in Vivere altrove

Se me lo dicevano prima

Se me lo dicevano prima. Che i rientri a Torino avrebbero fatto male ancora dopo tanti anni. Che quattro ore di distanza e un tunnel bastano da sole a inchiodarti a una vita e a escluderti irrimediabilmente da un’altra. Che, chissà perché, anche un paese che va visibilmente e incontestabilmente a rotoli, per il solo fatto di essere il tuo, ogni volta ti dà l’impressione che sia più facile da vivere e da ritrovare. Se me lo dicevano prima che le amiche mi avrebbero guardato un giorno commentando allegramente «Ti stai francesizzando» (e non lo so mica, io, se è un complimento, un rimprovero o una semplice ed innocente constatazione). Se me lo dicevano prima che, una volta arrivati quaggiù, con armi e bagagli, non si torna indietro, no, ma si può solo andare avanti, o meglio altrove, ancora e ancora, levando l’ancora di nuovo e sperando di approdare in un posto che parli almeno una delle lingue che hai avuto il buon senso di imparare.

Se me lo dicevano prima che i sacrifici, o le semplici esitazioni dell’emigrante, ancorché privilegiato, non si vedono e non si capiscono dall’esterno, ma ci sono, eccome se ci sono. Se me lo dicevano prima, che non c’erano libretti d’istruzione e che, udite udite, anche l’emigrazione dei cervelli, se di questo si tratta, ha la sua bella, maledettissima retorica. Ecco, se me lo dicevano prima, non credo, no, che avrei agito diversamente. Dopo tutto, non sono neanche certa di averla avuta davvero, una scelta. D’accordo, non ho lasciato un paese in guerra. Non sono fuggita da bombe, violenze, o epidemie. Il mio viaggio non ha nulla di eroico o di epico. Guai a convincersi del contrario. Eppure.

Se me lo dicevano prima. Almeno avrei cercato di prepararmi e di preparare gli altri a ciò che mi accingevo a diventare. Qualcuno capace di cambiare città o nazione come si cambia un paio di scarpe. Che si abitua a dire «A presto », sapendo di mentire. Che vive in un Paese, ma sa di non potervi appartenere. Qualcuno che, di tanto in tanto, si chiede se ha scelto la strada giusta o solo quella più difficile.

Pubblicato su “La Stampa” il 14/10/2010.

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Commento

  1. Bellissimo, questo è il più bello e toccante! 😉
    Il “Se me lo dicevano prima” non vale, mai.
    Ciao.

    p.s. ho letto che la mia squadra del cuore ha stretto un nuovo accordo e presto andrà in crociera. Potremmo accodarci, non sarebbe bello?

  2. Sofia iniziera’ tra 2 settimane l’asilo svizzero tedesco, e noi ci chiediamo quando ripartiremo per la prossima destinazione…dove si parlera’ chissa’ quale lingua.
    Non e’ facile tutti i giorni, ma e’ comunque bello, no? E poi e’ bello anche avere un posto dove tornare ogni tanto.
    Ed e’ bello anche dire “A presto”, magari passano 15 mesi prima di rivedersi, ma con i veri amici ci si ritrova come se fosse ieri. Nel frattempo ciascuno ha fatto un po’ di cammino, un po’ e’ cambiato, e un po’ e’ rimasto uguale.

  3. Dipende anche da dove vai e da cosa trovi….
    E’sempre quello il dilemma, no? Lasciare la strada vecchia per la nuova? E se si, per quante volte lo puoi fare? Dopo un po’ non c’e’ piu’ la forza di ricominciare.

  4. Grazie a tutti dei commenti. Stiamo vivendo un periodo un po’ balordo, in cui ci trema la terra sotto i piedi. Un giorno credi di potercela fare, il giorno dopo sei convinto che magari ce a fai pure, ma perché dovresti?
    Ho fatto della descrizione della vita altrove il tema di questa rubrica, perché sono convinta – e ogni mia discesa a Torino me lo conferma – che davvero in pochi conoscono la posta in gioco. Anche ora, che lasciare l’Italia è diventato di moda.

  5. Cara Irene,
    ci siamo incrociate solo a qualche remota giornata genitori ai tempi degli scout, quando tutti mi chiamavano ancora Mirandolina.. Ogni tanto butto un occhio al tuo blog e questo articolo mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. Mentre preparo la valigia per rientrare a Parigi dopo una settimana di vacanze italiane e il tg sforna notizie che solo qui potrebbero essere date in un giornale nazionale, sento forte l’amore per questo Paese sgangherato e per questo sentirsi a casa e volevo dirti grazie.
    Se tra le mete che state considerando c’è Parigi fate un fischio! Un abbraccio e buon anno!
    Elisa

  6. Ciao Irene,

    sono un ex-fisico, lettore del blog “borborigmi”, italiano, residente in Belgio dopo giri vari all’estero piu’ per necessita’ che per scelta.

    Il pezzo e’ toccante, ma quando commenti: “anche ora, che lasciare l’Italia è diventato di moda”, alla fine finisci per inciampare nella retorica persino tu…

    Ciao,
    Matteo

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  • Sulla strada di casa | Borborigmi di un fisico renitente 8 novembre 2011

    […] che è sempre faticosa (fisicamente e mentalmente), e spesso straniante se non dolorosa, come ben ha scritto Irene venerdì scorso (eh! Proprio su Torino Sette, l’inserto locale de La Stampa. Non è ironica la sorte?). Nel […]