in Vivere altrove

Lo sbarco

Il prossimo 25 giugno alle 23 e 30 dal porto di Barcellona salperà una nave. Diciotto ore dopo la stessa nave attraccherà a Genova. Sopra ci saliranno un migliaio di trenta-quarantenni italiani che vivono a Berlino, Parigi, Madrid, Dublino, Vienna, Newcastle, Bruxelles. Ci saliranno, anche se la «nave dei diritti», così la chiamano, ha come vero obiettivo più che l’Imbarco, lo Sbarco, dal nome del gruppo di stanza a Barcellona che è all’origine dell’iniziativa. Quelli dello Sbarco sono ingenui, idealisti e indignati come solo chi non vive più in Italia può permettersi ancora di essere. Quelli dello Sbarco credono che occorra «unirsi per portare in Italia la voce di chi da fuori osserva l’insostenibile e insopportabile deriva del nostro Paese». Perché nessuno più di loro è testimone del fatto che il patrimonio di credibilità e di autorevolezza di cui godeva l’Italia all’estero si stia progressivamente disperdendo. I nuovi Mille sbarcheranno a Genova per liberare l’Italia, per cercare di «risvegliarla dal torpore ».

Come osano? Tanto facile, troppo, criticare dopo aver tagliato la corda. Così sarà forse tentata di commentare la maggior parte degli Italiani, compresi quelli che, in fin dei conti, la pensano esattamente come loro. Come dargli torto. Eppure il manifesto di quelli dello Sbarco non ha davvero niente di supponente: «Non abbiamo la presunzione di insegnare nulla, vogliamo solo creare ponti di dialogo e per farlo si inizia dalla discussione». Ingenuo e idealista, dicevamo. Ma non solo. «Dall’estero abbiamo il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un’informazione volgare e martellante» continua il manifesto, (consultabile sul sito www. losbarco.org), «Siamo convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità. E che vadano sostenute». Un’invasione civile, dunque, un concerto e 27 dibattiti pubblici in cinque piazze. Speriamo sia l’inizio di qualcosa.

Pubblicato su “La Stampa” l’11/6/2010.

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