in Vivere altrove

Pensare di sapere una città a memoria

Quando vivi da molti anni in una città che non ti ha cresciuto, ma ti ha adottato discretamente e sottovoce, pensi di saperla a memoria. Di averne esplorato ogni angolo, percorso ogni marciapiede, calpestato ogni prato. Immagini di aver posato lo sguardo su ogni portone, di esserti accomodato su ogni panchina, di esserti fermato a ogni semaforo, di aver attraversato ogni vicolo, ogni ponte. Ci hai messo del tempo, ma l’hai studiata con rigore filatelico, smontandola pezzo per pezzo, quartiere per quartiere. Da timido turista, sei diventato un amante scaltro, un appassionato collezionista di scorci, di ombre, di muri e di voci. Hai scoperto che strati diversi la ricoprono, come la pelle di una cipolla, e ti sei divertito a spelare e spelare, per vedere cosa si nascondeva sotto, per conoscere l’anima nascosta, e verificare se c’erano o te l’eri solo immaginate, le città dentro la città. Lo straniero si è allora scoperto meno straniero di quel che pensava. La città delle differenze è diventata, poco a poco, familiare e amica. Ha iniziato a raccontare storie di te e del tuo passato, contenendolo «come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere».

Ti ha pertanto sorpreso, un pomeriggio di aprile qualunque, ritrovarti d’improvviso a fissare cortili sconosciuti, vicoli mai incrociati, balconi mai notati prima, oscure vetrine piene di tesori inesplorati. Sorpreso con un sorriso, e un po’ deluso, anche, e intristito, perché com’era possibile, dopo tanta fatica spesa ad addomesticarla, che avessi perso di vista la tua città? Perché mai l’avevi lasciata sbiadire davanti agli occhi?

«Presto o tardi – scrive Calvino – viene per tutti il giorno in cui abbassiamo lo sguardo lungo i tubi delle grondaie e non riusciamo più a staccarlo dal selciato. Il caso inverso non è escluso, ma è più raro».

Pubblicato su “La Stampa” il 4/5/2012.

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