in Vivere altrove

Essere considerati come cervelli

J ha ventisei anni e un cognome da romanzo della Nemirosky. Capelli bruni, occhi scuri, un viso e un corpo da modella, un cervello fino, una pazienza da santone, dei modi da lady dell’Ottocento e rapper americano, insieme, a seconda dei momenti e di chi le sta intorno. J è attenta, diligente, furba, veloce, metodica, curiosa. Figlia di genitori separati, e membro di una famiglia davvero troppo incasinata per poterla riassumere in poche righe, è nata in Haute Savoie, Francia, ha studiato a Lione in un’università che per me rimarrà sempre e solo una sigla impronunciabile (i francesi adorano parlare per acronimi e tant pis per chi non li capisce) e a Newcastle, in Inghilterra. Parla francese, inglese e italiano in modo assolutamente perfetto. Ora punta allo spagnolo. Ama il sushi e i bento, il tennis e il Taekwondo. E sicuramente molte altre cose. Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro. Lunedì ne inizierà un altro (il terzo da quando si è laureata, tre anni fa). Il suo nuovo capo sarà un astrofisico svizzero, con doppia laurea e tanto entusiasmo. Tre lavori, quattro persone da coordinare, un contratto a tempo indeterminato, uno stipendio che in Italia neanche i professori universitari. A ventisei anni.

Il nuovo lavoro è a meno di un chilometro e mezzo da quello precedente, ma la distanza tra la cultura aziendale che lascia (italiana fino al midollo, malgrado la sede ginevrina) e quella che troverà (100% svizzera romanda) è la stessa che separa Caglianetto da Londra (con tutto il rispetto per Caglianetto, ovviamente). Per un’azienda italiana con un tipico capo, italiano e mediocre, cos’è in fondo una ventiseienne se non una bambina con le tette, una stagista benedetta da uno stipendio immeritato, un individuo senza storia né esperienza, cui delegare i lavori più noiosi, far filtrare le telefonate, tenere l’agenda, prenotare i voli? I cervelli fuggono dall’Italia – anche da quei pezzi d’Italia trapiantati all’estero -, perché sono cervelli, appunto. E amerebbero essere considerati tali.

Pubblicato sul La Stampa il 30/9/2011.

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Commento

  1. Volendo citare un luogo a caso, si poteva citare una sicura Voghera invece di un fantomatico “Caglianetto”. Proabilmente i “Caglianettesi” non se ne avranno a male.
    Ciao!

  2. A parte che si scrive Nemirovsky..complimenti: i tuoi articoli sono molto belli, li leggo sempre..non e’ questo dei cervelli nelle giovani donne un po’ un luogo comune (come tale a volte vero, per carita’)? E a te interessano le persone dietro un nome perso nella memoria? A me si’, moltissimo, penso che ci sia una storia in ognuno di noi e credo che a te, che ne hai fatto una professione (brava!) le storie e le persone interessino anche di piu’..più dei pregiudizi almeno..se e’ così.. la mia email e’ qui e se vuoi mi trovi in FB.. Buona vita! Francesca

  3. Ciao Francesca,
    grazie dell’appunto… spero sempre che in redazione rileggano cio’ che scrivo… ma e’ una battaglia persa… 🙂

    Sono d’accordo. Cerco le storie dietro i luoghi comuni, ma non puoi eanche immaginare come J sia una persona vera e come la vita alle volte si avvicini ai luoghi comuni…. saluti
    i.