in Vivere altrove

Dice che è noia e tedio

Dice che Ginevra è una città vuota e senz’anima. Che piove sempre, o nevica, o c’è il vento. Dice che fa troppo freddo e nuvolo e non c’è mai il sole. Che tutto costa caro, che i ristoranti chiudono troppo presto e si mangia sempre male, che le palestre sono sporche e i vigili ti fanno troppe multe se parcheggi sui marciapiedi. Che la gente non ti sorride, la musica nei locali è orribile e andare al cinema è faticoso, perché non c’è doppiaggio. Dice e ripete ogni volta che ne ha occasione che vivere qui è noia e tedio e il tempo scorre lento, piatto, monotono e triste. Che per resistere, lei, deve andarsene via ogni fine settimana. Con l’aereo, la macchina, il treno, poco importa. Basta andarsene, basta avere una meta, il venerdì sera, che la porti via di qui. Un posto che la sottragga a tutto questo squallido piattume. Torino, Milano, Parigi, Londra, Berlino, la Liguria, la Costa Azzurra, Roma, Venezia, la Sicilia. Va bene tutto, purché non sia qui. Anche il dottore ce l’ha in Italia, che altrimenti mica si fida. E non parliamo del parrucchiere.

Così, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, senza neanche accorgersene, vive una vita in trasferta. L’ufficio in una nazione, gli affetti, lo svago, il baricentro emotivo in un’altra. E tra le due, un muro, fatto di abitudini, giudizi inossidabili, partiti presi, pigrizia. Perché ci vuole coraggio, certo, a lasciare il proprio paese, anche quando lo si fa in condizioni di privilegio, ma ci vuole più coraggio ancora a mettere radici in un altro. Ad aprirsi a ciò che non si conosce, ad accogliere ciò che è diverso, ad apprezzare nuove regole, nuovi ritmi, nuovi sistemi. A scoprire, senza troppi filtri e con genuina curiosità, l’essenza e l’identità di un universo acquisito. E paradossalmente è più difficile adattarsi quando le differenze non sono clamorose, e poco o niente sembra esotico o enigmatico. Ginevra non è Bali, o Praga o Lagos. Non è neppure Singapore o Sydney e certo non si pretende Londra o Parigi. Starci senza viverci, però, è davvero un’occasione sprecata.

Pubblicato su “La Stampa”, 17 aprile 2015.

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Commento

  1. Parole sagge e molto molto vere. Quante volte, rientrando in Italia lungo l’autostrada che collega dritta dritta Ginevra a Verona, mi sono sentita stanca di tutti quei chilometri, mi sono immaginata una domenica sera a casetta vicino al Jura, invece che in coda sotto il Monte Bianco. Tutto questo sforzo per rientrare, ormai neanche tanto spesso, lo faccio solo per la mia famiglia e i pochi cari amici che sono rimasti, il resto del tempo lo passo qui cercando di immaginare un luogo da cui non ho voglia di scappare.

  2. Ne conosco un altro che sa cosa sia la fatica di una vita in trasferta. Lo vedo ogni mattina allo specchio. Io viaggio fra Milano e la Sardegna. Ogni settimana. Per gli affetti, per la mamma, per gli amici che sono sempre più evanescenti, presi – giustamente – dalle vicende di una vita di cui io non faccio più parte. A quelli che pensano che sia “figo” cerco di spiegare che la somma di due mezze vite non ne fa mai una intera. E’ meno di una per gli affetti e molto più di una per i problemi. Irene, tu hai ragione, ma non tutti hanno la fortuna di potersi costruire una vita altrove lasciandosi dietro tutto, anche se spesso, come me, o Giulia, vorrebbero tanto