che fornisce un risvolto leggero a momenti di tensione. Per questo noi ICS viviamo in una condizione di imbarazzo permanente. Logorati dall’attesa nervosa della prossima occasione in cui dovremo sventagliare le mani in aria, arrampicandoci sugli specchi in cerca di un senso.

Fino a che, per alcuni, non sopraggiunge la svolta. In genere capita d’improvviso, da un giorno all’altro. Si svegliano, si alzano, accendono la radio e capiscono che per loro è finito il tempo di chiedere scusa. Si sono rassegnati. Hanno aperto gli occhi, oppure li hanno chiusi per sempre. Non andranno più in giro a cercare di convincere gli austriaci e i danesi che l’attuale situazione italiana è un’ aberrazione, un’anomalia, un abbaglio, un episodio, una parentesi di momentanea follia. Non se la sentiranno più, in coscienza, di affermare che l’Italia si merita di meglio, che c’è tutta una storia, una cultura. Che ci sono talenti, intelligenze, sensibilità, passioni. No. D’ora in poi, da quella precisa mattina, quella della svolta, si limiteranno ad andarsene in giro a borbottare amaramente «Ahi serva Italia, di dolore ostello, non donna di province, ma bordello». E nessuno farà più lo sforzo di capirli.

Pubblicato su “La Stampa” il 5/6/2009.

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