in Vivere altrove

Lavorare meno, lavorare tutti? Magari.

Dalla Gran Bretagna arriva l’idea che, a detta di alcuni, spazzerà via la disoccupazione europea: la settimana cortissima. Venti ore di lavoro al massimo, non un minuto di più non uno di meno. A parlarne, nel corso di un seminario organizzato in collaborazione con il Centre for Analysis of Social Exclusion della London School of Economics, è stato di recente un autorevole thinktank di economisti, la New Economics Foundation (NEF). «Viviamo solo per lavorare, lavoriamo per guadagnare, guadagniamo per consumare? » si chiedeva Anna Coote, un’ esperta del NEF, nel corso della discussione. «Non c’è nessuna prova che riducendo l’orario di lavoro si ridurrebbe anche il successo economico: anzi, io sono convinta che avverrebbe il contrario».Adetta del NEF, la riduzione dell’orario lavorativo potrebbe essere una soluzione efficace per le imprese, ma anche per gli stessi lavoratori a rischio licenziamento. Le prime otterrebbero una maggiore flessibilità sui costi fissi del lavoro, i secondi eviterebbero il rischio dei licenziamenti.

Lavorare meno, lavorare tutti? Magari. In un Paese in cui, secondo le previsioni, la disoccupazione raggiungerà i 2,77 milioni di unità entro la fine del 2012, qualcuno ha (almeno) avuto il coraggio e l’autorevolezza di sollevare il problema e ragionare su modelli di crescita alternativi. A qualche migliaio di chilometri di distanza, ilmondo sembra andare in un’altra direzione. Gli svizzeri sono infatti stati recentemente chiamati ad esprimersi, tramite solito referendum da democrazia ateniese, su una proposta dei sindacati di elevare da quattro a sei le settimane di vacanze obbligatorie. Oltre il 66,5%dei votanti, in tutti i cantoni, si è detto contrario. Ok, era previsto dai sondaggi. Ok, non è la prima che gli svizzeri bocciano iniziative di questo tipo: lo hanno già fatto in passato, nel 1985 e nel 2002. Ok, la crisi economica suscita nello svizzero medio una (per me incomprensibile) propensione alla disciplina e all’operosità. Però. Sarebbe stato davvero bello.

Pubblicato su “La Stampa” il 23/3/2012.

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