in Vivere altrove

Da dove vieni?

Marianna è un ingegnere minerario e una cara amica d’infanzia. Figlia di un pilota militare, è cresciuta cambiando città e regione più che frequentemente.

Dieci traslochi in diciotto anni, per dirla tutta. Io la incontravo ogni estate in montagna, a La Thuile, in Valle d’Aosta, dove entrambe le nostre famiglie possiedono un piccolo appartamento. Ogni due estati, lei e suo fratello arrivavano con indosso un accento diverso. Due veri camaleonti. Dobbiaco, Cuneo, Viterbo, Vercelli… Marianna non sembrava più di tanto patire del continuo cambiamento. Io, timida e diffidente per natura, la seguivo nel suo peregrinare, e in fondo la ammiravo per la facilità con cui sapeva reinventarsi di volta in volta. Alla domanda «Da dove vieni? », Marianna rispondeva sempre citando l’ultima città in cui aveva abitato, anche se, a pensarci bene, vi si era sempre trasferita spostandosi da un altro posto. In effetti, Marianna veniva sempre da un’altra parte.

Dopo aver frequentato il Politecnico a Torino, Marianna è partita per Parigi dove ha continuato a studiare, ha trovato lavoro e ha fondato una famiglia. Con i parigini che le domandavano «Da dove vieni?», tagliava corto e diceva Torino, per brevità. Sapendo in fondo di mentire.

Da un paio d’anni Marianna si è trasferita a Zurigo, in Svizzera. E i suoi nuovi conterranei, com’è ovvio, le ripropongono con regolarità l’annosa questione: «Da dove vieni?». La tentazione di rispondere Parigi, città d’adozione e d’elezione, è molto forte. Ma se per i parigini sei un’italiana, ha senso che tu ti dica parigina dinnanzi ad uno svizzero? Forse no. Anche se in fondo ti senti più francese che italiana. Ma poi, italiana di dove? Che conosci Parigi meglio di qualunque altra città del Belpaese. Forse, potesse, Marianna direbbe volentieri che viene da La Thuile, in Valle d’Aosta. Perché quello è il punto fermo attorno a cui la sua mobilissima vita ha ruotato. Quello è il luogo in cui tutti i suoi spostamenti acquistano un senso. Quella è patria.

Pubblicato su “La Stampa” il 16/4/2010.

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