in Vivere altrove

Togliendo via l’ultimo strato

Scoprire un Paese straniero è un po’ come pelare una cipolla. All’inizio lo si prende in mano con diffidenza, lo si annusa, lo si osserva, finché il primo strato superficiale di pelle non si sgretola da solo tra le dita. Allora uno capisce che ce ne sono altri di strati, e per curiosità inizia a spelare via.

Primo strato: l’immagine del Paese, quello che ti aspetti prima di arrivare. Secondo strato: la realtà, quella che non ti aspettavi e ti sorprende, nel bene e nel male. Terzo strato: la vita, perché viverci, in un Paese, non è lo stesso che passarci per caso in vacanza. Quarto strato: la comunione, perché giacche ci vivi, in questo Paese, tanto vale farci amicizia. Quinto strato: la ricerca, perché tu sai tutto di Gramsci e Cavour, di Mazzini e Santorre di Santarosa, di partigiani e brigatisti, ma non sai nulla di un Paese che ha concesso il voto alle donne nel ’71, in cui si può scegliere di morire e le prostitute hanno diritto alla rappresentanza sindacale. Sesto strato: lo scheletro nell’armadio, il capitolo nero. Per definizione è il momento in cui, pelando la cipolla, si inizia a piangere.

È successo poche settimane fa, a me, ma anche a molti Svizzeri che sino ad ora si erano fermati al quinto strato. Ne hanno parlato le radio e i giornali raccontando le storie incredibili di quelle che la Confederazione chiama «vittime di misure coercitive a scopo assistenziale». Tra gli anni Venti e gli anni Ottanta del Novecento, decine di migliaia di bambini in Svizzera sono stati strappati ai loro genitori e collocati di forza in istituti o in famiglie di affido in campagna, rei soltanto di provenire da famiglie povere o di aver infranto regole morali e sociali non scritte. Le loro storie sono state raccolte in centocinquanta libri, il regista Markus Imboden ne ha fatto un film, «Der Verdingbub», una mostra itinerante (www.enfances-volees.ch) ha percorso ogni angolo della confederazione. Oltre centomila persone l’hanno vista, togliendo via l’ultimo strato alla cipolla.

Pubblicato su “La Stampa“, il 6 Dicembre 2013

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Commento

  1. Incredibile Irene… da approfondire. Ne hanno di scheletri nell’armadio anche loro…
    Ciao ciao
    Elisa