in Vivere altrove

Nomen omen

A Bruxelles il nome più comune è Mohamed. A Bruxelles, Belgio. Dove il re Alberto II ha da poco confermato al ministro dell’Economia del precedente governo la missione di mediatore fino ai primi di marzo.ABruxelles, Belgio, dove la crisi politica dura da oltre 250 giorni. A Bruxelles, insomma, caso mai non l’aveste capito o vi foste subitamente stupiti come è capitato a me. La percezione della città e dei suoi colori, mi conferma Eleonora,sembra avvalorare la statistica. Quella di Mohamed, non del record mondiale per la crisi di governo più lunga della storia. E a Bruxelles, si sa, tutto diventa subito, immancabilmente, europeo. Così, scopro, in Gran Bretagna il nome Mohammed è secondo soltanto a Jack e viene prima dei vari Oliver o Harry; in Francia ha surclassato François (dico, sarà mai possibile?),mentre in Olanda, a pronunciarlo in mezzo ad una folla, ci si meraviglierebbe per la quantità di persone che si voltano. A Valencia, in Spagna, lo stesso. A Marsiglia e Oslo, pure. Nomen omen, dicevano i latini. Il nome è il presagio.

Da secoli, la scienza dei nomi propri, l’onomastica, anticipa e riflette il cambiamento delle società. I nomi viaggiano insieme ai popoli, vengono modificati, riadattati, rimescolati, storpiati, alcuni nascono e muoiono con le mode, altri si tramandano nei secoli. In genere, spiegano gli esperti, la parabola sociale di un nome dura dai 100 ai 200 anni. Ogni lingua e ogni nazione ha un repertorio proprio che però, alla lunga, cede alle contaminazioni del tempo liquido. E così può accadere che per ricordare la storica rivoluzione che ha soverchiato il regime di Mubarak in Egitto,un comunissimo Jamal Ibrahim si ritrovi per nome «Facebook». Il social network è infatti stato uno dei protagonisti della rivolta, lo strumento che ha veicolato la rabbia verso la piazza, il canale che ha unito le persone in un unico coro. Facebook è stato il punto di riferimento per le azioni sovversive di Wael Ghonim ed ha rappresentato l’omologo virtuale di quel che il paese ha riversato in piazza Tahrir. Mohammed e Facebook Jamal Ibrahim sono destinati ad incontrarsi e, insieme, di certo scriveranno la storia.

Pubblicato su “La Stampa” il 4/3/2011.

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